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Se l’anticomunismo prevale sull’a-nazismo

Recenunsognoinrossosione di Un sogno in Rosso, di Alexander Lernet-Holenia

Adelphi, Biblioteca, 2006

”Ciò che di cogente e di ovvio accade in questo mondo, ciò che non può essere se non così, si compie per mezzo del caso e del malinteso. Perché il necessario e ovvio, di per sé, non sarebbe affatto in grado di imporsi alle altrettanto ovvie necessità che gli si contrappongono. Il necessario in sé non è altro che perpetua preparazione, disponibilità e tensione di cose che si fronteggiano, e infinite sono le necessità che soffocano in sé stesse senza neppure cominciare ad agire. Solo dove la folle scintilla del caso dà fuoco alla miscela di conflitti in incubazione, prima che essa venga dispersa dal vento dei tempi, solo là gli eventi esplodono. In questo senso caso e malinteso sono le sole, supreme istanze. Il necessario in sé, infatti, abbonda sempre e ovunque. È solo nell’innesco di coincidenze casuali, nel crudo malinteso che mette in moto elementi in principio neppure presi in considerazione ma in realtà dotati di un senso ben preciso – è in questo che si manifesta la volontà del destino.”
Ho voluto iniziare questa mia riflessione su Un sogno in rosso di Alexander Lernet-Holenia, autore di cui ho già letto in passato alcune opere, riportando il passo con cui inizia l’ultimo capitolo, perché a mio avviso esemplifica perfettamente il fulcro attorno a cui ruota tutta l’opera dell’autore austriaco, vale a dire la riflessione sul destino e sulla sua ineluttabilità, che Lernet-Holenia lega strettamente al caso e al malinteso, elementi di per sé misteriosi. Nelle altre opere di Lernet-Holenia da me lette ho apprezzato i termini con i quali l’autore approcciava questa tematica, ora con accenti drammatici ora con toni quasi umoristici, la sua capacità di scrittura, ed anche se la weltanshaaung che traspariva da queste opere era del tutto contrapposta alla mia (cosa del resto comune a molti degli autori da me più amati) mi era molto piaciuto come egli sapesse trasformarla in racconto – lasciando che essa trasparisse dalle pagine, costringendo il lettore a riflettere – ma non lasciandole prendere il sopravvento rendendo i romanzi la mera dimostrazione di una tesi precostituita.
Purtroppo il grande limite di questo romanzo consiste a mio avviso proprio nel fatto che in questo caso la riflessione su destino, caso e necessità appare artificiosa e forzata, in quanto l’autore la declina, applicandola alla contingenza storica che stava vivendo, al fine di trarre delle conseguenze esplicitamente di carattere politico, conferendo a Un sogno in rosso il sentore di romanzo a tesi. A questo fine l’autore costruisce una vicenda intricata, nella quale, tra le infinite necessità possibili, si verificano guarda caso proprio quelle che avvalorano la tesi che intende dimostrare, cosicché il modo in cui ”si manifesta la volontà del destino” corrisponde al whishful thinking dell’autore rispetto all’evoluzione della situazione politica europea; questo fa secondo me perdere forza e credibilità all’intero romanzo, oltre che renderlo quantomeno sospetto rispetto all’ideologia che lo pervade. Vediamo perché.
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L’irrisolvibile dialettica della realtà vista attraverso il linguaggio dell’incubo

laltraparteRecensione de L’altra parte, di Alfred Kubin

Adelphi, Biblioteca, 2006

Questo romanzo di Alfred Kubin è in qualche modo un libro mitico, perché nel lontano 1965 inaugurò una collana che sarebbe divenuta un punto di riferimento imprescindibile per gli appassionati di letteratura in genere e di quella del ‘900 in particolare: la Biblioteca Adelphi.
A tal proposito, però, non posso esimermi da una piccola (anche se inutile, ne sono cosciente) polemica. Sul sito della casa editrice è riportato un piccolo saggio di Roberto Calasso, edito nel 2013, che narra il contesto culturale nel quale la casa editrice nacque, rispetto al quale si pose, secondo il suo fondatore, in forte discontinuità.
”In Italia dominava ancora una cultura dove l’epiteto irrazionale implicava la più severa condanna. E capostipite di ogni irrazionale non poteva che essere Nietzsche. Per il resto, sotto l’etichetta di quell’incongrua parola, disutile al pensiero, si trovava di tutto. E si trovava anche una vasta parte dell’essenziale. Che spesso non aveva ancora accesso all’editoria italiana, anche e soprattutto per via di quel marchio infamante.
In letteratura l’
irrazionale amava congiungersi con il decadente, altro termine di deprecazione senza appello. Non solo certi autori, ma certi generi erano condannati in linea di principio. A distanza di qualche decennio può far sorridere e suscitare incredulità, ma chi ha buona memoria ricorda che il fantastico in sé era considerato sospetto e torbido. Già da questo si capirà che l’idea di avere al numero 1 della Biblioteca Adelphi un romanzo come L’altra parte di Kubin, esempio di fantastico allo stato chimicamente puro, poteva anche suonare provocatorio.”
Calasso non lo specifica, ma è chiaro che si riferisce all’egemonia culturale esercitata nei primi decenni del dopoguerra dal Partito Comunista che avrebbe privilegiato, in linea con l’ortodossia proveniente dall’URSS, la letteratura di stampo realista. È indubbio che, nell’Italia uscita dalla dittatura, dalla guerra e dalla Resistenza la costruzione di una nuova identità culturale passò anche attraverso la necessità di conferire alla nuova realtà sociale una dignità artistica, ed è indubbio che i temi ancorati al reale trovassero, soprattutto nell’Italia ancora povera ma in trasformazione degli anni ‘50, maggiore attenzione da parte degli ambienti culturali più avvertiti, ma credo di poter dire che l’immagine di paese culturalmente sovietizzato che le parole di Calasso suggeriscono non corrisponda alla realtà, e rifletta un modo di concepire la cultura come un corpo separato rispetto alla società che la esprime. Tra la fine degli anni ‘50 e i primi anni ‘60 il panorama culturale italiano era molto articolato, mi sento di dire molto più di quanto lo sia quello odierno. Oltre alla constatazione che, ad esempio, quando nacque Adelphi Italo Calvino aveva da tempo pubblicato la sua trilogia degli antenati presso Einaudi e che moltissimi autori decadenti trovavano posto nei cataloghi delle più importanti case editrici, una ulteriore piccola prova dell’apoditticità delle affermazioni di Calasso può essere data dal fatto che dello stesso Kubin era in realtà già stato pubblicato qualche anno prima un altro scritto, Demoni e visioni notturne, e non da una casa editrice clandestina, ma da Il Saggiatore.
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Un volume paradigmatico della collana che dimenticò le sue radici

LaCittacheDimenticodiRespirareRecensione de La città che dimenticò di respirare, di Kenneth J. Harvey

Einaudi, Stile libero, 2006

Giunto ormai sulla soglia dei sessant’anni, ho fisiologicamente perso molte delle certezze della vita, acquisendo quel filo di cinismo e di scetticismo che è giusto avere alla mia età. Parallelamente ho però acquisito alcune altre certezze, distillate dall’esperienza di vita accumulata. In campo librario una di queste certezze è: MAI acquistare un libro che riporti, in fascetta o nella copertina, estratti di recensioni, tratti da quotidiani e riviste (in particolar modo se anglosassoni) oppure di altri scrittori, che descrivono l’opera come un capolavoro. Si può essere pressoché certi che quel libro sia, come si dice a Roma, una sòla: un buon libro non ha bisogno di attirare il lettore tramite ammiccanti giudizi preconfezionati, che in genere tra l’altro sono estratti ad hoc da critiche molto più articolate. Questa tecnica di marketing, banale e scontata, è però sempre più diffusa, a testimonianza da un lato della pochezza creativa delle case editrici e dall’altro della stupefacente propensione ad abboccare del pubblico; così le nostre librerie pullulano di scintillanti copertine sulle quali il Daily Telegraph, il Washington Post o il New Yorker ci informano che abbiamo per le mani la storia più affascinante degli ultimi cinquanta anni o l’opera del nuovo James Joyce.
Purtroppo mi rendo conto di aver maturato questa certezza solo negli ultimi anni: mi è capitato così di leggere un libro acquistato una dozzina di anni fa, quando non ero già più un ingenuo ragazzino alla scoperta del misterioso mondo della letteratura, ma evidentemente non avevo ancora elaborato appieno un adeguato codice di selezione dei miei acquisti librari. Questo libro è La città che dimenticò di respirare, dell’autore canadese Kenneth J. Harvey.
Al momento della sua riesumazione dalla mia biblioteca per iniziarne la lettura mi sono stupito non poco di averlo a suo tempo acquistato, non solo perché in copertina riporta in bella evidenza il seguente giudizio di J.M. Coetzee – Premio Nobel (da notare la necessità di specificare l’onorificenza massima): «Una storia misteriosa e avvincente, l’opera di un’immaginazione originale stregata e bizzarra» e nel risguardo analoghe marchette di Joseph O’Connor, The Daily Mail e Timothy Findley, ma anche e soprattutto perché il libro presentava una serie di altri indizi che avrebbero dovuto farmi riflettere. Innanzitutto La città che dimenticò di respirare è un romanzo contemporaneo, edito per la prima volta nel 2003, ed in genere io diffido istintivamente della letteratura contemporanea, che ritengo – come ho più volte affermato – una forma espressiva ormai decaduta e asservita quasi totalmente a logiche di mercato. Inoltre è edito da Einaudi nella collana Stile libero, che considero la quintessenza della decadenza della gloriosa casa editrice, una collana nata appunto dalla necessità di assecondare le tendenze di mercato, di far diventare, come dice il suo inquietante motto, libro tutto ciò che libro non è. Il mio è sicuramente un giudizio brutale, e sono cosciente che nella collana si possano reperire anche esempi di buona letteratura contemporanea, ma l’essenza del progetto che sta dietro Stile libero resta a mio avviso il mero adeguamento al mercato di una casa editrice che è stata un pezzo importante della cultura di questo Paese, e il passaggio da Vittorini, Pavese e Calvino a Repetti esemplifica da solo l’entità della caduta.
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La lezione di Henry James: sbarazzarsi della “mobilia”

IlMioMortaleNemicoRecensione de Il mio mortale nemico, di Willa Cather

Adelphi, Piccola Biblioteca, 2006

Nel ricco e variegato panorama della letteratura statunitense del primo novecento spiccano tra le altre le figure di tre scrittrici, le cui personalità e vicende private presentano singolari analogie, che in qualche modo fanno da corollario alle indubbie diversità di carattere artistico che le caratterizzano. Si tratta di Gertrude Stein, Edith Wharton e Willa Cather.
Erano figlie di famiglie agiate, anche se quella di Willa Cather apparteneva alla media borghesia, a differenza dell’estrazione nettamente altoborghese delle altre due scrittrici, e furono tutte molto legate alla Francia, stabilendovisi per periodi non brevi (Gertrude Stein per quasi tutta la vita). Diversamente dalla riservata Cather, che pure non ha mai nascosto le sue tendenze conservatrici, Wharton e Stein sono state molto attive politicamente, la prima anch’essa su posizioni decisamente conservatrici, mentre Gertrude Stein oscillava abbastanza confusamente tra posizioni liberal e appoggio al fascismo. Nel suo salotto parigino Gertrude Stein fu di fatto la musa modernista, oltre che dei cubisti, della generazione dei giovani artisti statunitensi emigrati a Parigi, così come Edith Wharton, qualche anno prima, era l’animatrice di un cenacolo artistico frequentato, tra gli altri, da Henry James.
Proprio l’ammirazione per James, che influenzò non poco la loro concezione della letteratura, accomuna Edith Wharton e Willa Cather, che condividono anche il fatto di aver vinto il premio Pulitzer, prime donne ad esserne insignite.
Infine, Willa Cather condivide con Gertrude Stein il disinteresse per il sesso maschile: entrambe vissero a lungo con un’altra donna, anche se, a differenza di quello di Stein, il lesbismo di Cather non non fu mai conclamato né rivendicato.
Delle tre, Willa Cather è oggi forse l’autrice meno celebrata e meno nota in Italia, anche se per la verità molte delle sue opere sono disponibili nelle nostre librerie. Nata in Virginia, era però essenzialmente una figlia di quello che può forse essere considerato lo stato simbolo del midwest, il Nebraska, “…un posto dove non c’era nulla eccetto la terra: non un paese, ma i materiali di cui i paesi sono fatti”, come dice l’autrice in uno dei suoi romanzi. E di questo nulla, soprattutto nei romanzi facenti parte della cosiddetta trilogia della prateria, scritti negli anni ‘10, ella cantò l’epica e le virtù, giungendo al successo sia di critica sia di pubblico; nei romanzi successivi accentuò il carattere di analisi psicologica della sua opera, scrivendo tra l’altro alcuni romanzi storici nei quali le vicende sono funzionali alla introiezione nella personalità e nel carattere dei personaggi.
La lettura de Il mio mortale nemico, breve romanzo del 1926, potrebbe da un certo punto di vista essere considerata insufficiente ed eccentrica al fine di penetrare la poetica di questa autrice, sia perché nella sua brevità non ha il respiro delle sue opere più complesse, sia perché presenta un’ambientazione diversa da quelle per lei usuali, eccettuato forse il quasi contemporaneo La casa del professore. Nonostante rappresenti la mia prima lettura di un’opera dell’autrice statunitense, mi sento invece di affermare che questo breve romanzo contiene una serie di elementi e di spunti che ne fanno un’opera importante di per sé, che contiene e sviluppa alcune delle tematiche centrali trattate dall’autrice soprattutto negli altri romanzi scritti negli anni ‘20 e che quindi può spingere il lettore ad approfondire attraverso altre letture la conoscenza della sua opera. Del resto il breve saggio che l’editore antepone al romanzo, scritto da Antonia Byatt, importante scrittrice inglese contemporanea, termina asserendo che ”… Willa Cather ha scritto parecchi fra i migliori romanzi brevi della letteratura americana”, ricordandoci così che l’essenza poetica di questa autrice può essere ricercata anche al di fuori delle sue opere considerate più importanti, oggi forse anche le più datate.
Il romanzo è narrato in prima persona da Nellie Birdseye, ed è suddiviso in due parti nettamente distinte.
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La rivoluzione non è un pranzo di gala

LArmataaCavalloRecensione de L’Armata a cavallo, di Isaak Babel’

Einaudi, Tascabili, 2003

Ucraina, estate del 1920. La guerra sovietico-polacca è entrata nella sua fase finale. La controffensiva sovietica a sud dell’immenso fronte ha portato alla riconquista di Kiev, occupata nel maggio precedente dalle armate di Piłsudski. Più a nord, l’Armata Rossa, sotto il comando di Tuchačevskij, è a cinquanta chilometri da Varsavia, e prepara quello che dovrebbe essere l’assalto finale alla capitale polacca, la decisiva avanzata verso ovest della rivoluzione proletaria che non avrebbe mancato, nelle speranze di Lenin, di portare il comunismo nel cuore d’Europa, in Germania. Facciamo un passo indietro.
I primi due anni della rivoluzione bolscevica sono stati estremamente critici. Subito dopo la presa del Palazzo d’Inverno molte regioni dell’impero zarista avevano dichiarato la propria indipendenza, costituendosi per lo più in repubbliche di vario orientamento politico. Ex militari zaristi, menscevichi e socialisti rivoluzionari avevano organizzato, in varie parti dell’immenso paese, forze armate controrivoluzionarie, subito appoggiate dalle potenze dell’intesa (Churchill dichiarò che il bolscevismo doveva essere schiacciato nella culla). L’Armata Rossa, costituita da Lev Trockij nel gennaio 1918, si trovò ad operare anche lungo quindici differenti fronti contemporaneamente.
Nei primi mesi del 1919 la neonata Repubblica Polacca, retta dal maresciallo Józef Piłsudski, cercando di approfittare della debolezza militare russa sul confine occidentale, invase prima la Lituania, occupando Vilnius, quindi la Bielorussia, arrivando a Minsk l’8 agosto. Piłsudski non si degnò neppure di rispondere alle proposte di pace accompagnate da notevoli concessioni territoriali fatte da Lenin, e nella primavera successiva invase l’Ucraina, conquistandone una gran parte. Obiettivo di Piłsudski era fare della Polonia una potenza regionale, creando una federazione di stati sotto l’egemonia polacca (il Międzymorze) rifacentesi idealmente alla Confederazione polacco-lituana, che tra il XIV e il XVIII secolo, prima della spartizione, aveva fatto della Polonia una potenza europea ed era uno dei miti del nazionalismo polacco.
Le vittorie conseguite su molti dei fronti della guerra civile e una sempre maggiore organizzazione dell’Armata Rossa permisero ai sovietici di lanciare, nel maggio del 1920, una imponente controffensiva, che in breve tempo ricacciò i polacchi molto più indietro rispetto a dove erano partiti: il 12 agosto 1920 il III corpo d’armata a cavallo di Tuchačevskij raggiunse la riva sinistra della Vistola, a 50 km da Varsavia. Sappiamo come andò a finire. I polacchi riuscirono a ricacciare indietro l’Armata Rossa, e la pace di Riga dell’ottobre 1921 sancì una soluzione di compromesso: la Polonia conservò la sua indipendenza ma entro confini che escludevano l’Ucraina e la Bielorussia; la rivoluzione sovietica, dal canto suo, riuscì a liquidare anche gli ultimi focolai di guerra civile, rinunciò di fatto alla prospettiva della rivoluzione mondiale e pose fine al periodo del comunismo di guerra, avviando la fase della NEP, chiusa alcuni anni dopo dalle politiche staliniane.
Uno dei principali artefici della controffensiva sovietica contro i polacchi della primavera del 1920 nel settore sudoccidentale del fronte è stato un reparto leggendario dell’Armata Rossa: la Prima armata a cavallo, la Konarmija, guidata dall’altrettanto leggendario generale Semën Budënnyj. La Konarmija, per la sua estrema mobilità, il carisma di Budënnyj, lo spietato coraggio dei suoi effettivi, in gran parte cosacchi, e la sua disciplina politica – ne fu commissario politico un capo bolscevico di prim’ordine come Kliment Vorošilov – costituì un tassello fondamentale della costruzione del mito dell’invincibilità dell’Armata Rossa, soprattutto in quei primi tragici anni del potere sovietico. Nell’ottobre del 1919 contribuì in modo decisivo a sconfiggere le forze bianche del generale Denikin nella Russia meridionale, operando nei mesi successivi nel Caucaso. Composta da circa 16.000 uomini, giunse in Ucraina nel maggio del 1920 dopo una marcia forzata di 1.200 chilometri e in breve sfondò le linee nemiche, entrando a Kiev il 13 giugno ed in seguito giungendo sino a Rovno (l’odierna Rivne), sede del comando di Piłsudski.
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Frizzanti e a tratti troppo leggeri: i racconti della più anglosassone scrittrice italiana del primo novecento

RaccontiAmericaniRecensione di Racconti americani, di Annie Vivanti

Sellerio, La memoria, 2005

”Ormai a ricordare Annie Vivanti siamo pochi”, dice Anna Folli all’inizio della breve Nota che chiude questo volume edito da Sellerio nel 2005, nota resa ancor più breve dal fatto che ne è stata tagliata una parte. Oggi però questa affermazione è solo parzialmente vera, in quanto da allora non poche sono state le pubblicazioni di opere della Vivanti: Sellerio stesso fece seguire a questo volume l’edizione di due romanzi dell’autrice, mentre altre case editrici hanno pubblicato nel corso degli anni altri suoi romanzi, le liriche e la corrispondenza tra Vivanti e Giosuè Carducci, suo mentore ed amante. Stranamente, però, questa riscoperta non ha sinora riguardato, con l’eccezione di questo volume, le novelle della Vivanti, che a detta sia di Anna Folli sia di Carlo Caporossi, traduttore di questi Racconti americani e curatore del volume, rappresentano il punto più alto della sua arte, quello attraverso cui si esprime con maggiore freschezza e immediatezza. Mancano in particolare nel panorama editoriale italiano i racconti e le novelle che Annie Vivanti scrisse nel primo dopoguerra, dopo essersi stabilita definitivamente in Italia ed essere divenuta una delle scrittrici più popolari d’Europa, autrice di veri e propri best sellers ma anche oggetto dell’attenzione dei più grandi critici letterari dell’epoca (Benedetto Croce le dedicò ben due saggi nella sua monumentale La letteratura della nuova Italia).
Annie Vivanti è sicuramente una figura eccentrica nel panorama letterario del nostro paese a cavallo tra ottocento e novecento. Nata in Irlanda nel 1866 da un patriota garibaldino esiliato e da una nobildonna tedesca, visse in gioventù tra Londra, l’Italia, la Svizzera e gli Stati Uniti, sposando un ricchissimo finanziere irlandese. Pubblicò le sue prime raccolte di poesie e il suo primo romanzo in Italiano, sotto l’egida di Carducci, quindi nei successivi vent’anni scrisse solo pochi racconti in inglese, pubblicati da riviste statunitensi. Nel 1910 pubblicò in inglese il romanzo I Divoratori, considerato il suo migliore, che uscì l’anno dopo in italiano, tradotto dalla stessa autrice. Dopo avere attivamente partecipato alla causa irredentista italiana e a quella dell’indipendenza irlandese, tornò in Italia subito dopo la fine della guerra, avvicinandosi al regime fascista, e qui si impose con i suoi ulteriori romanzi, che come detto ebbero un grande successo di pubblico. Sua figlia Vivien fu una eccellente violinista, vera e propria bambina prodigio: il suo suicidio nel 1941 portò rapidamente alla tomba anche la madre.
L’eccentricità della figura della Vivanti sta essenzialmente nel suo cosmopolitismo: padroneggiava perfettamente quattro lingue, e la sua personalità culturale si può forse definire un amalgama di leggerezza italiana e pragmatismo anglosassone, conditi da una punta di romanticismo tedesco. Seppe amministrare perfettamente la sua immagine di donna moderna e libera, utilizzandola per imporsi nel contesto dell’industria culturale dell’epoca.
I cinque racconti proposti da questo volume furono scritti dall’autrice in inglese tra il 1896 e il 1905, e non vennero mai pubblicati in Italia sino al 2005. Di questi, i primi tre, pubblicati tra il 1896 e il 1897, rappresentano un corpus compatto, che come vedremo trattano tematiche strettamente interconnesse ed essenzialmente incentrate su varie sfaccettature della personalità dell’autrice e dei caratteri degli ambienti altoborghesi di cui faceva parte, còlti e descritti con un tocco di garbata ironia che a tratti sconfina nella satira. Segue quello che è secondo me il racconto più significativo della raccolta, nel quale la leggerezza dei primi racconti si tramuta improvvisamente in tragedia. L’ultimo racconto, di taglio nettamente più autobiografico, narra infine della scoperta del talento musicale della figlia e delle prime problematiche familiari legate al suo essere una bambina prodigio.
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Le novelle Biedermeier del padre del fumetto

LaBibliotecadiMioZioRecensione de La biblioteca di mio zio e altre novelle ginevrine, di Rodolphe Töpffer

Rizzoli, BUR, 1954

Questo vecchio volume della BUR originale si apre con un piccolo enigma. Come si può vedere dalla immagine di copertina, l’autore è indicato come W. A. Toepffer, e lo stesso riporta la prima pagina interna. In realtà Wolfgang Adam Toepffer, pittore di genere di origine tedesca, paesaggista e caricaturista di una certa fama, è il padre dell’autore dei racconti raccolti in questo volume, che di nome fa Rudolf (o Rodolphe, alla francese), come emerge subito dalla lettura della breve prefazione al testo. Resta un mistero come i responsabili della stampa di allora (siamo nel 1954) non si siano accorti di un errore tanto evidente. L’anno seguente, comunque, pubblicando il secondo volume delle novelle dell’autore, dal titolo Le due Scheidegg ed altre novelle ginevrine, alla Rizzoli si resero probabilmente conto dell’errore commesso e attribuirono correttamente l’opera a Rodolfo Toepffer.
Oggi non è possibile trovare in libreria edizioni in italiano delle opere di Töpffer, ma queste edizioni BUR, accanto ad altre di editori minori che qualche decennio fa dedicarono una qualche attenzione all’autore ginevrino, reperibili sulle bancarelle fisiche o virtuali di libri usati, possono permettere all’appassionato di avvicinarsi alla sua opera. Egli peraltro è oggi noto, più che come scrittore vero e proprio, come uno dei precursori del fumetto, perché pubblicò, nella prima metà del XIX secolo, per lo più a fini di polemica politica, una serie di tavole costituite da disegni accompagnati da brevi testi, che vengono ritenute il primo esempio di una modalità espressiva che sarebbe poi stata sviluppata tra la fine del secolo e l’inizio del successivo, divenendo ciò che oggi tutti conosciamo nella cultura di massa.
Rodolphe Töpffer nacque a Ginevra nel 1799 e ivi morì nel 1846. Come detto era figlio di un pittore e alla pittura sembrava destinato. Una grave e cronica affezione agli occhi gli impedì tuttavia di dedicarsi a tale arte; fondò quindi e diresse per molti anni un collegio, dedicandosi anche alla scrittura ma soprattutto alla politica: di opinioni fortemente conservatrici, fu membro del parlamento cantonale e fiero avversario dei liberali guidati da James Fazy, polemizzando con lui dalle colonne del Courier de Genève. Emblematicamente, morì pochi giorni dopo la rivoluzione che il 24 maggio del 1847 rovesciò il vecchio regime basato sull’alleanza tra l’aristocrazia e la grande borghesia cittadina, portando Fazy e i radicali al potere nella piccola ma economicamente potente repubblica cantonale. I primi decenni dell’800 sono anni tormentati per Ginevra, che riflettono ciò che accade nell’Europa intera: investita dalla rivoluzione francese, perde la sua indipendenza nel periodo napoleonico, per riacquistarla con la restaurazione. Anche nella Roma protestante viene reinsediato l’Ancien Régime, ripristinando le istituzioni della repubblica aristocratica che vedevano l’esclusione dai diritti politici di gran parte della popolazione. Tuttavia, come nel resto d’Europa, nella città di Calvino e di Rousseau, in cui la borghesia manifatturiera (orologi, tessuti) e finanziaria ha da tempo un ruolo economicamente dominante, il ritorno all’ordine del passato non è possibile, e così gli anni ‘30 e ‘40 dell’ottocento sono scossi da rivolte, sino alla citata rivoluzione che in qualche modo anticipa i moti che solo un anno dopo scuoteranno molti paesi europei. In questo quadro Töpffer si schiera decisamente dalla parte della conservazione, polemizzando anche con suo padre, di simpatie liberali. È tenendo presente questo contesto che dobbiamo leggere l’opera letteraria di questo autore, nella quale affiorano sia direttamente, nel caso delle sue tavole illustrate di intento satirico, sia indirettamente, come è il caso di queste novelle, le sue convinzioni politiche.
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L’amore all’alba della modernità

TristanoeIsottaRecensione di Tristano e Isotta, di Thomas

Garzanti, i grandi libri, 2005

La lettura di Tristano e Isotta di Thomas d’Inghilterra può risultare sicuramente un’esperienza incompleta, se non è accompagnata da uno sforzo di documentazione sul mito dei due amanti e sul suo sviluppo nella storia della letteratura ed in generale della cultura europea. Questo ulteriore sforzo chiesto al lettore è necessario almeno per due motivi: il primo è che il testo di Thomas è lacunoso, ed i circa tremila versi che ci rimangono, rappresentando come sembra circa un sesto dell’opera originaria, non riescono da soli, nonostante si siano salvate parti molto significative, a rendere appieno conto della complessità della vicenda; il secondo motivo è che la vicenda di Tristano e Isotta ha origini molto più antiche del poema di Thomas, ed ha accompagnato costantemente la cultura europea sino ai giorni nostri, venendo ripresa e declinata in infinite varianti, tanto da costituire uno dei suoi miti fondanti, al pari di quello di Faust o di numerosi miti di origine greca. Il poema di Thomas è quindi solo un tassello, anche se uno dei più importanti, di una vicenda letteraria e culturale che ha assunto nel corso dei secoli sfaccettature molto diversificate, cui bisogna necessariamente far riferimento non solo per contestualizzarla, ma anche per comprenderla. Mai come in questo caso, quindi, è necessario quantomeno accompagnare la lettura del testo con quella attenta della bella ma non facile prefazione di Fabio Troncarelli, traduttore del poema e curatore del volume, che ci introduce sapientemente nel mondo che ha generato il mito dei due infelici amanti e ci guida nei suoi sviluppi lungo i secoli.
Di Thomas sappiamo pochissimo: era un chierico, che visse alla corte londinese di Enrico II Plantageneto e di sua moglie Eleonora d’Aquitania. Enrico, il re che avrebbe fatto assassinare Thomas Becket, fu un grande riformatore, e tenne in grande considerazione la cultura e le arti. Probabilmente Thomas scrisse Tristano e Isotta per la regina Eleonora attorno agli anni ‘60 del XII secolo. L’origine di corte, quindi cortese, del poema di Thomas lo differenzia dal precedente da noi conosciuto, quello di Béroul, definito primitivo o volgare, in quanto Thomas accentua, anche attraverso interventi diretti nelle vicende, le riflessioni sull’amore come sentimento irrazionale e sublima gli aspetti più carnali del rapporto tra i due amanti.
I frammenti del poema di Thomas che ci restano sono suddivisi in cinque episodi molto diversi quanto a lunghezza, che riguardano la parte finale delle vicende dei due amanti. Essi vanno incastonati, per essere compresi appieno, nell’insieme della storia, come può essere riassunta facendo ricorso alle varie opere, più o meno antiche, che la narrano.
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