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Nella “Comédie” prima della “Comédie” c’è già tutto Balzac

Recensione de Il ballo di Sceaux, di Honoré de Balzac

Passigli, Biblioteca del viaggiatore, 1993

Inizio con questo racconto una nuova serie di letture balzachiane, composta da ben sei titoli, che farà avanzare di non poco il mio progetto di lettura completa della Comédie humaine, progetto peraltro condizionato dal persistere dell’indisponibilità di oltre una ventina di opere in edizione italiana. Per la verità ogni tanto qualcosa si muove: ad esempio recentemente la casa editrice Robin ha dato alle stampe Gli Chouans, primo romanzo firmato da Balzac con il suo nome, che mancava dagli scaffali da alcuni anni. Resta il fatto che per cercare di portare a compimento l’ardua impresa molto probabilmente dovrò ricorrere al mercato dell’usato, con tutti i rischi e le incertezze che ciò comporta. Anche Il ballo di Sceaux è oggi difficilmente reperibile in libreria: edito nel 1993 e poi nel 2008 da Passigli, peraltro riprendendo l’edizione BUR del 1960 con la traduzione di Nanda Colombo, oggi deve essere cercato a magazzino.
All’interno della articolata catalogazione tassonomica che costituisce la struttura della Comédie humaine di Balzac, Il ballo di Sceaux si colloca tra gli Études de moeurs, nella sezione Scènes de la vie privée. È questa la sezione più ampia di tutta la Comédie, essendo composta di ben 27 titoli, tra i quali compaiono alcuni dei romanzi capitali dell’intera opera dello scrittore di Tours, su tutti sicuramente Le Père Goriot. Il lungo racconto fu pubblicato dal trentenne Balzac nel dicembre del 1829, qualche mese dopo Les Chouans, e costituisce pertanto una delle opere d’esordio della Comédie, venendo pubblicato prima che Balzac concepisse la sua struttura, ufficializzata nel 1834 nella famosa lettera a Madame Hanska.
Come noto, una delle caratteristiche salienti della Comédie humaine è l’ambizione di rappresentare la società francese del tempo, o meglio del periodo che va dalla rivoluzione alla monarchia di Luigi Filippo, convulso periodo che vide la definitiva affermazione del potere della borghesia. Uno dei capisaldi del realismo balzachiano è pertanto costituito dall’ambientazione nella contemporaneità dei singoli episodi che costituiscono l’immenso edificio, anche se si deve notare come nel cinquantennio che costituisce tale contemporaneità si siano susseguiti diversi regimi e tre rivoluzioni, corrispondenti a fasi storicamente diverse della incessante lotta tra l’Ancien Régime e il terzo stato.
Il ballo di Sceaux, il cui titolo originale suona Le Bal de Sceaux, ou le Pair de France, non si sottrae a questa regola: scritto, come detto sopra, probabilmente nel 1829, i fatti narrati nel racconto si svolgono di fatto tra l’estate dopo ”il primo inverno che seguì all’avvento di Carlo X”, vale a dire quella del 1825, e circa tre anni dopo. Precedono questi fatti, tuttavia, una trentina di pagine nelle quali Balzac introduce dapprima il personaggio del conte de Fontaine, risalendo agli anni della guerra di Vandea, quindi sua figlia Émilie (che nella traduzione, appartenente all’epoca in cui i nomi stranieri venivano italianizzati, diviene Emilia di Fontaine), protagonista del racconto. La valenza che soprattutto le prime pagine – nelle quali viene presentato il conte e ne viene riassunta la vita – assumono sia dal punto di vista formale sia da quello politico nell’economia del racconto è tale che mi corre l’obbligo di riassumere questa sorta di antefatto, scritto magistralmente da Balzac al fine di inquadrare i fatti che seguono nella narrazione.
Il conte, appartenente ad una delle più antiche famiglie del Poitou, ha servito i Borboni sin dai tempi della rivoluzione, partecipando alla battaglia dei Quatre-Chemins de L’Oie (1793). Finanziando l’insurrezione vandeana e a causa delle confische della Repubblica si è di fatto rovinato. Nonostante ciò ha resistito a tutte le lusinghe del periodo napoleonico, nel quale numerosi nobili realisti si erano riciclati. Da aristocratico vecchio stampo ha infatti preferito sposare, invece della figlia di un ex rivoluzionario arricchito che mirava al suo titolo, la rampolla senza dote di una delle più antiche famiglie bretoni, i de Kergarouët, con la quale ha fatto ben sei figli, tre maschi e tre femmine. Trasferitosi a Parigi all’inizio della restaurazione, si è fatto ricevere da Luigi XVIII per rivendicare il suo diritto al ristoro delle fortune perse per la difesa della monarchia, ma con scarso successo. Tuttavia, accompagnando il Re nell’esilio di Gand durante i Cento Giorni (Balzac a questo proposito cita Talleyrand, che parlò di cinquecento servitori che condivisero l’esilio della corte a Gand e cinquantamila che ne ritornarono) si è procurato la fiducia del monarca, che al secondo ritorno a Parigi lo ha ricompensato con incarichi prestigiosi e lautamente remunerati, favorendo anche la carriera dei tre figli maschi e le nozze delle due prime femmine del conte con ricchi partiti. Così, nel 1825 al buon conte de Fontaine, deputato e in procinto di divenire Pari di Francia, non resta altra preoccupazione che maritare Émilie, ormai ventenne, bella, beniamina di famiglia, arguta ma viziatissima ed ambiziosa, che rifiuta ostinatamente tutti i possibili pretendenti che il padre le propone organizzando continuamente feste e balli, trovandoli ridicoli per i loro difetti fisici o caratteriali, e vorrebbe concedere la sua mano solo al figlio di un Pari di Francia giovane, avvenente, dotato di sufficiente spirito e – ça va sans dire molto ricco, come rivela al disperato padre durante un colloquio sul suo futuro, dopo il quale viene dal genitore lasciata libera di scegliere il suo avvenire.
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“Avant la guerre”: Parigi prima della grande cesura

Recensione de Il flâneur di Parigi, di Guillaume Apollinaire

Le nubi edizioni, Elettra, 2008

Credo che pochi intellettuali abbiano esplorato le diverse sfaccettature dell’arte della scrittura come Guillaume Apollinaire, soprattutto se la sua produzione letteraria è rapportata alla brevità della sua vita.
Nato nel 1880 a Roma da una giovanissima donna appartenente alla piccola nobiltà polacca, Guillaume Albert Vladimir Alexandre Apollinaire de Kostrowitzky era forse figlio naturale di un ufficiale italiano, Francesco Flugi d’Aspermont, che comunque non lo riconobbe mai. Dopo un’infanzia passata nel sud della Francia, dove la madre viveva facendo l’entraineuse nei casino della Riviera, parcheggiandolo spesso insieme al il fratellastro in vari alberghi e collegi, nel 1900 si trasferisce a Parigi, entrando presto in contatto con l’effervescente clima delle emergenti avanguardie artistiche. Sarà amico, tra gli altri, di Alfred Jarry, Pablo Picasso, André Derain, Blaise Cendrars. Nel 1915 si arruola volontario e l’anno seguente ottiene di essere naturalizzato francese. Colpito alla testa da una scheggia di granata, nell’estate del 1916 subisce una delicata operazione, dopo la quale è destinato ai servizi ausiliari dell’esercito e rientra a Parigi. Indebolito dalla gravità della ferita, muore il 9 novembre 1918 a causa dell’influenza spagnola, mentre – come ha narrato il suo amico Ungaretti che fu il primo a vederlo morto – la folla parigina per le strade grida «À mort Guillaume!», riferendosi alla fine delle ostilità e alla fuga del Kaiser tedesco.
Nel corso della sua breve vita scrisse poesie, romanzi, racconti, cronache, opere teatrali, la sceneggiatura di un film e molti saggi, in particolare sui movimenti artistici della sua epoca. Nel 1917 forgiò il termine surrealismo, movimento di cui è stato il riconosciuto precursore. La precarietà economica che di fatto non l’abbandonò mai, oltre all’esuberanza erotica della sua personalità, lo spinsero anche a pubblicare, sotto anonimato, due romanzi pornografici, di cui in particolare uno, Le undicimila verghe, è considerato un vero classico del genere e gode ancora oggi di una vasta fortuna editoriale. Le sue opere più significative sono comunque sicuramente due raccolte poetiche. La prima è Alcools, pubblicata nel 1913 raccogliendo 52 poesie scritte a partire al 1898, nella quale si trovano capolavori assoluti come Zone, vero manifesto del rinnovamento poetico francese rispetto al canone Ronsardiano, e La Chanson du mal-aimé, dedicata al suo amore impossibile per la coetanea Annie Playden, governante inglese della ricca famiglia presso la quale Apollinaire lavorò per un anno come insegnante di francese di una ragazza. La raccolta è caratterizzata – oltre che dalla varietà dei temi e dei richiami a differenti universi poetici, che evidenziano in particolare il retroterra simbolista dell’autore – dallo sperimentalismo formale, che si esprime soprattutto nell’esplorazione delle forme classiche della versificazione per giungere all’uso del verso libero e alla soppressione della punteggiatura.
Per molti versi ancora più sperimentale ed innovativa è Calligrammes – Poèmes de la paix et de la guerre 1913-1916, pubblicata nel 1918, in cui, nell’intento di superare la linearità del verso e di permettere quindi alla poesia di essere percepita immediatamente per intero, molti dei testi prendono la forma del soggetto trattato. Tra i temi che si ritrovano nella raccolta emerge quello della guerra, elaborato in presa diretta, cui Apollinaire si approccia con un animo che, se da un lato non esita ad abbracciare la mistica dello scontro tra la civiltà francese e la Kultur dei boche, dall’altro evoca a tinte forti la miseria e la sporca quotidianità della vita militare. Da notare, a questo proposito, come la raccolta contenga anche un poema intitolato al nostro Paese, significativamente dedicato ad Ardengo Soffici, nel quale Apollinaire incita l’Italia ad unirsi alla Francia, in nome di una comunanza valoriale e caratteriale, nella lotta contro la Germania.
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Quando la propaganda si fa romanzo

La casa editrice Adelphi ha prestato molta attenzione ad Eric Ambler, autore inglese di thriller, quasi sempre centrati su storie di spionaggio di cui sono protagonisti semplici cittadini che vi rimangono coinvolti loro malgrado. Dei diciotto romanzi che Ambler scrisse nel corso della sua lunga vita, Adelphi ne ha infatti pubblicato, tra il 1999 e il 2016, ben dieci. È tuttavia a mio avviso significativo che tutti siano stati relegati in collane minori quali sono Gli Adelphi e Fabula: Ambler infatti è scrittore tipicamente di genere, e la sua opera ritengo non abbia, oggettivamente, una significatività tale da permetterle di accedere alla collana regina della casa editrice. Del resto, stessa sorte è toccata al pur iconico commissario Maigret, le cui avventure sono state pubblicate ne Gli Adelphi mentre la maggior parte delle altre opere del suo creatore hanno trovato posto nella Biblioteca.
Come detto Eric Ambler visse a lungo, attraversando di fatto tutto il XX secolo. Nacque nel 1909 nei sobborghi di Londra, da una famiglia di marionettisti. Studiò ingegneria, ma presto interessi più creativi prevalsero. Nei primi anni ‘30 lavorò per una agenzia pubblicitaria, quindi dal 1936 al 1940 pubblicò i suoi primi sei romanzi, storie di spie ed intrighi internazionali ricche di suspense che già si caratterizzano per l’originalità delle trame e la cura nella caratterizzazione dei personaggi; tra questi La maschera di Dimitrios (1939), considerato una delle sue prove migliori in assoluto.
Con lo scoppio della guerra fu arruolato, venendo assegnato alle unità fotografiche e cinematografiche dell’esercito britannico. Nel primo dopoguerra lavora ad Hollywood, dove scrive alcune apprezzate sceneggiature, senza ottenere però un successo duraturo. Dal 1950 al 1958 scrive cinque thriller in coppia con lo scrittore australiano Charles Rodda: i due firmano le loro opere con lo pseudonimo comune di Eliot Reed. Nel 1951 comunque Ambler pubblica con il suo vero nome un romanzo, Il processo Deltchev, che sarà un successo anche se non mancheranno le polemiche dovute all’acceso anticomunismo che lo sottende. Seguono, sino al 1981, altri undici romanzi, dopo i quali il suo silenzio sarà rotto solo dall’autobiografia pubblicata nel 1985, cui dà l’ironico titolo Here Lies Eric Ambler. Muore ottantanovenne nel 1998. È considerato, insieme al quasi coetaneo Graham Greene, il maestro del genere spionistico, ed i suoi romanzi hanno ispirato molti autori posteriori, tra cui Ian Fleming.
Rispetto alle sue idee politiche, vi è da dire che Ambler non è sempre stato anticomunista: nell’anteguerra, come si può desumere anche da alcuni personaggi dei suoi romanzi, manifestava simpatie per l’Unione Sovietica. Tuttavia, come afferma la breve biografia reperibile sulla pagina inglese di Wikipedia a lui dedicata, ”fu scioccato e disilluso dall’accordo sovietico-tedesco del 1939, al pari di molti altri che in diversi paesi avevano le sue idee”. Se è comprensibile che all’epoca il patto Molotov-Ribbentrop abbia suscitato sconcerto in molti esponenti della sinistra europea, non conoscendosi appieno all’epoca le motivazioni che portarono all’accordo, è a mio avviso probabile che dietro il rivolgimento a 360 gradi del opinioni di Ambler debba esserci dell’altro. Per inciso, mi domando (retoricamente) come mai da parte di certa propaganda camuffata da storiografia, il patto venga indicato come prova della sostanziale identità dei due totalitarismi, fingendo di dimenticare che appena l’anno prima, alla Conferenza di Monaco, le democrazie liberali europee avevano consegnato – sotto l’egida del nostrano mascellone – la Cecoslovacchia ad Hitler sperando, neanche troppo velatamente, che rivolgesse le sue attenzioni proprio verso l’URSS.
Tornando ad Ambler, affermo subito che la mia conoscenza diretta dell’autore è alquanto parziale, perché Il levantino è l’unico suo romanzo della mia biblioteca: pur essendo interessante e dotato di una sua specifica complessità, rimane purtuttavia saldamente ancorato al genere, come ritengo tutta la produzione dello scrittore. Per questo motivo è altamente improbabile che in futuro acquisti o legga altri suoi romanzi. Resta il piccolo mistero di questo acquisto, tanto lontano dai miei interessi letterari. La cosa è spiegabile dalla circostanza di averlo acquistato in una piccola libreria di paese, dalla dotazione limitata ma dalla quale probabilmente mi sarebbe dispiaciuto uscire senza acquisti; inoltre all’epoca subivo ancora il fascino sottile di Adelphi, ragion per cui è probabile che mi sia detto: “se lo pubblicano loro…”.
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Nel segno del “krausismo”: satira, lirismo e palingenesi cristiana nell’ultimo Clarín

Recensione de La moglie imperfetta e altri racconti, di Leopoldo Alas “Clarín”

Giulio Perrone Editore, i Classici, 2008

Nel risguardo di copertina de La moglie imperfetta e altri racconti viene detto che … dopo decenni di silenzio […] finalmente l’editoria italiana torna ad interessarsi in modo organico di un autore che con la sua prosa colta e raffinata, con la sua ironia e la sua esperienza del mondo, ha saputo occupare da protagonista la scena letteraria ed intellettuale spagnola dell’ultimo quarto dell’Ottocento”. Questo autore è Leopoldo Alas, più noto con lo pseudonimo di Clarín, esponente di spicco del realismo spagnolo. In realtà tanto entusiasmo era mal riposto, visto che Clarín è tornato ad essere scrittore poco frequentato dall’editoria italiana. La sua produzione letteraria non è stata particolarmente cospicua, anche perché morì a soli 49 anni nel 1901: scrisse due romanzi ed alcuni romanzi brevi, oltre a decine di racconti. Intellettuale a tutto tondo, fu un noto critico letterario e insegnò diritto romano e naturale all’Università di Oviedo, città di origine della sua famiglia. Liberale e anticlericale, fu seguace del krausismo, corrente dell’idealismo tedesco di stampo neokantiano, rifacentesi all’opera del filosofo tedesco Karl Christian Friedrich Krause, che sosteneva la necessità della tolleranza dottrinale e della libertà della scienza da ogni dogma. Il krausismo ebbe nella Spagna della prima repubblica e della successiva restaurazione borbonica notevole influsso sugli intellettuali liberali e progressisti, ispirando tra l’altro la fondazione nel 1876, da parte di un gruppo di docenti universitari delusi dai limiti alla libertà d’insegnamento imposti dalla restaurata monarchia, dell’Institución Libre de Enseñanza, istituto educativo che per oltre mezzo secolo avrebbe svolto un ruolo chiave nel panorama culturale spagnolo, prima di essere chiuso da Franco nel 1936.
Nel nostro Paese i due romanzi di Clarín: La Presidentessa, ispirato a Madame Bovary e considerato il romanzo più importante dell’800 spagnolo, e il più tardo Il suo unico figlio, sono stati pubblicati più volte; entrambi risultano però oggi di difficile reperibilità, come pure i pochi altri volumi dell’autore tradotti in italiano.
Tra questi rientra questo volumetto, che l’editore Perrone pubblicò nel 2008, e che si segnala per alcune particolarità. La prima è la sua parzialità: i quattordici racconti che lo compongono, oltre al breve Prologo dell’autore, fanno parte di una raccolta pubblicata da Clarín nel 1896, una delle ultime opere edite lui vivente, i Cuentos morales, formata però da ventotto racconti. Una seconda particolarità del volume è che nonostante i racconti siano piuttosto brevi (il libro, di piccolo formato, consta di 148 pagine) ciascuno è stato affidato ad un traduttore diverso, sotto la curatela di Matteo Lefèvre. Non riuscendo a capire il senso di una tale operazione, che espone l’opera al rischio di una traduzione disomogenea con conseguente confusione sullo stile dello scrittore, ho fatto qualche ricerca in rete, risolvendo l’arcano. Il volume è di fatto il risultato di un Laboratorio di traduzione coordinato a suo tempo da Lefèvre, studioso di letteratura spagnola e oggi docente a Tor Vergata. Ciascun alunno ha tradotto, guidato da Lefèvre, un singolo racconto della raccolta: probabilmente quindi il numero dei partecipanti al laboratorio ha anche determinato il numero dei racconti pubblicati.
Un’ulteriore, veniale licenza del curatore è l’ordine in cui vengono proposti i racconti, che non corrisponde a quello originale. Il volume si apre così, dopo la breve nota biografica sull’autore e il già citato Prologo su cui sarà necessario tornare, con il racconto eponimo, che nei Cuentos originali occupa l’ottava posizione.
Mariquita Varela, la protagonista, è una donna non più giovane, moglie del medico Fernando Osorio. Da quando i figli, ormai grandicelli, le lasciano più tempo libero, ha iniziato a leggere: dapprima volumi di medicina del marito, quindi libri ”di letteratura, di morale, di filosofia”. In verità anche il marito, cui è sempre stata fedele, le lascia ormai molto tempo libero, perché l’amore è svanito nella routine coniugale e l’uomo ormai cerca soddisfazioni altrove.
Una notte, attendendo il marito, legge La moglie perfetta, di Fray Luis de León, ascetico agostiniano del rinascimento spagnolo. Leggendo si rende conto che, nonostante la sua fedeltà al marito e l’amore per i figli, è assai lontana dalla virtù, perché secondo il dotto frate a Dio non basta che una donna sia onesta e fedele, in quanto la vera virtù non può contemplare neppure il pensare di non poter essere tale: ”è già potenzialmente una donna di strada colei che si prende la licenza di occuparsi di quelle cose che riguardano la strada”. Ricorda quindi con sensi di colpa il suo desiderio di apparire desiderabile al ritorno in società dopo i parti, e il tempo in cui cercava di mascherare con innocente civetteria i primi segni della maturità.
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L’instant book del giovane Vonnegut, in cerca di fama e denaro

Recensione di Madre Notte, di Kurt Vonnegut

Feltrinelli, Universale Economica, 2007

Il 1961 è stato un anno nel quale l’opinione pubblica occidentale concentrò la sua attenzione in particolare su due avvenimenti, entrambi direttamente connessi alla seconda guerra mondiale e alle sue conseguenze.
Il primo, e sicuramente più importante, fu la costruzione del muro di Berlino, iniziata nell’agosto di quell’anno da parte delle autorità della DDR. Il secondo fu il processo ad Adolf Eichmann, il burocrate dello sterminio che, in qualità di responsabile di una sezione dell’RSHA, l’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, organizzò la logistica dell’internamento. Fu catturato in Argentina dal Mossad nel 1960 dopo numerose segnalazioni fatte da cittadini alla Germania Ovest negli anni precedenti, che rimasero ostinatamente senza risposta (eh, signora mia, i tedeschi sì che hanno fatto i conti con il nazismo…). Il processo si svolse a Gerusalemme dall’aprile al dicembre 1961, ed ebbe una grande risonanza internazionale: come noto, si concluse con la condanna a morte dell’imputato, condanna eseguita nel maggio del 1962.
In quello stesso 1961 Kurt Vonnegut è uno scrittore in cerca di fama e soprattutto di quattrini. Dopo essere stato prigioniero di guerra ed avere assistito al bombardamento di Dresda, nell’immediato dopoguerra ha sposato la sua fidanzata del liceo, Jane Cox, riprendendo gli studi universitari. In seguito ha lavorato per alcuni anni alla General Electric a Schenectady, nello stato di New York, e durante questo periodo ha pubblicato alcuni racconti di fantascienza.
Alla fine del 1950 lascia l’azienda e si trasferisce con la famiglia – alla quale si sono aggiunti due figli – a Cape Cod, per fare lo scrittore a tempo pieno. Nel 1952 pubblica il suo primo romanzo, Player piano, una storia distopica che ha scarso successo. Seguono anni difficili, durante i quali scrive racconti di fantascienza per riviste di genere, che gli vengono pagati poco. Nel 1955 nasce Nanette, terza figlia della coppia; nel 1957 apre con un amico una concessionaria SAAB che fallisce in pochi mesi; nel 1958 i Vonnegut accolgono in famiglia tre dei giovanissimi figli della sorella di lui, morta di cancro due giorni dopo essere rimasta vedova; nel 1959 esce il suo secondo romanzo, The Sirens of Titan, nel quale una classica invasione marziana della terra fa da sfondo ad una intricata vicenda che chiama in causa il libero arbitrio. Anche questo romanzo riceverà scarsa attenzione dal pubblico e dalla critica, e Vonnegut dovrà aspettare ancora alcuni anni prima di acquisire una vasta notorietà e divenire una delle figure di spicco della controcultura letteraria statunitense.
È a mio parere quindi sufficientemente evidente la motivazione commerciale che sta alla base della genesi di Madre notte: Vonnegut probabilmente pensa di scrivere una sorta di fiction instant book in grado di attirare l’attenzione del pubblico. La vicenda narrata è infatti quella di Howard W. Campbell, jr., statunitense trasferitosi in Germania negli anni ’20 al seguito dei genitori, dove è divenuto prima un conosciuto scrittore e commediografo, quindi il più popolare propagandista radiofonico del Reich in lingua inglese. È lo stesso Campbell che racconta la sua storia mentre si trova in un carcere israeliano in attesa di essere processato come criminale di guerra, e dove incontra brevemente anche Eichmann.
Una delle prime cose che svela al lettore è che in realtà egli era una spia statunitense, in grado di far pervenire attraverso quanto diceva in trasmissione importanti notizie agli alleati. Purtroppo la sua missione era talmente segreta che non esistono prove della sua effettività. L’unica persona dei Servizi statunitensi con cui ha avuto contatti mentre era in Germania, e che lo ha reclutato al Tiergarten nella primavera del 1938, è il maggiore Frank Wirtanen, che però Campbell non è in grado di rintracciare.
Il protagonista racconta del suo grande amore per la moglie Helga, un’attrice tedesca scomparsa in Crimea durante un bombardamento russo, e di come – catturato da un tenente statunitense alla fine delle ostilità – sia stato fatto rientrare negli Stati Uniti dai Servizi, andando a vivere per quindici anni in un appartamento di New York mentre i Servizi segreti israeliani lo cercavano in tutto il mondo. Lo trovano, infine, a seguito di un’intricata vicenda in cui entrano gruppi neonazisti, spie russe e donne che attraversano il muro di Berlino (il che – per inciso – lascia trasparire che questa parte della storia sia stata scritta verso la fine dell’anno). Lascio al lettore il piacere di scoprire la trama del romanzo, nella quale non mancano ovviamente i colpi di scena e che si chiude con una sorta di non scontato doppio finale.
Madre notte, nonostante la genesi che ho ipotizzato, è un libro interessante sotto vari aspetti, che rivelano la sicura mano di un autore maturo. Prendiamo le mosse dalla sua struttura. Nell’edizione da me letta, le confessioni di Campbell occupano 190 pagine, suddivise in 45 capitoli, il che porta ad una media di circa 4 pagine a capitolo. È una suddivisione fatta sicuramente per agevolare una lettura rapida del romanzo, nella quale un capitolo tira l’altro, perfettamente in sintonia con lo stile semplice e conciso della prosa di Vonnegut, il cui modello letterario era, per dichiarazione dello stesso autore, Mark Twain. L’effetto ciliegia è ulteriormente accentuato dal fatto che ciascun capitolo, in luogo di essere numerato, ha un titolo evocativo del proprio contenuto, sempre seguito dai puntini sospensivi, il che indubbiamente costituisce per il lettore un richiamo ad andare avanti.
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Un prodotto secondario della Belle époque

Recensione de I divoratori, di Annie Vivanti

Sellerio, La memoria, 2008

Risale ad ormai quattro anni fa la mia lettura dei Racconti americani di Annie Vivanti, recensendo i quali avevo formulato un giudizio sospeso sull’autrice: pur assegnandole un ruolo minore nel non esaltante panorama della letteratura italiana dei decenni a cavallo tra il XIX e il XX secolo, avevo trovato nei suoi racconti un indubbio talento narrativo ed una certa capacità di analisi dei vizi e delle virtù della media ed alta borghesia, classe sociale cui la scrittrice apparteneva e che formava l’oggetto principale dei suoi prodotti letterari, riservandomi di approfondire la conoscenza di questa autrice proprio attraverso la lettura de I divoratori, considerato il suo romanzo più importante.
Un dato solo apparentemente tecnico, da porre subito in evidenza, in quanto a mio avviso contribuisce non poco al tono della prosa del romanzo, è la genesi peculiare della sua edizione italiana. The Devourers esce infatti a Londra, in inglese, nella primavera del 1910: Annie Vivanti, che sotto l’egida di Carducci aveva ottenuto una ventina d’anni prima una certa notorietà con il volume di poesie Lirica e con il romanzo Marion artista di caffè-concerto, ha abbandonato l’Italia dopo aver sposato nel 1892 l’uomo d’affari, giornalista e politico irlandese John Smith Chartres: vive tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, pubblicando alcuni romanzi e molti racconti al tempo non tradotti nella nostra lingua, tra i quali quelli raccolti nei Racconti americani. In vista della pubblicazione italiana del romanzo, che avverrà nel 1911 ed a cui Vivanti attribuisce grande importanza, la scrittrice non lo traduce, ma lo riscrive, e così facendo – memore forse delle sue ascendenze liriche carducciane – accentua, come vedremo, quello che ritengo uno dei molti punti di debolezza del romanzo: l’uso di una prosa che sovrappone, ad elementi strutturali di stampo realista, una infiorettatura aulica del tutto superflua, il che colloca il romanzo entro una cornice stilistica che definirei, mutuando il termine dall’architettura dell’epoca ed utilizzandolo in senso negativo, eclettica.
I divoratori segnò quindi il ritorno letterario di Annie Vivanti in Italia, ed ebbe un grande successo di pubblico, facendo dell’autrice una scrittrice popolare, che nei seguenti trent’anni – si trasferirà definitivamente nel nostro Paese negli anni ‘20 – darà alle stampe altre opere, alcune delle quali dedicate a temi importanti come gli stupri di guerra e il colonialismo britannico.
Lo spunto tematico alla base de I divoratori è squisitamente autobiografico. Nel 1893 Vivanti e Chartres hanno infatti avuto una figlia, Vivien, che ben presto si rivelerà una prodigiosa violinista in erba. Annie asseconda il genio della figlia, gestendo, in qualità di mamma-agente, la carriera della figlia, che ancora bambina tiene concerti in tutta Europa e suona tra gli altri per i reali d’Italia e Gran Bretagna.
Già nel 1905 Vivanti ha dedicato a sua figlia un racconto, dal lungo titolo The True Story of a Wunderkind told by its mother Annie Vivanti, uscito su una rivista londinese, nel quale ha riversato le sue angosce di madre di una bambina prodigio. Nel romanzo lo spunto è analogo, essendo centrato sui genitori dei genii, la cui vita è inevitabilmente divorata dalla personalità artistica dei figli e dalle loro esigenze.
Figura centrale del romanzo è Nancy, nella cui vicenda non è difficile riconoscere alcuni aspetti di quella dell’autrice. Nancy infatti è figlia, come Annie, di genitori anglo-italiani, anche se nel romanzo è il padre, già morto di tisi quando il racconto inizia, ad essere inglese. La madre di Nancy, Valeria, appartiene alla buona borghesia milanese e, appunto vedova da poco e con la piccola di pochi anni è ospitata nella villa di famiglia dei suoceri, gli Avory, nello Hertfordshire.
Nancy cresce circondata dall’affetto dei ricchi parenti, in particolare da quello della zia Edith, che ha pochi anni più di lei, e ben presto rivela delle straordinarie doti poetiche, al cui sviluppo la madre sacrifica le possibilità di rifarsi una vita. Tornata in Italia, a quindici anni pubblica un volume di liriche, divenendo per un certo tempo una delle giovani poetesse italiane più acclamate. Sembra destinata ad una fulgida carriera letteraria, ma gli impegni mondani prima e l’accendersi dei primi sentimenti amorosi poi la distolgono continuamente dalla scrittura di un progettato romanzo che avrebbe dovuto riportarla sotto i riflettori della celebrità. Ben presto sposa un affascinante napoletano, Aldo Della Rocca, che si rivela essere un volgare ed inetto cacciatore di doti e con il quale ha una figlia, Anne-Marie. Caduta in ristrettezze economiche, cui non possono più far fronte i parenti, la famiglia tenta la fortuna a Montecarlo e quindi ripara a New York, dove cade in miseria. Ogni volta che la situazione sembra disperatamente senza uscita, una circostanza inusitata risolleva le loro sorti, sinché Aldo abbandona moglie e figlia. Ancora una volta Nancy riesce a risollevarsi, grazie ad un improbabile aiuto, mentre la piccola Anne-Marie rivela straordinarie doti di musicista. La vita di Nancy cambia radicalmente: abbandona definitivamente le sue prospettive letterarie per dedicarsi completamente alla carriera della figlia, il cui talento è confermato da un famoso maestro di Praga: Anne-Marie per alcuni anni miete successi in tutta Europa, sinché, giovane donna, sente il richiamo dell’amore e lascia sola la madre per andare a vivere con il marito. Poco tempo dopo, un pianto sale da una culla, ed il ciclo sembra ricominciare.
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L’alternativa a Maigret del giovane Simenon: storia di un’iniziativa editoriale in anticipo sui tempi

Recensione de La pazza di Itteville, di Georges Simenon

Adelphi, Biblioteca minima, 2008

Se, come noto, la produzione letteraria di Georges Simenon è stata abnorme, altrettanto abnorme è sicuramente lo sforzo che la casa editrice Adelphi sta facendo per pubblicare le opere dello scrittore belga.
Ad oggi, infatti, nel catalogo di Adelphi si trovano 200 titoli di Simenon, di cui 57 nella collana Biblioteca Adelphi e 128 ne Gli Adelphi, dei quali ben 81 dedicati alle inchieste di Maigret. Quest’anno la lista si è arricchita, sinora, di cinque nuovi titoli.
Evidentemente Simenon è autore ancora in grado di attirare i lettori, sia con i polizieschi di cui è protagonista il suo personaggio più celebre, sia con i romans durs, cui aveva affidato il compito di scrollarsi di dosso il cliché di scrittore di genere.
In mezzo a cotanto profluvio di pagine, più o meno letterariamente significative, il lettore può reperire anche un piccolo volumetto, unico dell’autore edito nella collana Biblioteca minima, che rappresenta – a seconda dei punti di vista – un episodio editoriale minore oppure una piccola chicca.
Si tratta de La pazza di Itterville, scritto nel maggio del 1931 dall’allora ventottenne Simenon e pubblicato dall’editore Haumont nell’agosto dello stesso anno, racconto poliziesco di poche decine di pagine in cui compare la figura di un investigatore alternativo a Maigret, l’ispettore Sancette, detto G.7. Nei primi mesi di quell’anno erano già usciti presso l’editore Fayard, con gran successo, tre romanzi di cui è protagonista Maigret, che diventeranno undici prima della fine dell’anno: ormai Simenon ha abbandonato la letteratura d’occasione per la quale ha scritto, a partire dal 1921 e utilizzando svariati pseudonimi, oltre 170 romanzi, ed ha trovato il filone ed il personaggio giusti. La pazza di Itterville rappresenta quindi un episodio eccentrico rispetto al binario principale sul quale si erano instradate le opere del primo Simenon: è però interessante raccontarne la genesi, che risulta paradigmatica sia della versatilità dell’autore sia dell’effervescenza culturale della Parigi di quel periodo, anche in ambiti minori quale la letteratura popolare.
Prima di approdare a Maigret, Simenon aveva già percorso la via del poliziesco: tra il 1929 e il 1930 aveva in particolare pubblicato, sullo specializzato settimanale Détective e utilizzando lo pseudonimo di Georges Sim, numerosi racconti, dando vita ad alcune figure di investigatori: Il Giudice Froget, Joseph Leborgne e, appunto, l’Ispettore G.7. Tra questi è da notare a mio avviso la figura di Joseph Leborgne, appartenente al ristretto numero di investigatori letterari, di cui è capostipite Auguste Dupin di E.A. Poe, che non escono dalla propria stanza e risolvono i casi analizzando unicamente documenti o articoli di stampa.
L’Ispettore G.7, della polizia giudiziaria di Parigi, è molto diverso da Maigret: è un trentenne dai capelli rossi, ”beneducato, un tantino timido”, uno dei pochi ispettori ad avere in dotazione un’automobile, una vecchia e scassata Citroën 5 CV Torpedo. Il suo strano soprannome gli deriva dal colore dei capelli, che ricorda quello delle vetture di una gloriosa società parigina di taxi, la Taxis G7, peraltro attiva ancora oggi. È da notare che Simenon varia leggermente il nome del detective rispetto a quello della società di taxi, forse per non incorrere in problemi con il copyright.
Nonostante queste caratteristiche esteriori e caratteriali affatto diverse rispetto quelle di Jules Maigret, G.7 anticipa, sia pure in forma embrionale, alcuni elementi del metodo investigativo del suo successore, basato sullo scavo delle motivazioni alla base del delitto e della psicologia dei soggetti coinvolti.
Tredici sono i racconti con protagonista G.7 pubblicati da Georges Sim nella seconda metà del 1929 su Détective, nel quadro di un concorso intitolato appunto Les 13 énigmes, nel quale venivano poste ai lettori domande relative a ciascun racconto, le cui risposte erano pubblicate sul numero successivo.
Due anni dopo Simenon, ormai divenuto sé stesso, rispolvera G.7, nonostante il recente clamoroso successo di Maigret, a fronte di un progetto editoriale molto importante, propostogli da Jacques Haumont, un prestigioso editore parigino. Questi ha immaginato un nuovo tipo di pubblicazione, che chiama Phototexte, destinato ad un vasto pubblico: una collana di cui ogni volume contenga un racconto poliziesco illustrato da numerose fotografie; in pratica l’antesignano del fotoromanzo che tanta fortuna avrebbe avuto nel secondo dopoguerra nel nostro Paese. Simenon accetta la commissione e nella primavera del 1931, mentre si trova a Morsang-sur-Orge, scrive quattro racconti di cui è protagonista l’Ispettore G.7. Il primo, La Folle d’Itteville, uscirà come detto in agosto, corredato da ben 104 fotografie in bianco e nero scattate da Germaine Krull, una delle più importanti fotografe del periodo.
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Storia di Gust, colpevole e vittima

Recensione di Quando cala la nebbia rossa, di Derek Raymond

Meridiano zero, Meridianonero, 2007

E così eccomi giunto al mio ultimo incontro con Derek Raymond. Quando cala la nebbia rossa è infatti l’ultima opera di questo autore che occhieggia dagli scaffali della mia libreria, e per una strana coincidenza è anche l’ultimo romanzo pubblicato dall’autore: uscì infatti nel 1994, anno della morte di Raymond.
Anche se qua e là nella storia è citata la Factory, questo romanzo non può essere pienamente considerato come facente parte della serie centrata sulla Sezione delitti irrisolti di Poland Street, anche perché la figura dell’anonimo Sergente incaricato di investigare sui delitti scomodi nel romanzo non compare.
Protagonista ne è infatti Gust, un delinquente della periferia londinese, che si trova invischiato in una storia più grande di lui. Gust è da poco tempo in libertà vigilata, dopo avere scontato dieci dei quindici anni che gli erano stati comminati per una rapina nella quale c’era scappato il morto. Appena uscito di prigione, Gust ha partecipato, con alcuni colleghi, ad un altro colpo, piuttosto anomalo: il furto su commissione di una gran quantità di passaporti nuovi, ciascuno dei quali sul mercato nero ha un valore notevole. Qualcosa però è andato storto: sembra che i passaporti non siano mai arrivati al destinatario, e Gust, che per il colpo è stato lautamente pagato, si trova ad essere inseguito dagli scagnozzi di chi aveva commissionato il furto, essendo sospettato di aver fatto il doppio gioco consegnando il bottino ad altri. Nella vicenda sono in effetti coinvolti i servizi segreti inglesi, impegnati a sventare un pericoloso traffico di ordigni nucleari in uscita dall’ex URSS. Per ovvii motivi non aggiungo altro sulla trama, limitandomi a sottolineare la peculiare struttura del romanzo, le cui vicende – a parte i primi due capitoli – si svolgono nell’arco di pochissimi giorni, durante i quali il lettore, oltre a seguire Gust, viene a poco a poco a conoscenza – per mezzo dei personaggi che Gust incontra, di monologhi interiori o dialoghi del protagonista oppure nei capitoli in cui compaiono gli agenti dei servizi segreti – degli antefatti che lo hanno portato ad essere di fatto un animale braccato.
In questo caso, quindi, il romanzo è centrato sulla figura del colpevole, e ciò comporta notevoli differenze rispetto ai precedenti noir della serie della Factory da me letti. Da un punto di vista formale il segno distintivo consiste infatti all’abbandono della narrazione in prima persona da parte del Sergente per il più tradizionale narratore terzo, rendendo così possibile intercalare alle vicende di Gust quelle degli agenti dei servizi segreti che in qualche misura lo manovrano.
Per la verità anche nei tre noir della Factory da me letti la lente dello scrittore non era univocamente centrata sulla figura del poliziotto, anzi. Nel primo romanzo della serie, E morì ad occhi aperti, l’attenzione primaria dell’autore è per la vittima, che come ho avuto modo di dire presenta tra l’altro una forte connotazione autobiografica, ed in seconda battuta sui suoi carnefici. L’investigatore ha di fatto in questo romanzo solo un ruolo maieutico, di estrazione della verità tramite l’indagine della personalità degli altri personaggi, mentre la sua personalità rimane incerta, senza che possa essere più di tanto indagata dal lettore.
In Aprile è il più crudele dei mesi e – per quanto ne ricordi – ne Il mio nome era Dora Suarez, secondo e quarto dei romanzi della serie, il lettore invece penetra a fondo nella tormentata vicenda umana e professionale del Sergente, e si può dire che sia proprio questo suo drammatico vissuto che gli fa comprendere le dinamiche e la logica del reato su cui sta indagando, e di conseguenza individuare l’assassino. Il protagonista principale è lui, mentre vittime e colpevoli sono in qualche modo solo riflessi del suo tormento interiore.
Nel suo ultimo romanzo, Raymond rivoluziona ancora una volta il suo modo di fare noir, con modalità ancora più radicali: non solo focalizza la sua attenzione autoriale sulla figura del colpevole, ma marginalizza ancora di più la figura del poliziotto, rappresentata in questo caso da Spaulding, ispettore della Factory, che ricopre nella vicenda un ruolo del tutto secondario e quasi da intruso. Inoltre, come vedremo, mette in discussione alcuni assunti basilari di questo genere di letteratura.
Considerando quindi la sua produzione complessiva, il fatto che lo sguardo dell’autore si soffermi di volta in volta su uno dei componenti della classica triade del giallo e del noir – la vittima, l’investigatore e il colpevole – testimonia a mio avviso un tentativo di uscire dalle costrizioni del genere, per conferire ai romanzi una funzione di scavo nella psicologia dei personaggi e nell’ambiente sociale in cui essi si muovono. Come ho già avuto modo di dire in altri commenti a sue opere, questo tentativo a Raymond riesce però solo in parte, a causa del fatto che rimane spesso prigioniero di un linguaggio stereotipato e di una certa schematicità nella caratterizzazione dei personaggi, il che raramente gli consente di uscire nel campo aperto della letteratura di qualità.
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Il vero esordio di Derek Raymond

Recensione di E morì a occhi aperti, di Derek Raymond

Meridiano zero, Meridianonero, 1998

Quando, all’inizio dello scorso anno, commentai Aprile è il più crudele dei mesi, il secondo romanzo della serie della Factory di Derek Raymond, conclusi le mie note, per la verità non troppo entusiastiche, fornendo all’autore una sorta di prova d’appello, rappresentata dalla lettura, che sapevo di dover intraprendere di lì a qualche tempo, di altri due suoi romanzi facenti parte della mia biblioteca. Eccomi quindi ora puntualmente a commentare E morì a occhi aperti, primo episodio della serie della Factory, edito originariamente nel 1984.
Se i pochi che leggeranno queste righe sono interessati alla biografia di questo autore britannico, morto ormai da quasi trent’anni, che – oltre ad essere paradigmatica delle inquietudini della generazione uscita dalla seconda guerra mondiale con l’illusione di poter costruire un mondo diverso e migliore attraverso percorsi di liberazione individuale – costituisce a mio modo di vedere la base stessa della scrittura di Raymond e lo spunto per le atmosfere che si ritrovano nei suoi romanzi, potranno trovarne un sunto proprio nel commento ad Aprile è il più crudele dei mesi.
Dico subito che l’appello che avevo concesso all’autore è parzialmente superato: forse proprio per essere il primo episodio della serie, E morì a occhi aperti è sicuramente un romanzo più interessante e meglio congegnato di Aprile è il più crudele dei mesi, nel quale l’autore evita di esagerare con il grand guignol e l’infarcitura del racconto con quelli che ho definito luoghi comuni del genere noir. Allo stesso tempo va comunque rimarcato che Raymond rimane comunque sicuramente un autore minore, la cui scrittura risente di un certo dilettantismo che non gli consente di consegnare al lettore opere che eccellano veramente, sia pur nell’ambito del genere.
In E morì a occhi aperti fa dunque la sua prima comparsa il sergente, l’anonimo poliziotto londinese della sezione di polizia A14, detta Factory, che si occupa dei delitti irrisolti, in pratica di quei delitti che, coinvolgendo povera gente dei bassifondi della città, non balzano agli onori della cronaca e non garantiscono quindi visibilità mediatica e opportunità di carriera a chi se ne occupa. È forse utile riportare come il sergente, che narra in prima persona, presenta la Sezione in cui lavora, perché questo passo ci fornisce anche uno squarcio preciso della visione politica dell’autore, che a mio avviso ha una rilevanza non marginale nel contenuto dei suoi romanzi.
”Il fatto che la sezione A14 sia di gran lunga la più impopolare ed evitata del corpo dimostra solo, dal mio punto di vista, che avrebbe dovuto essere creata molto prima. Non andiamo a genio agli intellettuali di sinistra, ai politicanti radicali a ai loro accoliti, ma ci vuol pure qualcuno che faccia i lavori che loro non farebbero mai. Non andiamo a genio agli agenti in uniforme, né agli investigatori in borghese del CID e tantomeno a quelli del Nucleo Operativo. Il nostro lavoro riguarda le morti oscure, apparentemente irrilevanti e futili, di persone di cui non importa e non è mai importato niente a nessuno”.
Nell’universo letterario di Raymond, ad una società divisa in classi corrisponde dunque una polizia divisa in classi, di cui la Factory rappresenta il proletariato: visibilità nulla, scarse prospettive di carriera, indagini confinate negli ambienti del degrado sociale urbano; sono proprio questi, d’altro canto, gli aspetti professionali che in un certo qual modo attirano il protagonista e lo fanno restare alla Factory, in quanto gli garantiscono massima libertà d’azione e la possibilità di occuparsi degli ultimi.
È interessante notare come gli strali dell’anarchico Raymond si abbattano innanzitutto sull’intelligencija e sulla politica di sinistra. Ma su questo sarà necessario tornare.
Come spesso accade nei noir e nei gialli, il romanzo inizia con il ritrovamento di un cadavere. In questo caso si tratta di quello di Charles Locksey Alwin Staniland, cinquantuno anni, ucciso con una ferocia inaudita da innumerevoli colpi di mazzuolo, che gli hanno spezzato le braccia, le gambe e sfondato la faccia. Bowman, il volgare ed arrivista ispettore di Scotland Yard che si occupa solo di casi che gli possano dare visibilità, lascia volentieri il caso al sergente.
Staniland infatti era un poveraccio, un marginale: scrittore fallito, sposato con una figlia, si era trasferito in cerca di miglior fortuna nel sud della Francia, dove la moglie lo aveva lasciato a causa del suo alcolismo e della sua perenne crisi esistenziale. Tornato a Londra devastato dalla fine del rapporto coniugale e dalla forzata lontananza dalla figlia che adora, sprofonda in un baratro sempre più cupo, anche dal punto di vista economico. Si innamora infine di una prostituta incontrata in un locale dei bassifondi, Barbara, che però lo umilia per la sua impotenza sessuale e sembra legata ad un equivoco personaggio, grasso e viscido, che lui chiama il Cavaliere Ghignante e lo minaccia per il suo stare addosso a Barbara.
Questi ed altri particolari della vita e della personalità di Staniland il sergente li viene a sapere perché nello squallido appartamento in cui abitava sono state ritrovate lettere ed appunti, ma soprattutto numerose audiocassette cui Staniland ha affidato, nel corso dei suoi ultimi anni di vita, il racconto di episodi di vita e le sue riflessioni sul mondo in cui viveva e su ciò che gli stava accadendo. Questa sorta di diario sonoro permette al sergente di rintracciare le persone che hanno avuto a che fare lui, esplorando il degradato e violento universo urbano e sociale che caratterizza i quartieri popolari della Londra thatcheriana, fatto di casermoni fatiscenti nei quali si aggirano piccoli e grandi delinquenti, tra disoccupazione, disperazione, droga ed alcool. Il passo in cui, descrivendo il degrado di Battersea, Raymond afferma: ”Battersea è un esempio emblematico di una situazione nazionale disperata, in cui solo una successione di governi tipicamente britannica ha potuto cacciarci” va nella direzione, già vista sopra, di una accusa collettiva alla classe politica al potere, sia essa laburista o conservatrice. Al netto di una certa dose di qualunquismo che sicuramente ha caratterizzato lo scrittore, figlio della upper class inglese e sicuramente intriso del libertarismo astratto che connotava, particolarmente nel mondo anglosassone, quella generazione ribelle, ciò è a mio avviso indizio preciso del fatto che Raymond avesse colto come il trionfo thatcheriano fosse figlio anche, se non prevalentemente, della autonormalizzazione di una sinistra che già allora stava abbandonando i suoi valori fondanti per ritirarsi verso lidi elitari e di sostanziale condivisione della struttura socio-economica liberale.
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