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Un apologo sociale di rara lucidità

JacobesuoFratelloRecensione di Jacob e suo fratello, di George Eliot

Marsilio, Letteratura Universale, 1999

Inizio la conoscenza di George Eliot, grande autrice dell’800 inglese, non dalla lettura di uno dei suoi celebrati romanzi, ma da un’opera minore, una novella pubblicata poco meno di vent’anni fa da Marsilio con la consueta cura, ancora fortunatamente disponibile.
Jacob e suo fratello fu scritto dalla quarantenne Mary Ann Evans nel 1860, a cavallo di due delle sue opere più importanti, Il mulino sulla Floss e Silas Marner, e riprende, sotto forma quasi di apologo satirico, le tematiche di critica sociale che caratterizzano la sua letteratura.
Il protagonista della vicenda è David Faux, un giovane che vive nella campagna inglese nei primi decenni dell’800. È pasticcere, ma progetta di andare nelle Americhe convinto di potere fare fortuna, influenzato com’è dalla descrizione delle Indie Occidentali come paese del bengodi che trova nelle sue scarse letture. Approfittando dell’assenza da casa di genitori e fratelli, ruba alla madre 20 ghinee che questa teneva nascoste nell’angolo di un cassetto della biancheria, andandole a nasconderle nel bosco, da cui intende recuperarle il giorno dopo, partendo senza attirare sospetti. Purtroppo, mentre sta nascondendo le monete nella cavità di un albero giunge Jacob, uno dei suoi fratelli, che è idiota ma vede le monete di cui potrebbe sicuramente riferire ai genitori. David mantiene il suo sangue freddo e convince il fratello che lasciando le ghinee nascoste queste si trasformeranno in caramelle (Jacob è particolarmente ghiotto di dolci), ottenendo il suo silenzio.
La mattina dopo David lascia la casa prima dell’alba, ma nel bosco trova Jacob che sta controllando se la trasformazione in caramelle sia già avvenuta. Dicendogli che è troppo presto e che bisogna trovare un altro posto David riesce infine a far ubriacare Jacob e, lasciatolo addormentato in una locanda, parte per Liverpool.
Circa sei anni dopo questi fatti giunge nella piccola e arretrata cittadina di Grimworth uno sconosciuto, Edward Freely, il quale affitta una casa sulla piazza del mercato e apre un esercizio che, visto il gusto inglese dell’epoca, oggi definiremmo una rosticceria con pasticceria. La nuova attività è accolta inizialmente con diffidenza dalle famiglie bene di Grimworth, le cui signore sono abituate a preparare in casa i piatti per la cena; inoltre Freely, di cui si comincia a sapere che ha viaggiato molto per mare, non è visto di buon occhio dai notabili della comunità, sia per la sua professione piccolo-borghese sia per il suo oscuro passato.
Dopo poco, però, qualche signora rompe gli indugi e inizia ad acquistare i piatti e i dolci preparati da Freely, che alla prova dei fatti piacciono molto. In breve Freely inizia a fare buoni affari e il velo di diffidenza nei suoi confronti si dissolve, anche perché si rivela abile nell’adulazione, nel vantare conoscenza del mondo e nell’attribuirsi le migliori virtù morali e religiose. Continua a leggere “Un apologo sociale di rara lucidità”

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Un altro capolavoro introvabile del “Naturalista della crisi”

OccasionediUccidereRecensione de L’occasione di uccidere, di Heimito von Doderer

Garzanti, Narratori moderni, 1983

Eccomi di nuovo reduce dalla lettura di un romanzo di Heimito von Doderer, e di nuovo costretto a lamentarmi del modo scandaloso in cui si comporta l’editoria italiana, che da molti anni ci impedisce di fatto di conoscere l’opera di questo autore.
Sino a un paio di decenni fa Doderer era edito nel nostro Paese dalle più prestigiose case editrici: i suoi capolavori – I demoni, La scalinata e Le finestre illuminate – facevano parte delle collane Einaudi, e questo meno noto L’occasione di uccidere (sbilenca versione del titolo originale Ein Mord, den jeder begeht, tradotto nientedimeno che da un giovane Aldo Busi) era stato stampato da Garzanti nel 1983. Dopo, il nulla: neppure Adelphi, che nel frattempo si era presa l’onere di riscoprire pressoché tutta la letteratura mitteleuropea, dedica un solo titolo a questo autore viennese.
Eppure anche la lettura di questo romanzo non fa che confermare, a mio avviso, l‘assoluta grandezza di Doderer nel panorama non certo asfittico della letteratura austriaca a cavallo tra gli anni ’30 del XX secolo e i primi decenni del dopoguerra. Un consiglio che mi sento di dare è quindi quello di far entrare L’occasione di uccidere nella propria libreria acquistandolo nei circuiti dell’usato, dove è ancora disponibile a prezzi più che accessibili.
Questo romanzo risale agli anni tedeschi di Doderer, ed apparve nel 1938. Il dato temporale è oltremodo importante, perché l’autore si trasferì in Germania nel 1936, aderendo al partito nazista tedesco dopo essere stato membro di quello austriaco; dal nazismo si distaccò solo nel 1940, con la conversione al cattolicesimo. L’occasione di uccidere è quindi il romanzo scritto da un Doderer pienamente nazista, o che quantomeno ha appena iniziato a prendere le distanze da quella ideologia. Si deve dire subito, però, che nel romanzo, che pure è ambientato in Germania tra la prima guerra mondiale e il periodo immediatamente precedente l’ascesa al potere di Hitler, non c’è traccia dell’adesione dell’autore al nazismo: vi si ritrova invece, come vedremo, quel distacco dalla storia che caratterizzerà tutta l’opera di Doderer, e che contribuisce a renderla così affasciante da un lato e così controversa dall’altro. Continua a leggere “Un altro capolavoro introvabile del “Naturalista della crisi””

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Il romanzo minore di un autore minore

InTerraOstileRecensione di In terra ostile, di Philip K. Dick

Einaudi, Tascabili Vertigo, 1999

Philip K. Dick non ebbe una vita facile, né dal punto di vista personale né da quello letterario. I suoi romanzi di fantascienza furono pubblicati, lui vivente, su riviste e collane di genere, non permettendogli mai di raggiungere una accettabile sicurezza economica. Tra dipendenza dall’anfetamina, visioni mistiche, cinque matrimoni e periodi di assoluta povertà morì d’infarto nel 1982, mentre si stava girando il primo film tratto da uno dei suoi romanzi, il celeberrimo Blade runner di Ridley Scott.
Come spesso accade, fu solo dopo la sua morte, e in gran parte proprio grazie al successo di Blade runner, che la sua opera venne rivalutata, ed oggi Dick è considerato uno dei padri nobili della letteratura postmoderna nordamericana, un autore che – attraverso un personalissimo uso di distopie e ucronie – ha saputo raccontarci le angosce e le contraddizioni della società statunitense del dopoguerra, dagli anni ‘50 intrisi di ottimismo da un lato e di anticomunismo maccartista associato all’incubo nucleare dall’altro, alle utopie della grande rivolta giovanile degli anni ‘60 e 70, sino a giungere ai prodromi della controrivoluzione reaganiana i cui dogmi neoliberisti ci affliggono ancora oggi.
Personalmente, per quel poco che ho letto sinora della ponderosa produzione letteraria di Dick, dubito non poco di questa sua asserita grandezza assoluta. Certo, i suoi mondi sono in genere angoscianti e riflettono le logiche di una società disumanizzante ed alienante come quella del tardo capitalismo statunitense che si prepara ai fasti della globalizzazione, nelle sue distopie non è difficile ritrovare l’eco delle sue vicissitudini esistenziali, della sua vita di vittima costretta ai margini di quella società, ma ciò a mio avviso non basta per farne un autore di prima grandezza. I limiti della scrittura di Dick, la sua incapacità strutturale di utilizzare la parola scritta secondo modalità coerenti con gli oggetti delle sue narrazioni emergono ad ogni pagina, costringendolo spesso a tecnicismi che finiscono per far prevalere la cornice descrittiva rispetto all’essenza – che pure c’è – delle sue storie. Che differenza, in questo senso, rispetto ad un altro scrittore postmoderno al quale viene spesso associato: Thomas Pynchon. Se in qualche modo possiamo definire entrambi come scrittori del caos, non può sfuggire che il caos di Pynchon, a differenza di quello di Dick, è supportato da un coerente caos narrativo del tutto assente in Dick, il quale si trova costretto – sicuramente anche perché scriveva per vendere, per sopravvivere (lui stesso si definì sempre uno scrittore commerciale) – entro un orizzonte formale piuttosto ristretto. Continua a leggere “Il romanzo minore di un autore minore”

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I Vitelloni in Fiandra, durante la guerra

LaSofferenzadelBelgioRecensione de La sofferenza del Belgio, di Hugo Claus

Feltrinelli, Universale economica, 2003

Il Belgio è un paese di cui tutto sommato sappiamo poco. Bruxelles, Bruges, le birre e il cioccolato, per quelli della mia età il fatto che arrivasse invariabilmente ultimo a Giochi senza frontiere, ogni tanto il sentore di problemi tra francofoni e fiamminghi, riportati dai quotidiani spesso in chiave quasi folcloristica.
Quanti sanno che è stato il protagonista di una delle più brutali e crudeli pagine del colonialismo europeo in Africa, quella del Congo sotto Leopoldo II? Quanti ancora ricordano che nell’immediato dopoguerra fu una delle mete principali della nostra emigrazione, che grazie a un patto scandaloso garantiva all’Italia una certa quantità di carbone per ogni uomo mandato a lavorare nelle miniere del Pays noir e che portò, tra l’altro, alla tragedia di Marcinelle?
In campo artistico, spesso tendiamo ad attribuire artisti e prodotti belgi agli ingombranti vicini. Così la grande arte fiamminga del XV e XVI secolo riteniamo sia essenzialmente olandese, mentre in genere sono per noi francesi autori come Magritte, Simenon, Yourcenar (belga per ascendenze), come pure alcuni dei più conosciuti fumetti, quali Tintin, Luky Luke, i Puffi.
Tra i grandi intellettuali belgi del secondo dopoguerra va annoverato sicuramente Hugo Claus, autore di poesie, opere teatrali e di una quindicina tra romanzi e novelle, che nel nostro paese è tuttavia conosciuto quasi esclusivamente per quella che è ritenuta la sua opera più importante, La sofferenza del Belgio.
Si tratta di un bildungsroman largamente autobiografico, che narra l’adolescenza e la prima giovinezza di Louis Seynaeve, rampollo di una famiglia della piccola borghesia fiamminga, nel periodo compreso tra la primavera del 1939 e l’immediato dopoguerra.
Incontriamo Louis, undicenne, in un collegio di suore cattoliche, dove vige una rigida e formale disciplina, e in cui nessuna suora, tranne una, sembra avere sentimenti, se non d’amore cristiano, almeno d’affetto per i ragazzi. L’educazione viene impartita a colpi di paura per le punizioni divine, odio per i comunisti atei che vogliono conquistare il mondo e patriottico amore per il cattolico Belgio e il suo re. Louis è un ragazzo tranquillo: per resistere all’asfissiante atmosfera del collegio ha fondato, con alcuni altri ragazzi tra cui l’amico del cuore Vlieghe, il gruppo degli Apostoli, sorta di setta segreta con accenni cattolico-esoterici dotata di propri rituali e codice d’onore. Il gruppo compie piccole ed innocenti trasgressioni al regolamento, tra le quali l’epica visita notturna agli inviolabili appartamenti delle suore per visitare una di esse, Sorella Sint Gerolf, isolata da anni per la sua demenza. Sin da queste prime pagine del libro emerge la fantasia di Louis, che spesso (come ogni ragazzo, del resto) immagina avventure fantastiche e sogna di essere un eroe; non di rado ricorre a bugie per schivare punizioni o millantare la sua conoscenza del mondo. Immagina in particolare il mondo dei Miezers, piccoli esseri che rappresentano il confuso desiderio di Louis di evadere da una realtà che sente come opprimente. Continua a leggere “I Vitelloni in Fiandra, durante la guerra”

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L’ambiguità del linguaggio al tempo delle parole d’ordine categoriche

LaMoglieIngenuaeilMaritoMalatoRecensione di La moglie ingenua e il marito malato, di Achille Campanile

Rizzoli, BUR, 2003

A detta dei critici, La moglie ingenua e il marito malato, romanzo del 1941, non è da considerarsi una tra le opere maggiori di Achille Campanile; tuttavia dalla sua lettura si possono trarre utili indicazioni sul peculiare modo di scrivere e di essere umorista di questo autore, sicuramente eccentrico rispetto al panorama del novecento letterario italiano.
Uno dei grandi spunti che Campanile utilizza nel corso di tutta la sua opera per costruire il suo umorismo è dato dalle ambiguità del linguaggio, dal diverso significato che le parole assumono a seconda del contesto fattuale in cui le utilizziamo oppure intrinsecamente, in quanto portatrici di diverse tipologie di significato (significato letterale, metaforico, significati multipli dello stesso termine etc.). La confusione che si può generare quando persone diverse attribuiscono – parlando tra di loro – allo stesso termine significati diversi genera situazioni paradossali. Celeberrimo, e irresistibile, a questo proposito è l’episodio dell’acqua minerale, nel quale il diverso uso dei termini naturale e legittimo genera la più totale anarchia comunicativa.
Nel caso de La moglie ingenua e il marito malato lo spunto di partenza per la costruzione dell’intero romanzo è proprio di questo tipo: la locuzione avere le corna è universalmente (almeno nel nostro Paese) utilizzata per indicare metaforicamente chi è oggetto di tradimento da parte del partner. Se però a qualcuno spuntassero realmente un paio di corna in testa, che equivoci genererebbe dire di lui che ha le corna? Attorno a questo apparentemente esile spunto Campanile è in grado di costruire una sarabanda di equivoci e situazioni paradossali che sostanzialmente tengono, da un punto di vista narrativo, per l’intera durata del romanzo.
In molte altre delle sue opere narrative la trama è talmente esile da essere di fatto solo un pretesto per raccontare storie parallele e digressioni, per far interagire direttamente lo scrittore con il lettore, per permettergli di dipanare i suoi strepitosi calembour: tanto disarticolata, frammentata è la trama, che alcuni commentatori hanno parlato, per l’opera narrativa di Campanile, di antiromanzo. Anche se, ovviamente, alcuni dei tópoi della scrittura di Campanile sono presenti anche ne La moglie ingenua e il marito malato, in questo caso ciò che caratterizza il romanzo è la coerenza della trama, che assume ad un certo punto persino i contorni di uno sgangherato giallo. Continua a leggere “L’ambiguità del linguaggio al tempo delle parole d’ordine categoriche”

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Esegesi minima e inadeguata di un monumento

CimeTempestoseRecensione di Cime tempestose, di Emily Brontë

Garzanti, Grandi libri, 1988

Ho esitato a lungo prima di decidermi a scrivere qualcosa su Cime tempestose, sia perché la lettura di questo romanzo ha scatenato in me una vera e propria orgia di sentimenti e di emozioni nei quali ho faticato a fare ordine, sia perché su questo straordinario romanzo credo sia stato davvero detto e scritto tutto, e quindi, ancora più che in altri casi, sento tutta la mia dilettantistica inadeguatezza nell’accostarmi, per tentare di analizzarlo, ad un simile monumento. Una cosa è certa: di fronte a quest’opera non mi ritraggo dall’utilizzare termini iperbolici, perché davvero la ritengo uno dei capolavori assoluti della letteratura di ogni tempo (perlomeno della letteratura di cui ho una qualche cognizione).
In Cime tempestose c’è tutto: l’epica, la tragedia, la spietata analisi dell’animo umano – condotta con un approccio che oserei definire psicanalitico oltre un cinquantennio prima che la psicanalisi fosse inventata, la sottile ma implacabile critica alla costruzione sociale, l’ironia e molto altro ancora.
È dalla forma di questo romanzo che vorrei prendere le mosse, perché a mio avviso da un lato essa ci svela molte cose del contenuto, e dall’altro costituisce il primo indizio della grandezza di questa scrittrice, il segno della sua consapevolezza, la prova che nulla nella scrittura di Emily Brontë è lasciato al caso.
Cime tempestose è composto da 34 capitoli: le vicende della prima generazione, nelle quali prevale il tema dell’amore, si concludono esattamente a metà, dopo 17 capitoli, mentre i rimanenti, in cui prevale la vendetta, sono dedicati alla seconda generazione. Ancora: i primi tre capitoli sono una sorta di prologo, durante i quali il primo narratore, Lockwood, prende contatto con i luoghi e i personaggi dell’azione; è dal quarto capitolo che Nelly Dean (la seconda narratrice) inizia a raccontare le vicende degli Earnshaw e dei Linton, di Heathcliff e di Catherine. Specularmente, gli ultimi tre capitoli costituiscono l’epilogo della vicenda, narrato ancora da Nelly Dean a Lockwood dopo alcuni mesi di assenza. La corrispondenza tra i primi tre e gli ultimi tre capitoli è sottolineata dal fatto che i due blocchi iniziano entrambi con la notazione dell’anno cui si riferiscono le vicende che narrano. Una perfetta simmetria narrativa, quindi, che lascia intendere la costruzione di un progetto perfettamente formato nella mente dell’autrice, ma che soprattutto – a mio avviso – costituisce uno dei grandiosi codici cifrati di cui il romanzo è intriso. Prima però di tentare di esporre come questa simmetria delle pagine si colleghi al contenuto (ai contenuti) del romanzo, vorrei porre l’attenzione su un altro aspetto non solo formale di Cime tempestose: la sua struttura narrativa a matrioska. Continua a leggere “Esegesi minima e inadeguata di un monumento”

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Un “romanzo fallito”: perché?

ShirleyRecensione di Shirley, di Charlotte Brontë

Mondadori, Oscar Grandi Classici, 1995

Nadia Fusini, nella sua bella introduzione a questa vecchia e pregevole edizione Mondadori a Shirley di Charlotte Brontë, lo definisce un romanzo “fallito”.
Questa (apparente) stroncatura mi trova d’accordo quando si guardi al risultato complessivo del romanzo rispetto alle aspettative e al taglio che l’autrice intendeva dargli, mentre non è sicuramente valida qualora si riferisca alle capacità di scrittura e di articolazione della storia e dei personaggi che Charlotte Brontë dimostra, in particolare nella prima parte dell’opera.
Quale sia il profilo che intende dare al romanzo l’autrice ce lo rivela sin dalla prima pagina, laddove dice: ”Se da questo preludio, o lettore, pensi che ti si ammannisca qualcosa di romantico… ebbene, non ti sei sbagliato di più! Pregusti sentimentalismo, poesia, sogni ad occhi aperti? Ti vai immaginando passione, emozione e melodramma? Calmati e riporta le tue speranze a un livello inferiore. Ti sta davanti qualcosa di assai concreto, di freddo e solido. E di così poco romantico come può esserlo un lunedì mattina per chi va a lavorare e si sveglia con la coscienza di dover uscire dal letto e per giunta anche di casa.”
L’intento dichiarato di Charlotte Brontë è scrivere un romanzo sociale, nel quale le materiali condizioni economiche del nord industriale dell’Inghilterra all’inizio del XIX secolo, caratterizzate dalla miseria della classe operaia acuita dalle frequenti crisi da sovrapproduzione, siano non lo sfondo astratto della storia, ma la cornice concreta entro la quale si muovono i vari personaggi, determinandone il comportamento e in qualche modo il destino.
Il romanzo è quindi ambientato in un contesto storico e territoriale attentamente definito nei primi capitoli. Siamo in un angolo appartato dello Yorkshire, nei cui piccoli villaggi si sono insediate fabbriche tessili nelle quali è impiegata la maggior parte della popolazione. Il periodo è quello delle guerre napoleoniche, ed in particolare quello successivo all’emanazione degli Orders in Council del 1807 e 1809, con i quali, in risposta al blocco operato dai francesi sul commercio britannico, la Gran Bretagna decretò il controblocco, che di fatto impediva alle potenze continentali il commercio con i francesi e i loro alleati. Una conseguenza di queste misure fu una diminuzione drastica delle esportazioni britanniche, in particolare dei prodotti dell’industria tessile, con conseguente rallentamento della produzione e licenziamenti in massa. Continua a leggere “Un “romanzo fallito”: perché?”

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Una piccola storia di ieri capace di parlarci anche dell’oggi

UnPadreeunaFigliaRecensione di Un padre e una figlia, di Emmanuel Bove

Il melangolo, Nugae, 1997

Non è molto facile per il lettore italiano imbattersi nella letteratura di Emmanuel Bove. Della variegata produzione artistica di questo scrittore francese sono disponibili meno di una decina di titoli, quasi tutti pubblicati da piccole case editrici, tra le quali si distingue il melangolo di Genova, che a Bove ha dedicato una certa attenzione pubblicando una ventina di anni fa alcune sue opere minori. Sembra del resto che l’oblio sia uno degli elementi che segna l’opera di Bove, non solo oggi e non solo nel nostro paese, se è vero che i suoi romanzi e racconti ebbero un breve periodo di successo di critica e pubblico tra la fine degli anni ‘20 e l’inizio degli anni ‘30 del secolo scorso per poi essere subito dimenticati, tanto che negli ultimi anni della sua breve vita Bove si vide rifiutati dagli editori alcuni manoscritti.
Bove muore a Parigi, quarantesettenne, all’indomani della liberazione, il 13 luglio 1945, e per oltre trent’anni non ci saranno più edizioni delle sue opere, che verranno riscoperte a partire dagli anni ‘70 prima in Francia e poi in altri paesi, sia pure in modo saltuario e piuttosto marginale.
Eppure dalla lettura di questa lunga novella edita nel 1928 emerge a mio avviso un autore di grande importanza, in grado di rappresentare efficacemente i traumi e le angosce di una società europea che aveva vissuto l’orrore della prima guerra mondiale e si avviava verso la grande crisi del ‘29, l’ascesa del totalitarismo nazista e il secondo grande conflitto del secolo. Lo sguardo di Bove verso la società del suo tempo, almeno per quello che ho tratto dalla lettura di Un padre e una figlia, è straordinariamente lucido ed affilato, affidato ad una prosa secca, fatta di frasi brevi e di dialoghi serrati, che le conferiscono una forza realistica che utilizza la migliore tradizione narrativa del naturalismo francese per scavare in profondità le pulsioni dell’animo umano nel contesto di incertezze e di falsi valori di un ambiente sociale, quello della piccola borghesia parigina tra le due guerre, che tanti fondamentali condivide con quello in cui vive oggi la nostra disorientata classe media. Continua a leggere “Una piccola storia di ieri capace di parlarci anche dell’oggi”

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Ovviamente quello delle ultime cose è un altro paese

NelPaesedelleUltimeCoseRecensione di Nel paese delle ultime cose, di Paul Auster

Einaudi, Tascabili, 2003

Paul Auster pubblica Nel paese delle ultime cose nel 1987, subito dopo La trilogia di New York, l’opera che lo portò all’attenzione del pubblico e della critica. Si tratta di un romanzo per certi versi anomalo rispetto alla produzione dello scrittore statunitense, soprattutto perché si cimenta con un genere, quello della letteratura distopica, che – almeno per il momento – lo scrittore non ha più affrontato, ed anche perché, contrariamente alla quasi totalità della sua opera narrativa, non è ambientato a New York e neppure negli Stati Uniti.
All’interno di questa cornice inusuale troviamo però in questo romanzo alcuni dei temi tipici della letteratura di Auster: il rapporto tra il linguaggio e l’oggetto della rappresentazione semantica (le cose), la struttura sociale come leviatano che costringe l’uomo ad una incessante lotta per l’esistenza, il caso come fattore determinante il corso della vita, la funzione dello scrittore e della scrittura come strumenti della memoria collettiva.
Dico subito che a mio avviso queste tematiche, indubbiamente di grande rilevanza, vengono trattate da Auster in maniera inadeguata e confusa, conferendo al romanzo un alone di superficialità, di attenzione al meccanismo della scrittura, di ossessione per l’effetto, per la bella pagina più che per il suo contenuto, che mi è capitato di riscontrare anche nelle altre opere dello scrittore statunitense che ho letto.
Aggiungendo il fatto che – come vedremo – Auster affronta il tema della società distopica da una prospettiva esterna, con un intento generale che dal mio punto di vista porta il lettore occidentale a ritrarsi in una dimensione consolatoria, ne deriva un personale giudizio di perplessità sia rispetto alla costruzione del romanzo sia rispetto al suo intento politico, a dispetto delle tante critiche entusiastiche che si trovano in rete e non solo.
Il romanzo si compone di una lunga lettera che la protagonista, la giovane Anna Blume, scrive ad un amico (il vecchio fidanzato?) da una anonima città in cui si è recata alcuni anni prima per cercare il fratello giornalista, scomparso subito dopo essere stato inviato dal suo giornale per mandare reportage sulla situazione politica, sociale e culturale del paese di cui la città è la capitale. Nel paese infatti si sono succedute rivolte e colpi di stato, e la situazione economica è precipitata. Continua a leggere “Ovviamente quello delle ultime cose è un altro paese”