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Riassuntino di fine anno

Finisce l’anno, è tempo di tirare le somme. Nel 2012 ho letto 49 libri. Grazie ad Anobii posso ordinarli in base al giudizio che ho assegnato a ciascuno. Come già detto in questo Blog, leggo quasi solo libri scritti sino al 1933: la mia classifica quindi non è relativa a novità editoriali. Spero possa ugualmente essere di stimolo a qualcuno. Eccola: Class2012

La delusione maggiore è stata forse Saroyan. Non che mi aspettassi moltissimo, ma ho trovato un autore veramente sconcertante, che descrive il piccolo mondo rurale americano come culla di buoni sentimenti, dove basta un po’ di ottimismo e l’accettazione del proprio ruolo sociale per essere felici. Anche la Berberova de La sovrana non mi ha dato molto, considerando le potenzialità della storia.

Tra i libri che mi sono piaciuti di più ci sono ovvii capolavori (Balzac, Mann, Stendhal, Baudelaire, Turgenev) ma vorrei in particolare segnalarne due: Jusep Torres Campalans di Aub e Il cielo è dei violenti di Flannery O’Connor: quest’ultimo in particolare fa da contraltare allo sdolcinato ottimismo di Saroyan, restituendoci l’angoscia e la disgregazione dei valori dell’America profonda.

Di tutti i libri che ho letto si possono trovare le mie recensioni qui (Alcune le duplico su questo Blog).

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Il tragico teatro del potere

Rom_TeatraleRecensione di Romanzo Teatrale di Michail A. Bulgakov

Einaudi, Nuovi coralli 177, 1973

Dopo la grande scorpacciata di note e saggi che ha accompagnato Il grande cancelliere, la lettura di questa scarna edizione Einaudi di Romanzo teatrale, nella quale non vi è neppure una prefazione e l’unico breve commento è quello in quarta di copertina, mi ha lasciato un po’ insoddisfatto. Non il romanzo in sé, che pur essendo incompiuto rivela la ovvia grandezza di Bulgakov, ma proprio il fatto che per comprenderlo appieno forse erano necessarie note e spiegazioni.
Infatti il testo abbonda di personaggi che rimandano direttamente all’ambiente culturale e in particolare teatrale della Mosca degli anni ’30, nella quale Bulgakov si muoveva scontrandosi (è questa una delle tematiche fisse della sua produzione letteraria) con la rigidità ideologica del potere staliniano. Molte delle figure che popolano il romanzo hanno come modello scrittori, critici, funzionari di teatro che Bulgakov conosceva bene ma che a noi rimangono ignoti per la mancanza di testi di accompagnamento.
Il romanzo di Bulgakov è come al solito scoppiettante, divertente e scritto con quello stile asciutto, ironico-espressionista che è la cifra dello scrittore.
Ovviamente le vicende del debuttante Maksudov, che entra nel mondo culturale moscovita scrivendo un romanzo ed un dramma teatrale, trovandosi ben presto avvolto nell’assurdità del clima culturale dell’epoca e circondato da “colleghi” accucciati al potere e pronti a pugnalarlo alle spalle, deve essere letta appunto come una satira feroce del rapporto tra l’artista e il potere, nonché della meschinità di gran parte dell’intellettualità russa del tempo. Ma la critica bulgakoviana a mio avviso va al di là di questo specifico argomento: coinvolge il sistema, l’essenza politica del potere sovietico. Come non vedere nell’onnipotente Ivan Vasil’evič, direttore del Teatro Indipendente e depositario della ortodossa teoria della rappresentazione teatrale, la controfigura di Stalin; come non associare alla riunione dei soci fondatori del teatro, che convocano l’autore per decidere se rappresentare il suo dramma, il Politburo del Partito Comunista, dove si prendevano le decisioni che segnavano il destino dell’URSS?
Se quindi si allarga lo sguardo in questo senso, si coglie che il Teatro Indipendente è la metafora del potere sovietico, con la sua stupidità (il dramma non viene rappresentato perché “troppo buono”), i suoi totem (il busto nero di Ostrovskij, onnipresente, ricorda quello di Lenin), l’opportunismo di chi vi è soggetto (ciascun attore pensa solo ad avere una parte), la piccola e grande corruzione (i biglietti gratuiti elargiti a discrezione).
L’incompiutezza del romanzo, che pure presumibilmente ci toglie il gusto di molte pagine, non ci impedisce di capire come andrà a finire: infatti la (finta) prefazione ci dice che l’autore si è suicidato e la pubblicazione è a cura di un suo amico, che peraltro prende le distanze dal contenuto: nell’URSS staliniana era sicuramente più prudente così.

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Oscure visioni

Djuna_BarnesRecensione di La foresta della notte di Djuna Barnes

Adelphi, gli Adelphi, 1994

La notte è padrona assoluta di questo libro. Djuna Barnes ci guida con un linguaggio opulento, da altri qui definito denso, nella notte dei sentimenti e delle emozioni. La foresta è la complessità, l’estraneità delle relazioni umane.
Robin Vote è il sesso puro, animale, che invano le convenzioni sociali (rappresentate da Felix, che la sposa e le fa fare un bambino), il sentimento (Nora) e la forza (Jenny) cercano di sottomettere.
Robin scapperà sempre, e non rinuncerà mai, neppure quando pare accettare il rapporto con gli altri, alle sue fughe notturne in cerca di sesso. Alla fine, nel perfetto finale, Robin disvela la sua animalità identificandosi con un cane, facendosi lui.
Sulle vicende dei protagonisti veglia e disserta il dott. Mattew O’Connor, il cui compito è contestualizzare e sezionare gli avvenimenti, essendo comunque profondamente immerso nelle proprie macerie esistenziali (se non ho capito male l’episodio della chiesa è impotente).
Libro difficile e complesso, nel quale si intersecano diversi piani interpretativi (ad esempio il ruolo della chiesa e delle religioni), da leggere con estrema concentrazione ma al tempo stesso lasciandosi andare al ritmo del periodare e delle metafore della Barnes, che in molti casi rasentano l’onomatopea. Indubbiamente un testo figlio del suo tempo, della Parigi del surrealismo e delle avanguardie, di cui la Barnes è stata una delle vestali.
Preziosa la prefazione di T.S. Sterne.

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Un grande con la schiena diritta

Grande_CancRecensione di Il grande Cancelliere e altri inediti di Michaìl A. Bulgakov

Leonardo Editore, 1991

Ho cercato in rete questo tomo per capire se fosse ancora disponibile, naturalmente ottenendo scarsi risultati. Le librerie online più diffuse non l’hanno (solo una lo cita come “non disponibile”) e sul mercato dell’usato si trova con difficoltà.
E’ un vero peccato, perché si tratta di un volume di grande interesse, sia per lo specialista sia per il semplice lettore appassionato di Bulgakov.
Nel libro si trovano in pratica due stesure primordiali di quello che sarebbe stato il grande capolavoro del nostro, vale a dire Il Maestro e Margherita. Il primo abbozzo prende il nome di Il mago nero, mentre il secondo ha come titolo Il grande cancelliere. Mentre Il mago nero è composto di soli 8 capitoli, che rappresentano alcuni frammenti di quello che sarà il romanzo nella sua stesura definitiva, Il grande cancelliere, con i suoi 35 capitoli, è praticamente il romanzo completo, anche se poi Bulgakov ne riscriverà molte parti, avendo strappato e bruciato molti fogli degli originali manoscritti.
La lettura di questi due testi permette quindi di addentrarsi nella genesi di uno dei grandi capolavori del ‘900, e di capire, anche grazie all’imponente corredo di note, l’atmosfera politica e culturale in cui l’autore era immerso e il grande significato politico del romanzo.
Bulgakov scrive infatti il suo capolavoro nel periodo più duro dello stalinismo, quando è un intellettuale guardato con sospetto dal potere, che per poter sopravvivere (letteralmente) deve piegarsi a compromessi spesso dolorosi. La grande valenza di questi inediti sta infatti soprattutto nel permetterci di conoscere alcune delle intenzioni reali di Bulgakov rispetto ad un romanzo che avrebbe dovuto essere, e in gran parte sarà, uno straordinario atto d’accusa nei confronti della società staliniana e del conformismo di gran parte dell’intellighentsia sovietica rispetto ai brutali diktat ideologici del bolscevismo fattosi stato. Per avere la speranza di pubblicare il romanzo, tuttavia, Bulgakov tagliò, limò, in parte edulcorò le prime redazioni, arrivando a eliminare fisicamente le parti più dure e compromettenti dei manoscritti. Sappiamo che questo non gli servì: morì nel 1940 senza che il romanzo venisse completato, e la sua pubblicazione sarà possibile solo nel 1966.
Oltre ai manoscritti ed alle relative note, di grande importanza per capire la genesi del romanzo e il rapporto di Bulgakov con il potere e con Stalin in persona è la ponderosa introduzione di Victor Losev, dal titolo Bulgakov e Stalin, di oltre 60 pagine, che esplora un decennio di attività letteraria dell’autore dalla fine degli anni’20: ne esce il ritratto di un intellettuale integro, che non si piega alle lusinghe del conformismo, che a volte (come detto) accetta per sopravvivere di modificare piccole parti dei suoi scritti, ma sempre senza oltrepassare il limite della coerenza di fondo delle sue idee. I suoi NO gli sono costati l’emarginazione in vita, anche se la sua notorietà internazionale e la complessità del giudizio di Stalin nei suoi confronti gli evitarono guai peggiori.
Completano il volume oltre 100 pagine di lettere scritte da Bulgakov in quegli anni, alle autorità come agli amici.
In definitiva un ottimo libro, che coniuga il piacere della lettura romanzesca all’analisi dell’opera di un grande scrittore del ‘900, che seppe tenere la schiena dritta in un periodo terribile. Un esempio che è sin troppo facile contrapporre all’atteggiamento servile nei confronti del potere di molti intellettuali italiani in questo ultimo ventennio, nel quale per fortuna il tratto dominante non è stato quello della tragedia ma quello della farsa.

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Pornografia purissima

Fanny HillRecensione di Fanny Hill di John Cleland

Marsilio, Grandi classici tascabili, 2001

Fanny Hill è un libro pornografico, perché descrive esplicitamente e minuziosamente numerosi atti sessuali. Fanny Hill è anche un piccolo capolavoro. E’ la storia di una ragazza di campagna che, divenuta orfana, va a Londra in cerca di fortuna e, naturalmente, incappa in chi vuole sfruttarne le grazie per denaro. Ma Fanny è una “donna di piacere” anzitutto perché ama il piacere, e quello che nelle prime pagine poteva sembrare il doloroso destino di una giovanetta destinata a farsi sfruttare si trasforma prestissimo nel romanzo dell’epica scoperta del più puro piacere sessuale da parte della protagonista. Sin da subito Fanny è curiosa, vuole provare e capire cosa sia quella cosa misteriosa che le scombussola il corpo (ed in particolare alcune parti del corpo…). Fanny non ha mai remore morali o moralistiche: il sesso è bello, permette ai corpi di unirsi e di provare piacere, il corpo umano, ed in particolare gli organi più interessati all’attività, sono strumenti magnifici del piacere. L’amore, quando lo si incontra, rende il sesso ancora più bello, ma ciò non impedisce che dal punto di vista del piacere il sesso possa essere pienamente vissuto anche “a prescindere”. Fanny quindi si innamora del bellissimo giovane con cui fa all’amore per la prima volta, ma quando questo viene allontanato da lei continua ad avere molte leggiadre avventure sessuali, divenendo prostituta proprio per poter continuare a fare nuove esperienze. Quando ritrova l’amato Charles riacquista la possibilità di sommare l’amore al sesso, arrivando alla felicità assoluta (trovo molto bello che Charles non “perdoni” ma proprio non badi al suo passato, che pure lei gli racconta subito): a quel punto può rientrare nei ranghi, sposarsi, fare figli e guardare con occhio critico al passato. Molto probabilmente il finale è il prezzo pagato da Cleland alla scandalosità del romanzo. La grande cifra del libro sta, secondo me, nel modo gioioso e giocoso in cui viene visto il sesso, anche se (non si può pretendere tutto da un autore di 250 anni fa) comportamenti sessuali meno “mainstream” di quelli tra uomo e donna vengono condannati. Il gioco e la gioia traspaiono anche dal linguaggio che Cleland usa per descrivere organi e atti, davvero perfetto credo anche grazie alla traduzione (non a caso di una donna). Ancora, è stupefacente davvero come un uomo abbia potuto descrivere così bene (almeno ritengo…) il piacere femminile. E vengo alla grande domanda: si poteva scrivere un libro così senza renderlo pornografico, ovvero senza entrare nei dettagli? Secondo me no. Non è possibile mettere il sesso in quanto tale al centro della storia senza che il sesso sia descritto per quello che è, senza descrivere dettagliatamente “come funziona”. In questo senso mi sento di dire che la pornografia, anche quella odierna, è una delle forme di rappresentazione più oneste che vi siano, perché rappresenta esattamente ciò che vuole comunicare. Può esservi pornografia eccitante o deprimente, coinvolgente o noiosa, bella o brutta, ciascuno di noi può scegliere se e quale pornografia accettare, ma si deve riconoscere la sua onestà intellettuale, soprattutto se confrontata con altre forme striscianti di ammiccamento sessuale che dilagano nei palinsesti televisivi.

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Anna la mite non può che sottomettersi

Annadelle5cittaRecensione di Anna delle cinque città di Arnold Bennett

Garzanti, i grandi libri, 1977

Anna delle cinque città, romanzo scritto da Arnold Bennett a cavallo tra ‘800 e ‘900, è stato per me, che non conoscevo questo autore, una piacevolissima sorpresa.
Il libro si inserisce infatti a pieno titolo nel filone, tipicamente britannico, dell’analisi e della critica delle relazioni sociali determinatesi nella società industriale inglese dell’800.
L’ambientazione è quella di un “distretto industriale della ceramica”, dove gli unici valori riconosciuti sono quelli del successo economico e sociale.
Tutti soggiacciono a questa logica, tutti ragionano solo in termini di soldi e di promozione sociale.
Il padre dell’eroina è un vecchio avaro, ed almeno ha il pregio di esplicitare i valori in cui davvero crede.
Enrico, il giovane che si fidanza con Anna, è invece la figura più ambigua del romanzo: apparentemente altruista e generoso, attivista della locale chiesa Wesleyana, in realtà ha in mente solo il successo imprenditoriale, non esita a trarre profitto dalle disgrazie altrui ed il suo amore per Anna aumenta considerevolmente quando viene a conoscenza della reale entità del patrimonio di lei.
La famiglia Sutton, altra coprotagonista del libro, rappresenta la classe dominante tutta tesa al consolidamento del proprio potere. L’affetto per Anna dei suoi membri è rigidamente definito dalle pareti delle convenzioni sociali.
Solo Anna, la mite Anna, protagonista, ha una sensibilità diversa, carica di pietà umana nei confronti di chi non ce la fa. Questo diverso modo di pensare, tuttavia, non sfocia in una ribellione aperta, ma soltanto in piccoli atti che devono rimanere segreti, pena la perdita del proprio status e la probabile espulsione dalla società. Alla fine del romanzo Anna, pur cosciente dei propri sentimenti, seguirà la strada tracciata dalle convenzioni e si avvierà verso una vita che Bennett ci ha anticipato essere priva di ogni felicità.
Proprio questo è il fascino del libro: il suo essere una dolente presa d’atto che alle regole imposte dalla società non può sfuggire neppure chi le sente profondamente ingiuste.
Bennett ci racconta tutto questo con uno stile pacato e dimesso, evidenziato dalla traduzione “antica” di Ada Salvatore (i nomi dei protagonisti sono in italiano, ampio uso del passato remoto, abbondanza di termini desueti), in cui emerge il suo sguardo desolato, che pur senza toccare temi direttamente sociali (ad esempio manca totalmente ogni accenno agli elementi di ingiustizia che caratterizzano altri autori dell’Inghilterra industriale) ci consegna un’immagine cruda di quella società e delle sue regole.
L’elemento meno convincente del libro è rappresentato dalla prefazione di Vittoria Sanna, che si lancia in una interpretazione tutta intimistica contraddetta dai complessi tasselli che costituiscono il romanzo.

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Da leggersi con dedizione assoluta

Libri ProRecensione di Libri profetici di William Blake

Bompiani, Tascabili, 1986

Purtroppo questa edizione Bompiani sostanzialmente tradisce Blake e non permette di apprezzarne totalmente la complessità espressiva. Infatti, dalla prefazione di Roberto Sanesi veniamo a sapere che l’autore di fatto pubblicava da solo le sue opere, corredandole di illustrazioni da lui stesso incise e che queste stesse illustrazioni costituiscono una parte essenziale della poetica di Blake. Nella esegesi dei singoli libri profetici, Sanesi descrive le illustrazioni più significative per spiegare le a volte oscure ed arcane visioni blakeiane. Orbene, di queste incisioni nel libro non vi è traccia, eccezion fatta per alcuni frontespizi dei singoli libri, peraltro stampati malissimo. Va bene il libro economico, ma questa di fatto è un’edizione non integrale, una specie di bignami. Mi auguro che edizioni diverse siano in grado di restituire appieno la complessità di questo testo a suo modo “multimediale”.
Detto questo, consiglio di avvicinarsi ai Libri profetici armati di una assoluta concentrazione, meglio se premuniti della lettura di alcuni saggi sull’autore, compresa quella della prefazione di Sanesi, ed accompagnando la lettura di ogni periodo, di ogni verso, con quella delle note al testo. Solo così sarà possibile decifrare la grande forza eversiva di Blake, il profondo significato politico e sociale dei suoi versi, della sua mitologia.
Blake visse in Gran Bretagna tra rivoluzione americana, rivoluzione francese, periodo napoleonico e restaurazione. Tempi duri ed estremi, da cui Blake trae spunto per fornirci delle chiavi di lettura della realtà che, seppure trasfigurate sotto forma di argomenti mitici e mitologici, sono di una assoluta modernità. L’elemento base della poetica blakeiana è la consapevolezza che le convenzioni sociali, la corrente morale sessuale, il dominio della fredda ragione sono le cause dell’infelicità umana, e che solo la ribellione e l’insubordinazione rispetto all’ordine costituito può dare la speranza.
Un grande irregolare, dunque, che sicuramente merita il posto che ha assunto tra i grandi della letteratura di ogni tempo, la cui lettura ci apre la mente solo a prezzo di un notevole sforzo intellettuale. E anche questo non è poco.

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JTC è esistito davvero, anzi è ancora vivo!

JTCRecensione di Jusep Torres Campalans di Max Aub

Sellerio, il Castello, 1992

Biografia di un mai esistito pittore catalano amico di Picasso, che con lui condivise quella grande rivoluzione della pittura che è stato il cubismo, Jusep Torres Campalans è a mio avviso un capolavoro.
Il libro è suddiviso in quattro sezioni oltre a un prologo: una descrizione degli avvenimenti storici ed artistici avvenuti tra il 1886 (anno della nascita di JTC) e il 1914 (anno della sua fuga in Messico), la biografia vera e propria dell’artista, la trascrizione dei suoi appunti parigini scritti tra il 1906 e il 1914 (il Quaderno verde) e il resoconto dell’incotro tra Aub e JTC nel Chiapas nel 1955, un anno prima della morta dell’artista. Chiude il libro la riproduzione di nove quadri di JTC. Ogni sezione è accompagnata da un ricco corredo di note. Tutto inventato, tutto frutto della grandissima fantasia di Aub ma nello stesso tempo tutto terribilmente vero, tanto che prima che l’autore rivelasse tutto in molti aveno creduto alla riscoperta di questo autore sconosciuto ma fondamentale.
La figura e la vita di JTC permettono ad Aub di farci conoscere l’atmosfera culturale della Parigi degli anni prima della prima guerra mondiale, le utopie anarchiche di cui erano portatori in particolare gli emigrati catalani, le discussioni sull’arte e sulla pittura che innervavano la metropoli, le ragioni che spinsero un gruppo di giovani artisti a sovvertire i canoni della pittura, il rapporto tra arte, società e mercato.
JTC, anarchico e religioso, pur senza apparentemente credere al ruolo politico e sociale dell’arte, tanto da non esporre né vendere mai un suo quadro, getta le basi – insieme all’amico Picasso – della grande rivoluzione, ma quando scoppia la prima guerra mondiale e si rende conto che nulla è cambiato e cambierà nei rapporti umani e sociali abbandona tutto, distrugge le sue opere e si ritira nel Chiapas, a fare figli con le donne di una tribù india e a guardare le stelle nella notte senza luci artificiali. Lì lo ritroverà Aub, a metà degli anni ’50.
La vita di JTC è quindi la metafora delle grandi speranze di cambiamento che nel primo decennio del ‘900 facevano pensare all’imminenza di un mondo migliore, di come le avanguardie artistiche dell’epoca accompagnassero queste speranza e, soprattutto, narra della grande crisi dell’arte e del suo ruolo immediatamente seguita. Aub ci fa notare come molti artisti seppero adattarsi perfettamente alla nuova realtà e continuarono a proporre il loro lavoro a fini meramente commerciali. Se la risposta di JTC, sorta di Kurz artistico, è ritirarsi nella natura, il solo Picasso cerca di reinventare ancora la pittura, dopo il grande fallimento.
Bellissimi, assolutamente da non perdere, i due colloqui finali tra JTC e Aub: sono di una attualità sconvolgente e portano alla conclusione, perfettamente condivisibile, che ormai non ha più senso fare arte.

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L’arroganza di scienza e potere

ImmagineRecensione di Cuore di Cane di Michaìl A. Bulgakov

Rizzoli, BUR, 1984

Ecco un libro di cui è già stato detto e scritto tutto o quasi.
Cosa aggiungere? Forse solo il mio dissenso rispetto all’attributo di reazionario che qualche recensione su siti specializzati ha affibbiato a Bulgakov.
A mio avviso questo non è un romanzo reazionario: al contrario la sua critica alla Russia postrivoluzionaria è una critica “da sinistra”, se per sinistra si intende una attitudine politica attenta anche agli aspetti umani delle relazioni sociali.
Prima che ogni altra cosa, a mio avviso, Cuore di cane è un libro antipositivista, che ridicolizza la cieca fiducia nella scienza e nel progresso, che era sì l’asse portante del socialismo bolscevico ma che affondava le sue radici nella cultura borghese seguita alla rivoluzione industriale. Il povero Pallino è vittima di una visione del mondo, di cui Filip Filippovič Preobraženskij e Bormental sono i campioni, che pensa di poter sovvertire le leggi di natura con l’arroganza di chi crede di avere capito tutto, ottenendo ovviamente risultati disastrosi.
Certamente questa critica al positivismo assume nella società sovietica che sta tentando di forgiare l’uomo nuovo una forza peculiare, e ad essa si somma la critica alla stupidità e alla burocratizzazione del potere che già costituiva il tratto distintivo dei tempi: tuttavia io credo che Bulgakov avrebbe potuto scrivere lo stesso romanzo (o uno molto simile) anche vivendo nell’occidente dell’inizio del ‘900.
Resta da dire che la lettura di questo piccolo capolavoro è estremamente gradevole, e non sono pochi i momenti in cui si ride di gusto.
Ricordo infine che dal libro è stato tratto nel 1976 un film italiano, dallo stesso titolo, con protagonista un bravissimo Cochi Ponzoni e la regia di Alberto Lattuada.