Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Novecento, Recensioni

Grande è la confusione sotto il cielo di Germania

Recensione de L’amante indegno di Rudolf Borchardt

Adelphi, Biblioteca, 1995

L’amante indegno di Rudolf Borchardt si inscrive a pieno titolo tra la letteratura di quel particolarissimo momento della cultura di area tedesca che fu il periodo tra la fine della prima guerra mondiale e l’avvento del nazismo. Un periodo di profonda crisi, in cui erano venuti meno, per le classi dominanti, i valori e le certezze dell’età di Guglielmo II, la vita era dominata dal “disordine” economico e sociale seguito alla sconfitta e la paura di un nuovo ordine in cui i privilegi sarebbero stati persi preparava la consegna dello stato alla follia nazionalsocialista.
Il libro narra una vicenda apparentemente semplice e “familiare”: una famiglia della nobiltà terriera della Germania meridionale deve conoscere l’amante di Steffi, sorella del capofamiglia Moritz, che lo vuole sposare dopo aver divorziato dal primo marito. Konstantin è un baltico, non appartiene alla stessa classe ed è preceduto da una fama di avventuriero e dongiovanni. Da subito la famiglia erige un muro di diffidenza ed ostracismo per impedire il matrimonio: inaspettatamente, però, di Konstantin si innamora Tina, la sino ad allora irreprensibile moglie di Moritz e i due fuggono insieme. La loro storia durerà poco e Tina morirà suicida, nonostante l’invito a tornare da parte di Moritz.
Il libro può a mio avviso essere letto, oltre che come trama familiare, anche ad un altro livello, vale a dire quello dello smarrimento delle certezze della classe dominante tedesca negli anni ’20 del novecento. La famiglia di Moritz stenta a mantenere il livello di vita cui è usa, e la necessità di non frammentare le proprietà è uno dei motivi del rifiuto di far sposare Konstantin a Steffi. La perdita di status economico e sociale si traduce nella perdita dell’ordine familiare: Steffi è sin dall’inizio la “pecora nera”, la donna frivola e sventata, cui è contrapposta Tina, madre e sposa esemplare. Eppure sarà proprio Tina a rompere tutto, ad andarsene con il bell’avventuriero. Moritz, tutto sommato, accetta la sconfitta, capisce che non può far nulla per fermare Tina, ed è logico che i suoi tentativi di “perdonarla” non abbiano successo: non è possibile ricostruire l’ordine antecedente, né quello sociale né quello familiare. E’ sintomatico, a questo proposito, che Tina, pur di non tornare dove era stata apparentemente felice, si adatti a suonare il pianoforte nei cinematografi ed in seguito vada a fare la puericultrice negli USA. Ad ulteriore riprova del “disordine” in cui è precipitato il mondo c’è la vicenda, parallela a quella principale, del fattore Müschler, che va letta con estrema attenzione e che tocca l’acme (che rappresenta anche l’acme del libro intero) nel suo colloquio con Tina.
Come dice il risguardo di copertina (nel libro mancano purtroppo una pre od una postfazione) nel mondo di Borchardt non c’è remissione e non potrebbe esserci, considerando che tra il prima e il dopo c’è stata di mezzo una immane tragedia. Il problema principale è che questa età di mezzo sta preparando una tragedia ancora più grande. Sembra di vederlo, il saggio e pacato Moritz, pochi anni dopo, vestito di camicia bruna.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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