Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Recensioni

Anna la mite non può che sottomettersi

Annadelle5cittaRecensione di Anna delle cinque città di Arnold Bennett

Garzanti, i grandi libri, 1977

Anna delle cinque città, romanzo scritto da Arnold Bennett a cavallo tra ‘800 e ‘900, è stato per me, che non conoscevo questo autore, una piacevolissima sorpresa.
Il libro si inserisce infatti a pieno titolo nel filone, tipicamente britannico, dell’analisi e della critica delle relazioni sociali determinatesi nella società industriale inglese dell’800.
L’ambientazione è quella di un “distretto industriale della ceramica”, dove gli unici valori riconosciuti sono quelli del successo economico e sociale.
Tutti soggiacciono a questa logica, tutti ragionano solo in termini di soldi e di promozione sociale.
Il padre dell’eroina è un vecchio avaro, ed almeno ha il pregio di esplicitare i valori in cui davvero crede.
Enrico, il giovane che si fidanza con Anna, è invece la figura più ambigua del romanzo: apparentemente altruista e generoso, attivista della locale chiesa Wesleyana, in realtà ha in mente solo il successo imprenditoriale, non esita a trarre profitto dalle disgrazie altrui ed il suo amore per Anna aumenta considerevolmente quando viene a conoscenza della reale entità del patrimonio di lei.
La famiglia Sutton, altra coprotagonista del libro, rappresenta la classe dominante tutta tesa al consolidamento del proprio potere. L’affetto per Anna dei suoi membri è rigidamente definito dalle pareti delle convenzioni sociali.
Solo Anna, la mite Anna, protagonista, ha una sensibilità diversa, carica di pietà umana nei confronti di chi non ce la fa. Questo diverso modo di pensare, tuttavia, non sfocia in una ribellione aperta, ma soltanto in piccoli atti che devono rimanere segreti, pena la perdita del proprio status e la probabile espulsione dalla società. Alla fine del romanzo Anna, pur cosciente dei propri sentimenti, seguirà la strada tracciata dalle convenzioni e si avvierà verso una vita che Bennett ci ha anticipato essere priva di ogni felicità.
Proprio questo è il fascino del libro: il suo essere una dolente presa d’atto che alle regole imposte dalla società non può sfuggire neppure chi le sente profondamente ingiuste.
Bennett ci racconta tutto questo con uno stile pacato e dimesso, evidenziato dalla traduzione “antica” di Ada Salvatore (i nomi dei protagonisti sono in italiano, ampio uso del passato remoto, abbondanza di termini desueti), in cui emerge il suo sguardo desolato, che pur senza toccare temi direttamente sociali (ad esempio manca totalmente ogni accenno agli elementi di ingiustizia che caratterizzano altri autori dell’Inghilterra industriale) ci consegna un’immagine cruda di quella società e delle sue regole.
L’elemento meno convincente del libro è rappresentato dalla prefazione di Vittoria Sanna, che si lancia in una interpretazione tutta intimistica contraddetta dai complessi tasselli che costituiscono il romanzo.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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