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Non c’è salvezza nel grande gioco del potere

LAgente SegretoRecensione de L’agente segreto di Joseph Conrad

Newton Compton, Tascabili Economici Newton, 1993

Indubbiamente Conrad è un grandissimo narratore, probabilmente uno dei più grandi. E’ incredibile pensare che l’inglese fosse per lui una lingua appresa, addirittura la terza dopo polacco e francese. Forse proprio lo sforzo che presumibilmente doveva fare per rendere in inglese le sue sensazioni fa sì che il suo linguaggio sia così ricco e suggestivo.
Ne L’agente segreto si rivela anche un maestro della suspance: sa creare tensione ed attesa, sa rallentare in modo sublime le azioni che si svolgono nelle scene centrali del romanzo, tanto da rendere quasi insopportabile la lettura, tanta è l’ansia che si crea intorno a quello che sta accadendo; usa una tecnica narrativa che non segue esattamente lo svolgersi temporale degli avvenimenti per permetterci di scoprirli a tempo debito. Non intendo entrare in particolari raccontando pezzi della storia, che va innanzitutto gustata per quello che è -un bellissimo thriller- ma posso assicurare che alcuni capitoli sono davvero memorabili, per l’avanzare lento dell’azione, sempre accompagnato dall’introiezione nella psicologia dei personaggi in essa coinvolti; su tutti, il capitolo XI, che da solo merita la lettura del libro. Non stupisce che Alfred Hitchcock abbia tratto dal libro il film Sabotaggio (Sabotage o The Woman alone, 1936) anche se non si tratta di uno dei suoi capolavori e “tradisce” il romanzo.
Il fascino maggiore del libro deriva comunque, come spesso capita negli autori più grandi, dalla stratificazione dei livelli che lo compongono. Quello della storia in sé è naturalmente il più immediato da percepire, ma a questo si accompagna subito quello dell’atmosfera generale del libro, che è cupa e torbida come la storia. Tutti i personaggi che si affacciano nella storia sono brutti, grotteschi, a volte deformi, inadeguati rispetto al ruolo che intendono assumere, quando non decisamente malvagi. Tutti sembrano essere semplici pedine di un gioco molto più grande di loro, di cui è impossibile capire le regole, chi le ha stabilite, ma anche ribellarsi ad esse. In questo senso Mr Verloc, il protagonista, è esemplare: pur essendo un personaggio decisamente negativo, responsabile di nefandezze e codardia, pure fa quasi pena, e Conrad si premura di descrivercelo nella sua intimità familiare come un marito premuroso. Abbastanza paradossalmente rispetto all’andamento della storia quasi ci si affeziona a questo pasticcione, vittima predestinata dell’azzardo con cui conduce l’esistenza. Quasi caricaturali, poi, sono i tratti del gruppo di anarchici frequentato da Verloc, ciascuno fortemente tipizzato ma tutti caratterizzati da una infinita distanza tra ideali sbandierati e comportamenti concreti. Infine, una menzione particolare merita Mrs. Verloc, che da figura apparentemente sbiadita e secondaria si trasforma, all’acme del romanzo, nel vero deus ex machina.
Anche la città in cui si muovono questi personaggi, Londra, è sempre umida e nebbiosa, sporca, fatta di vicoli solitari e bui oppure brulicante di gente ignara ed indifferente ai drammi che si stanno consumando.
Se questi sono i punti di forza del libro, non è possibile tacere anche quelli che secondo me ne sono i difetti. Dal punto di vista della storia credo che Conrad avrebbe potuto finire prima: gli ultimi due capitoli sembrano posticci, e corrono il rischio di trasformare una storia perfetta in un melodramma. Mi piacerebbe chiedere all’autore cosa lo ha spinto a scriverli: forse il bisogno di portare sino alle estreme conseguenze il senso di mancanza di qualsiasi possibilità di riscatto che il libro trasmette. Secondo me ha ecceduto (ma chi sono io per affermare ciò?)
C’è poi la valutazione “politica” del libro, che indubbiamente ha il grandissimo pregio di denunciare il cinismo e l’amoralità del potere, ma che, come detto, riduce chi a questo potere si oppose, in quell’epoca storica, a poco più che macchiette o a soggetti dotati dello stesso cinismo ed amoralità (è il caso del professore, personaggio che non a caso chiude il libro). Ritengo che la storia del pensiero rivoluzionario a cavallo tra ‘800 e ‘900 non possa essere ridotta alla caricatura che ne fa Conrad, anche se questa è ovviamente perfettamente funzionale al messaggio disperante che il libro ci vuole trasmettere.

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Dialoghi ipnotici

FratellieSorelleRecensione di Fratelli e Sorelle, di Ivy Compton-Burnett

Garzanti, I Grandi Libri, 1982

Fratelli e sorelle è un libro ipnotico. La prosa della Compton-Burnett, fatta praticamente solo di dialoghi, dopo un primo momento di sconcerto avvolge il lettore in una atmosfera particolare, da cui è difficile staccarsi: si leggono così decine di pagine, tutte scandite dallo stesso tono, dalla stessa apparente leggerezza e fatuità, entrando a poco a poco in un mondo di relazioni tra le persone fondate sull’incommensurabile distanza tra ciò che si dice e ciò che si pensa, tra ciò che si appare e ciò che si è.
La forza del libro sta proprio nel fatto che l’autrice non ci dice queste cose: non ci sono quasi mai commenti, interpretazioni e interventi del narratore: è solo dai dialoghi, dalla giustapposizione delle frasi dette da ciascuno dei personaggi che si deve comprendere ciò che è nascosto sotto l’apparenza, dietro il significato letterale delle parole.
Si prenda ad esempio il personaggio di Sophia, centrale nel romanzo: non uno dei suoi dialoghi con i figli manca di trasudare il più assoluto amore per loro: eppure, frase dopo frase, dialogo dopo dialogo, si finisce per tratteggiare Sophia come ipocrita e tirannica nei confronti della prole.
Qui sta il grande fascino di questo libro: è stato scritto da una Dama inglese nei primi decenni del ‘900, utilizza un linguaggio che fa propri tutti i formalismi stereotipicamente tipici della società britannica, ma proprio attraverso l’uso di un tale linguaggio smaschera in maniera impietosa i vizi e le tare di quella società.
Con questa storia Ivy Compton-Burnett sembra dirci che le tare che caratterizzano l’ambiente sociale della borghesia terriera inglese sono tare strutturali: nel caso della famiglia Stace, protagonista del libro, derivano dagli stessi rapporti di parentela tra i vari membri, che sono ambigui e confusi a causa di una antica “colpa” del capostipite. Il riverbero di tale “colpa” sui nipoti impedirà loro di uscire dalla cerchia familiare, e a questi non resterà, alla fine del libro, che continuare a vivere insieme, perpetuando la confusione e l’ambiguità dei ruoli. Forse solo il piccolo Robin riuscirà a strapparsi alla maledizione degli Stace.
Del resto anche il destino delle altre tre coppie di fratelli e sorelle che popolano il libro non appare migliore: alcuni si sposeranno, ma la loro prospettiva sembra minata dalla consapevolezza che si tratta di una soluzione di ripiego, perché non si può restare scapoli e zitelle senza essere additati come “irregolari”.
Insomma, la Compton-Burnett sembra dirci che non esistono alternative, per come è strutturata la società, tra aderire senza entusiasmo alle convenzioni che ci impone e perdere ogni possibilità di farne parte. O meglio, una alternativa esiste, ed è rappresentata da come agisce la famiglia del cugino Peter: non si fa tanti problemi o scrupoli ed alla fine porta a casa “la roba”.

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Angustamente recluso nella sua sofferenza

CioranRecensione di L’inconveniente di essere nati di Emil Cioran

Adelphi, Biblioteca, 1991

L’inconveniente di essere nati è il primo libro di Cioran che leggo, e forse è il più noto di questo autore, quello dal quale vengono tratte la maggior parte delle sue massime fulminati.
Si tratta infatti di un libro di aforismi, brevi pensieri, spesso spiazzanti, attraverso i quali Cioran ci espone la sua visione della vita. Come dice il titolo, per Cioran la nascita è il male primigenio, perché ci ha privati della beata incoscienza di noi stessi che caratterizza lo stato prenatale ed anche perché ci preannuncia inesorabilmente la morte. Per Cioran la vita rappresenta inevitabilmente un progressivo degrado delle nostre capacità, ed è quindi inutile e controproducente affannarsi per avere amici, relazioni sociali, successo, per comunicare con gli altri. Dobbiamo invece perseguire il fallimento ed accarezzare la sofferenza, come mezzi per prepararci all’ineluttabile finale. Neppure il suicidio è una possibilità, perché sarebbe comunque tardivo: è comunque importante, per poter sopportare la vita, coltivarne l’idea.
Da questi assunti di base derivano una serie di corollari, primo fra tutti quello dell’inutilità della comunicazione, della parola e dell’arte. La solitudine e la sofferenza sono elevati a stati nobili dell’essere, i soli in grado di farci sopportare la certezza della fine. Affiorano anche sentimenti “ecologisti” e sfumature leopardiane: il “progresso” sta distruggendo la natura, e questa non tarderà ad espellere l’uomo dalla schiera dei viventi.
Molte altre sono le sfaccettature del libro, e ogni aforisma delle 187 pagine del libro merita una attenta riflessione. A volte le asserzioni sono contraddittorie, ma credo che Cioran ne fosse pienamente consapevole e non mirasse a costruire un “sistema” (dice di occuparsi delle “cose” e non dei “problemi”) ma ad esporre stati d’animo, anche variabili. La contraddizione più evidente è rappresentata secondo me dalla stessa scrittura e dalla pubblicazione del libro, che se l’autore fosse stato coerente con le sue asserzioni non avrebbe dovuto mai essere scritto e divulgato. Tuttavia ad un amico e sodale di Ionesco sono sicuramente concesse contraddizioni e financo assurdità.
Senza pretendere di chiosare Cioran, mi permetto comunque di dire che il mio giudizio sul libro è ambivalente: presi uno ad uno gli aforismi sono sicuramente fonte di profonda riflessione e scandagliano gli abissi dell’animo, ci portano in regioni di noi stessi che abbiamo sempre scansato o non abbiamo mai osato raggiungere. Presi nell’insieme secondo me assegnano ad una dimensione individuale e cosmica le cause del malessere esistenziale, ignorando completamente possibili cause sociali. Si capisce quindi il motivo della polemica tra Cioran e Sartre, che nella Parigi esistenzialista del secondo dopoguerra rappresentava posizioni di tutt’altro tipo, a mio avviso molto più condivisibili.

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Accadde nel 70 a. C. Accadrebbe oggi?

verrineRecensione delle Verrine, di Marco Tullio Cicerone

Demetra, Acquarelli, 1993

L’edizione Demetra che ho letto, pur se apprezzabile per una vivacità e una colloquialità della traduzione che rendono molto piacevole a scorrevole la lettura, non è un’edizione integrale, e di alcune parti delle Verrine ci fornisce solo un riassunto. Trovo questa una grave carenza.
Detto questo, le Verrine sono una straordinaria occasione per approfondire la conoscenza del mondo romano, delle sue norme e delle procedure giuridiche, dell’organizzazione dello Stato, dei rapporti tra Roma e le Province, dell’ordinamento fiscale, ed anche delle abitudini e del sentire comune del cittadino romano.
Le Verrine sono le arringhe che Cicerone, in veste di accusatore, pronunciò nel processo contro Gaio Licinio Verre, corrotto e vorace rappresentante dell’elite romana, che aveva ricoperto numerose cariche pubbliche tra cui quella di Governatore della Sicilia. E proprio a causa dei suoi misfatti le città siciliane lo avevano citato in giudizio a Roma, scegliendo come proprio avvocato Cicerone, che a sua volta aveva ricoperto cariche pubbliche nell’isola.
Nelle tre arringhe (Divinatio, Actio prima e Actio secunda) Cicerone sfoggia tutta la sua arte oratoria per distruggere Verre, la sua immagine pubblica e per farlo condannare. Le indagini che ha condotto in Sicilia gli consentono di sottoporre ai giudici un quantitativo impressionante di prove contro Verre, tanto che, nonostante la sua ricchezza e i palesi tentativi di comprare una sentenza favorevole, dopo la Actio prima Verre sceglierà la via dell’esilio volontario. Certo il libro è di per sé di parte, non abbiamo la difesa dell’accusato, ma l’impressione che se ne ricava è quella di una lotta acerrima condotta da Cicerone per affermare le ragioni del diritto, i diritti delle città e dei cittadini siciliani nei confronti della sopraffazione, sia pure rappresentata da quello che dovrebbe essere l’ordine costituito.
Come detto l’aspetto più interessante del libro è che permette di entrare appieno nell’ordinamento repubblicano romano al suo apice, e di capire una volta di più su quali solide basi fosse basata la potenza della Repubblica. Ci aiuta in questo il notevole apparato di note oltre, come detto, la buona traduzione.
Molti sono i passaggi estremamente interessanti del testo: tra tutti cito quello in cui Cicerone, esponendo le motivazioni che lo hanno spinto ad accettare l’incarico di accusatore, dice di averci pensato a lungo, in quanto dopo averlo accettato, e per tutta la vita, avrebbe dovuto comportarsi in modo più che retto, non essendo ammissibile che chi accusa altri sia a sua volta accusabile di qualche cosa. Accusare Verre per lui rappresenta perciò un impegno per tutta la vita.
Non credo vi sia altro da aggiungere. A ciascuno il confronto con l’oggi.

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Amici miei in trincea

ManoMozzaRecensione di La mano mozza di Blaise Cendrars

Garzanti, Gli Elefanti, 1993

La mano mozza è, come dice Cendrars, una cronaca delle avventure dell’autore durante la Grande Guerra. Cendrars infatti si arruolò nella Legione Straniera, fu mandato al fronte nelle trincee della Somme e nel settembre 1915 perse l’avambraccio destro. Il libro è stato scritto al termine di un’altra guerra, nel 1945-46, e la distanza di quasi trent’anni dai fatti narrati si sente. Infatti Cendrars si lascia forse prendere dalla nostalgia di quella che è stata la sua giovinezza, tende secondo me a mitizzare la sua vita militare e la racconta con un tono che sembra dire ad ogni pagina: Era una situazione di m…, ma quanto ci siamo divertiti. Il racconto delle persone, dei compagni di Cendrars e dei vari episodi si snoda come se fosse una chiacchierata tra reduci che si ritrovano davanti a un bicchiere e si ricordano i bei tempi andati.

Proprio per questo tono tra lo scanzonato e lo smargiasso il libro si legge molto volentieri: il periodare è frizzante, ed anche la costruzione per episodi che si intrecciano e si rimandano l’un l’altro contribuisce a farne una lettura estremamente gradevole. Ci si sorprende quindi a gustare anche gli episodi più cruenti, le morti dei compagni che Cendrars racconta come fatti inevitabili o dovuti alla loro stupidità, le sortite in prima linea organizzate per fare uno scherzo ai boches, l’eroismo incosciente che l’autore attribuisce a se stesso.

Allo spirito di corpo che anima la squadra di legionari si contrappone la stupidità di quasi tutti i superiori, che vengono ridicolizzati da Cendrars perché non capiscono, con il loro formalismo regolamentare, lo spirito goliardico con cui i nostri fanno la guerra. Manca nel libro una formale denuncia delle atrocità belliche, ma questa emerge dai fatti, dalla oggettiva distorsione della prospettiva e dell’individualità che la guerra comporta.

In definitiva un libro per certi versi spiazzante, una sorta di tragico Amici miei dove chi schiaffeggia i passeggeri alla stazione rischia seriamente di rimanere sotto il treno.