Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Novecento, Recensioni

Dialoghi ipnotici

FratellieSorelleRecensione di Fratelli e Sorelle, di Ivy Compton-Burnett

Garzanti, I Grandi Libri, 1982

Fratelli e sorelle è un libro ipnotico. La prosa della Compton-Burnett, fatta praticamente solo di dialoghi, dopo un primo momento di sconcerto avvolge il lettore in una atmosfera particolare, da cui è difficile staccarsi: si leggono così decine di pagine, tutte scandite dallo stesso tono, dalla stessa apparente leggerezza e fatuità, entrando a poco a poco in un mondo di relazioni tra le persone fondate sull’incommensurabile distanza tra ciò che si dice e ciò che si pensa, tra ciò che si appare e ciò che si è.
La forza del libro sta proprio nel fatto che l’autrice non ci dice queste cose: non ci sono quasi mai commenti, interpretazioni e interventi del narratore: è solo dai dialoghi, dalla giustapposizione delle frasi dette da ciascuno dei personaggi che si deve comprendere ciò che è nascosto sotto l’apparenza, dietro il significato letterale delle parole.
Si prenda ad esempio il personaggio di Sophia, centrale nel romanzo: non uno dei suoi dialoghi con i figli manca di trasudare il più assoluto amore per loro: eppure, frase dopo frase, dialogo dopo dialogo, si finisce per tratteggiare Sophia come ipocrita e tirannica nei confronti della prole.
Qui sta il grande fascino di questo libro: è stato scritto da una Dama inglese nei primi decenni del ‘900, utilizza un linguaggio che fa propri tutti i formalismi stereotipicamente tipici della società britannica, ma proprio attraverso l’uso di un tale linguaggio smaschera in maniera impietosa i vizi e le tare di quella società.
Con questa storia Ivy Compton-Burnett sembra dirci che le tare che caratterizzano l’ambiente sociale della borghesia terriera inglese sono tare strutturali: nel caso della famiglia Stace, protagonista del libro, derivano dagli stessi rapporti di parentela tra i vari membri, che sono ambigui e confusi a causa di una antica “colpa” del capostipite. Il riverbero di tale “colpa” sui nipoti impedirà loro di uscire dalla cerchia familiare, e a questi non resterà, alla fine del libro, che continuare a vivere insieme, perpetuando la confusione e l’ambiguità dei ruoli. Forse solo il piccolo Robin riuscirà a strapparsi alla maledizione degli Stace.
Del resto anche il destino delle altre tre coppie di fratelli e sorelle che popolano il libro non appare migliore: alcuni si sposeranno, ma la loro prospettiva sembra minata dalla consapevolezza che si tratta di una soluzione di ripiego, perché non si può restare scapoli e zitelle senza essere additati come “irregolari”.
Insomma, la Compton-Burnett sembra dirci che non esistono alternative, per come è strutturata la società, tra aderire senza entusiasmo alle convenzioni che ci impone e perdere ogni possibilità di farne parte. O meglio, una alternativa esiste, ed è rappresentata da come agisce la famiglia del cugino Peter: non si fa tanti problemi o scrupoli ed alla fine porta a casa “la roba”.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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