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Le contraddittorie radici del pensiero borghese

DeSadeRecensione di Opere, di D.A.F. De Sade

Mondadori, Oscar Grandi Classici, 1992

Nel nostro immaginario collettivo il nome di D.A.F. De Sade è legato, anche grazie a numeroso cinema di serie B, alla pornografia, alle pratiche sessuali estreme. Sadismo, sadico sono entrati nel nostro vocabolario con una connotazione indubbiamente negativa.
Il pregio di questo ponderoso volume, edito molti anni fa da Mondadori ma tuttora disponibile, è di restituirci, attraverso una scelta delle sue opere, a tutto tondo il pensiero di un grande – anche se forse minore a causa della sua irregolarità – rappresentante dell’illuminismo.
Il libro contiene due dialoghi filosofici (Dialogo fra un prete e un moribondo e La filosofia nel boudoir), alcuni racconti, il romanzo Justine, dieci lettere scritte dal carcere e tre brevi saggi.
De Sade infatti trascorse buona parte della sua vita in carcere, imprigionato sia dall’ancien régime, sia dai governi rivoluzionari, sia infine da Napoleone, a testimonianza della pericolosità delle sue idee (oltre che, oggettivamente, a causa di comportamenti non certo esemplari).
A mio modo di vedere le opere più significative comprese nel volume sono i due dialoghi iniziali (ed in particolare La filosofia nel boudoir) ed il romanzo Justine. Questi ultimi due furono pubblicati anonimi, mentre il primo fu pubblicato solo nel 1926. L’anonimato permette a De Sade di esporre senza autocensure le sue idee, cosa che non avviene nei racconti ufficiali. Ma quali sono queste idee?
Innanzitutto un assoluto ateismo, di cui il Dialogo fra un prete e un moribondo costituisce il manifesto. L’ateismo di De Sade è un ateismo naturalistico e meccanicistico: la natura basta a sé stessa, tutto ciò che accade è necessario e non ha bisogno di altra spiegazione se non che è naturale che accada. Ciò che noi consideriamo male e bene non sono altro che strumenti indifferenti che la natura usa per perpetuare se stessa e i suoi cicli. Concepire l’esistenza di un dio che regoli tutto questo è contraddittorio (se esistesse, perché non dovrebbe permettere solo il bene?) e inutile.
La filosofia nel boudoir, con il pretesto dell’iniziazione sessuale di una giovanetta da parte di alcuni personaggi particolarmente dissoluti permette a De Sade di esporci con completezza il suo pensiero. In coerenza con quanto detto a proposito dell’ateismo, è un pensiero radicalmente libertario, razionalista ed individualista. Tutto è lecito all’individuo: il solo fatto che si possa fare una cosa significa che rientra tra le cose che la Natura esige che sia fatta per la sua perpetuazione. Tra i diritti naturali dell’individuo c’è quello al piacere, da perseguire con ogni mezzo, anche attraverso il dolore e la sofferenza altrui. Anzi, il piacere aumenta se è conseguito attraverso delle vittime: non ci si deve curare di queste ultime, perché se soffrono, se addirittura muoiono a causa del loro carnefice ciò non è altro che un processo naturale, visto che la natura usa la morte come strumento per ricombinare la materia.
Ne emerge, qui come in Justine, una sorta di radicale darwinismo sociale ante litteram, in cui l’uomo, il forte, ha non solo il diritto, ma anche il dovere di perseguire il suo piacere e il suo benessere a scapito dei deboli, dovendo obbedire ad una sorta di imperativo naturale. I deboli sono i poveri (De Sade auspica la eliminazione fisica dei mendicanti) e le donne, viste spesso come strumento del piacere maschile.
Il sesso libero non è quindi per De Sade uno strumento di liberazione, ma un modo per riaffermare il diritto/dovere di alcuni di servirsi di ogni mezzo per raggiungere il proprio benessere e piacere.
Insomma, il pensiero di De Sade prende sicuramente le mosse da un afflato libertario e di rivolta contro le convenzioni sociali e religiose delle epoche in cui visse, ma approda a lidi di individualismo che ricreano una nuova gerarchia dove il benessere di pochi eletti pretende la sofferenza dei molti. Siamo a mio modo di vedere alle radici di correnti di pensiero che avrebbero attraversato nei secoli successivi la cultura europea, generando visioni sociali e politiche opposte e fornendo anche basi teoretiche a regimi come quello nazista. In fondo De Sade rappresenta e sintetizza pienamente gli estremi filosofici e le contraddizioni insite nella cultura borghese che stava facendosi egemone.
Molto meno significative per capire il pensiero sadiano sono i racconti, che in quanto ufficiali sono più autocensurati e si incanalano lungo un mainstream moralistico. Sono comunque una piacevole lettura.
Le lettere, scritte dal carcere alla moglie e ad altri personaggi, ci permettono di entrare nel mondo minuto di De Sade, nelle sue sofferenze umane, nel suo sentirsi (ed essere) facile vittima della morale corrente. I tre brevi saggi finali nulla aggiungono a quanto già percepito negli scritti maggiori.
Resta da avvertire il lettore che in particolare ne La filosofia nel boudoir e in Justine le descrizioni delle pratiche sessuali estreme sono molto esplicite ed a volte disturbanti: del resto disturbante le nostre certezze è l’intero pensiero del divin marchese.

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Un antenato di Jim Morrison

ConfessioniOppiomaneRecensione di Confessioni di un oppiomane di Thomas De Quincey

Garzanti, I grandi libri, 1993

Questo volume raccoglie alcuni dei più conosciuti saggi di De Quincey. Accanto a Confessioni di un oppiomane, sicuramente il testo più famoso e celebrato dell’autore, sono infatti presentati Suspiria de profundis, che non è la storia di una parente meno nota di Crudelia Demon ma una sorta di continuazione del saggio precedente, e La diligenza inglese, altrove tradotto come Il postale inglese, ritratto del viaggiatore in diligenza nell’Inghilterra del primo ottocento.
La lettura ci dà modo di penetrare nel mondo del romanticismo britannico attraverso gli occhi del suo rappresentante più eccentrico che, avendo fatto dell’uso dell’oppio una condizione esistenziale, traguarda le tematiche romantiche da una prospettiva distorta e allucinata. Non a caso De Quincey sarebbe divenuto uno dei maestri riconosciuti del decadentismo ottocentesco: in particolare Baudelaire ne era un fervente ammiratore.
Ne Le confessioni di un oppiomane De Quincey ci racconta le sensazioni e gli effetti (piaceri e pene) derivanti dalla sua dipendenza dall’oppio, anticipando tematiche che nei decenni successivi sarebbero divenute oggetto di indagine scientifica, psicologica e letteraria, quali il rapporto tra sogno e realtà o la percezione della realtà sotto l’effetto della droga. La prosa di De Quincey è sempre molto articolata e a tratti (anche a detta del curatore del volume) un po’ pedante, piena di digressioni: tuttavia il saggio si legge con piacere e, anche se certo noi lo leggiamo dopo che la letteratura e l’arte in genere ottocentesca e novecentesca ci hanno abituati a ben altra intensità rispetto a questi temi, non può sfuggire la carica eversiva e innovatrice che questo saggio ha avuto rispetto ai tempi in cui è stato scritto. I capitoli sull’uso dell’oppio, e sulla sua sostanziale esaltazione come mezzo per sentirsi bene e aumentare le capacità percettive, sono tra l’altro preceduti da pagine che ci descrivono la triste giovinezza dell’autore, che ribelle alle convenzioni si rifugiò a Londra e visse praticamente da clochard per un lungo periodo, avendo come amica del cuore una giovane prostituta. E’ un capitolo bellissimo, più vivido anche di molte ambientazioni dickensiane nella sua descrizione della Londra dei bassifondi del primo ottocento.
Suspiria de profundis amplia l’orizzonte delle tematiche trattate nel saggio precedente e si addentra in ambiti d’indagine quasi psicanalitici, di una sorprendente modernità. Nei brevi capitoli riprende la tematica del sogno e del suo rapporto con la realtà, quella della memoria individuale e collettiva (si può forse dire che il capitolo intitolato Il palinsesto del cervello umano anticipa tematiche proustiane), quella del dolore.
Riporto la conclusione del breve capitolo intitolato Visione della vita:
Ma è con lo svolgersi della vita, specialmente le lotte che ci assediano, lotte per opinioni, situazioni, passioni, interessi contrastanti, che si forma e si deposita il funebre strato da cui si sprigiona il cupo rilucente splendore del gioiello della vita, che altrimenti emana solo un pallido e superficiale luccichio. O l’essere umano deve soffrire e lottare come prezzo di una più penetrante visione, o il suo sguardo sarà vuoto e senza rivelazione intellettuale.

Credo sia esemplificativo sia dello stile dell’autore sia della grande forza anticipatrice delle tematiche che tocca: questo passo potrebbe tranquillamente essere l’incipit di grandi capolavori letterari della fine dell’800 e del primo ‘900 (ad esempio La linea d’ombra di Conrad).
La diligenza inglese è infine un saggio eterogeneo, con un primo godibilissimo capitolo in cui l’autore esprime la sua nostalgia per un modo di viaggiare, sul tetto delle diligenze postali, che ormai si sta perdendo nell’Inghilterra della ferrovia, che aveva il fascino della scoperta e permetteva incontri ed esperienze peculiari. Seguono due capitoli che a partire da un episodio realmente accadutogli mentre era in viaggio permettono a De Quincey di tornare su uno dei suoi temi preferiti, quello della morte.
In definitiva, se pure non si tratta di una lettura agevole, quella di questo volume di De Quincey ci permette di scoprire un mondo, il romanticismo inglese, venato di coloriture affatto diverse, tra le quali il nostro spicca per originalità e modernità: da lui in poi il contributo dato alla creazione artistica dall’uso di droghe sarebbe stato un oggettivo ambito della nostra cultura, giungendo sino a noi attraverso le grandi correnti delle culture alternative del secondo dopoguerra.

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Ognuno di noi l’ha scorta

LineadombraRecensione de La linea d’ombra di Joseph Conrad

Garzanti, I grandi libri, 1991

La linea d’ombra è, con Cuore di tenebra, il più noto e il più acclamato romanzo di Conrad.
Si tratta in effetti di un testo che in poco più di 120 pagine (in questa edizione) presenta una varietà ed una stratificazione tematica straordinarie. A partire dal titolo, scelto non a caso da Conrad dopo avere scartato l’iniziale Primo comando, sono molti gli interrogativi che ci pone questo libro.
Cosa è la Linea d’ombra? La risposta immediata, ma non la più scontata, ce la dà lo stesso Conrad nella prima pagina del libro: la linea d’ombra è quel momento nella vita in cui ci si pongono i primi interrogativi, si avvertono le prime insoddisfazioni esistenziali, non si è più certi riguardo alla strada da seguire, forse perché per la prima volta davanti a noi si trovano strade diverse. Conrad ci dice subito, quindi, che il suo romanzo è una metafora della vita, ovvero di un particolare periodo della nostra vita.
Il contesto scelto per raccontarci l’avventura esistenziale di un giovane che si trova davanti alle prime scelte vere da compiere è quello marinaresco ed esotico che tanto gli è caro. Quel giovane, che narra in prima persona, è lui, o meglio è Conrad alcuni decenni prima, quando ebbe il primo (e unico) comando di una nave. Quel giovane, però, siamo anche tutti noi, quando con tanto entusiasmo ci siamo buttati nella vita, con la voglia di cambiare il mondo, e ci siamo accorti dopo poco che non ce l’avremmo fatta, che troppi erano i condizionamenti, che per andare avanti occorreva scendere a compromessi ed adeguarsi.
Il giovane capitano assume il comando della nave con una forza ed una convinzione assoluti, lasciandosi subito alle spalle le paure dettate dall’inesperienza: vedendola per la prima volta, eleva un vero e proprio inno d’amore alla sua nave, la descrive come una donna, come fosse la donna di cui è innamorato. E’ il suo momento magico, quello che di fatto attendeva dopo avere abbandonato senza ragione il precedente anonimo imbarco.
Subito, però, si rende conto che quella nave non è sua: sedendosi nella poltrona della sua cabina si rende conto che lì si sono seduti molti altri capitani prima di lui: la nave, l’equipaggio con cui dovrà affrontare il mare sono il risultato di quella storia. Emblematico in questo senso l’atteggiamento del primo ufficiale Burns, che crede fermamente in una sorta di maledizione lanciata alla nave dal defunto precedente capitano, il che di fatto ne farà un avversario passivo del giovane capitano. Tutto infatti andrà male sin dall’inizio, e di fatto il capitano non riuscirà a far navigare la nave. La bonaccia, le febbri che colpiscono l’equipaggio ed anche alcuni errori d’inesperienza del capitano rendono la situazione disperata. Solo un marinaio, Ransome, ancorché malato di cuore, asseconda il capitano nei suoi sforzi per uscire dallo stallo in cui è piombata la nave.
Riusciranno ad entrare in un porto vicino, ma non a solcare l’oceano. Tuttavia, la dura esperienza ha cambiato il giovane, che ora si sente vecchio, anche se pronto a riprendere il mare. Probabilmente lo spirito con cui lo riprenderà sarà completamente diverso rispetto alla prima volta.
Mi sembra utile sottolineare come l’oceano, il microcosmo sociale rappresentato dall’equipaggio, l’attenzione al ruolo simbolico del capitano accomunino due romanzi così diversi come mole ma così simili quanto a spunti di riflessione esistenziale: questo La linea d’ombra e Moby Dick di Melville. Credo che questo sostrato simbolico comune derivi, oltre che dalle storie personali dei due autori, dal fatto che il mare, elemento primigenio da cui veniamo tutti, è l’unico luogo dove l’orizzonte è sempre sgombro, l’unico luogo dove è possibile scorgere in lontananza la nostra linea d’ombra e il soffio dei nostri mostri interiori.