Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Novecento, Recensioni

Ognuno di noi l’ha scorta

LineadombraRecensione de La linea d’ombra di Joseph Conrad

Garzanti, I grandi libri, 1991

La linea d’ombra è, con Cuore di tenebra, il più noto e il più acclamato romanzo di Conrad.
Si tratta in effetti di un testo che in poco più di 120 pagine (in questa edizione) presenta una varietà ed una stratificazione tematica straordinarie. A partire dal titolo, scelto non a caso da Conrad dopo avere scartato l’iniziale Primo comando, sono molti gli interrogativi che ci pone questo libro.
Cosa è la Linea d’ombra? La risposta immediata, ma non la più scontata, ce la dà lo stesso Conrad nella prima pagina del libro: la linea d’ombra è quel momento nella vita in cui ci si pongono i primi interrogativi, si avvertono le prime insoddisfazioni esistenziali, non si è più certi riguardo alla strada da seguire, forse perché per la prima volta davanti a noi si trovano strade diverse. Conrad ci dice subito, quindi, che il suo romanzo è una metafora della vita, ovvero di un particolare periodo della nostra vita.
Il contesto scelto per raccontarci l’avventura esistenziale di un giovane che si trova davanti alle prime scelte vere da compiere è quello marinaresco ed esotico che tanto gli è caro. Quel giovane, che narra in prima persona, è lui, o meglio è Conrad alcuni decenni prima, quando ebbe il primo (e unico) comando di una nave. Quel giovane, però, siamo anche tutti noi, quando con tanto entusiasmo ci siamo buttati nella vita, con la voglia di cambiare il mondo, e ci siamo accorti dopo poco che non ce l’avremmo fatta, che troppi erano i condizionamenti, che per andare avanti occorreva scendere a compromessi ed adeguarsi.
Il giovane capitano assume il comando della nave con una forza ed una convinzione assoluti, lasciandosi subito alle spalle le paure dettate dall’inesperienza: vedendola per la prima volta, eleva un vero e proprio inno d’amore alla sua nave, la descrive come una donna, come fosse la donna di cui è innamorato. E’ il suo momento magico, quello che di fatto attendeva dopo avere abbandonato senza ragione il precedente anonimo imbarco.
Subito, però, si rende conto che quella nave non è sua: sedendosi nella poltrona della sua cabina si rende conto che lì si sono seduti molti altri capitani prima di lui: la nave, l’equipaggio con cui dovrà affrontare il mare sono il risultato di quella storia. Emblematico in questo senso l’atteggiamento del primo ufficiale Burns, che crede fermamente in una sorta di maledizione lanciata alla nave dal defunto precedente capitano, il che di fatto ne farà un avversario passivo del giovane capitano. Tutto infatti andrà male sin dall’inizio, e di fatto il capitano non riuscirà a far navigare la nave. La bonaccia, le febbri che colpiscono l’equipaggio ed anche alcuni errori d’inesperienza del capitano rendono la situazione disperata. Solo un marinaio, Ransome, ancorché malato di cuore, asseconda il capitano nei suoi sforzi per uscire dallo stallo in cui è piombata la nave.
Riusciranno ad entrare in un porto vicino, ma non a solcare l’oceano. Tuttavia, la dura esperienza ha cambiato il giovane, che ora si sente vecchio, anche se pronto a riprendere il mare. Probabilmente lo spirito con cui lo riprenderà sarà completamente diverso rispetto alla prima volta.
Mi sembra utile sottolineare come l’oceano, il microcosmo sociale rappresentato dall’equipaggio, l’attenzione al ruolo simbolico del capitano accomunino due romanzi così diversi come mole ma così simili quanto a spunti di riflessione esistenziale: questo La linea d’ombra e Moby Dick di Melville. Credo che questo sostrato simbolico comune derivi, oltre che dalle storie personali dei due autori, dal fatto che il mare, elemento primigenio da cui veniamo tutti, è l’unico luogo dove l’orizzonte è sempre sgombro, l’unico luogo dove è possibile scorgere in lontananza la nostra linea d’ombra e il soffio dei nostri mostri interiori.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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