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Attualità di Marx

18 brumaioRecensione de Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte di Karl Marx

Editori Riuniti, 1997

L’altro giorno, 14 marzo, ricorreva il 130° anniversario della morte di Karl Marx.
Per puro caso, nello stesso giorno ho finito di leggere Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, che ritengo uno dei testi fondamentali per addentrarsi nelle idee di questo grandissimo pensatore e per apprezzarne appieno l’attualità, a dispetto della vulgata interessata che vorrebbe il pensiero marxiano solo un retaggio del passato.
Un primo elemento a favore di questo testo è il tema. Non si tratta di un trattato filosofico o di critica all’economia politica, la cui lettura spesso richiede un sostrato culturale molto solido, ma dell’analisi di Marx degli avvenimenti che tra il febbraio 1848 e il dicembre 1851 videro la Francia passare dalla fase rivoluzionaria che aveva portato alla caduta della monarchia di Luigi Filippo d’Orleans al trionfo della più bieca reazione con il colpo di stato attuato da Luigi Napoleone Bonaparte, il futuro Napoleone III. Si tratta quindi di un’analisi storica di fatti che hanno avuto conseguenze importantissime sull’intera storia europea, e non solo, dei decenni successivi. Ho messo in corsivo l’aggettivo storica perché Marx scrive i testi che formano il libro pochissimo dopo, nel 1852: eppure la sua analisi è così compiuta, così lucida, così minuziosa e supportata da dati ed elementi oggettivi da assumere il carattere pieno dell’indagine storica.
Un altro elemento che caratterizza il 18 brumaio è la brillantezza della scrittura. A differenza di quanto si possa pensare, Marx non è affatto un autore pesante, ma una delle più brillanti penne del XIX secolo. Basta pensare a quante sue frasi, aforismi, paradossi facciano parte del nostro bagaglio culturale per rendersi conto di ciò; purtroppo, molti dei suoi testi riguardano argomenti ostici, trattati ed approfonditi con rigore, e questo ovviamente genera complessità: pregio di questo volume è di offrirci un Marx sicuramente non leggero ma scorrevole, per molti tratti appassionante, laddove gli avvenimenti si susseguono incalzanti e Marx ce ne disvela le ragioni vere e ultime.
Sì, perché il senso di questo libro è far capire, anche a noi oggi, la distanza che esiste tra le cause ideologiche dei conflitti e le loro cause vere che, ci dice Marx, vanno sempre ricercate nei conflitti tra le classi e i loro diversi interessi.
Marx, pagina dopo pagina, ci narra gli scontri di piazza e le lotte tra le diverse fazioni parlamentari che caratterizzarono il biennio, individuando oggettivamente le motivazioni vere che ne erano alla base. Così, l’acerrima lotta avvenuta nell’Assemblea legislativa tra Partito dell’Ordine (monarchici) e Montagna (repubblicani), lungi dall’essere una lotta sulla forma dello stato è una lotta tra gli interessi della grande borghesia e quelli dei borghesi medi e piccoli. Leggendo questo testo è quindi agevole comprendere in pratica la tesi marxiana per cui la storia è il risultato della lotta tra le varie classi sociali.
Forse però l’aspetto del libro che affascina di più è l’analisi delle motivazioni che portarono al colpo di stato di Luigi Napoleone. Marx parte dalla constatazione che la Repubblica è la forma di stato con cui la borghesia esercita direttamente il potere (come insegna la prima rivoluzione francese); eppure, favorendo oggettivamente ed anche attivamente il colpo di mano del Napoleone piccolo consegna questo potere ad altri, ai militari e ad una consorteria di avventurieri che aveva la sua base sociale nel lumpenproletariat rurale. Perché questa abdicazione? La risposta di Marx è lucidissima, e si sarebbe purtroppo dimostrata vera molte altre volte nella storia. La borghesia si era accorta che la Repubblica borghese era il terreno di lotta ideale per il proletariato, che poteva progredire ed organizzarsi grazie alle libertà civili e politiche: aveva quindi preferito consegnare il potere a chi, pur non organico alla sua classe, potesse garantire ordine e tranquillità agli affari, piuttosto che rischiare una emancipazione proletaria. Quante volte, nel secolo successivo, questa logica avrebbe prevalso in varie parti dell’Europa e del mondo! Quante volte la borghesia avrebbe consegnato interi popoli nelle mani di mascalzoni e di buffoni pur di salvaguardare la roba. Per sua fortuna Marx morì 130 anni fa, perché credo che altrimenti avrebbe dovuto nel tempo istituire una sezione d’analisi specificamente dedicata al nostro paese, dove la borghesia ha sempre assunto questo atteggiamento, sia pure in modi diversi, da Mussolini a Berlusconi.
Resta da spiegare il titolo, che è una delle grandi invenzioni di Marx: il 18 brumaio (9 novembre) 1799 Napoleone I abbatté il direttorio ed instaurò la sua dittatura, come farà il 2 dicembre 1851 il nipote Luigi Napoleone. Ma, ci avverte Marx nella prima pagina di questo libro, con una delle sue frasi fulminanti ”Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima come tragedia, la seconda come farsa”. Oggi noi sappiamo che i grandi fatti possono presentarsi più e più volte; sappiamo inoltre che anche quando si presentano come farsa spesso sono causa di grandi tragedie. Fortunatamente in Italia l’abbiamo imparato, e (almeno per ora) riusciamo a mantenerci sul terreno del burlesque.

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Un confronto impossibile (o no?)

IlCircoloPickwickRecensione de Il circolo Pickwick, di Charles Dickens

Bompiani, Tascabili narrativa, 1989

Il circolo Pickwick è uno dei grandi classici della letteratura mondiale, quindi una sua recensione può risultare oltremodo imbarazzante per chi la propone. Del resto non credo, di fronte ad un’opera di tale spessore, ci si possa limitare ad esprimere il proprio gradimento soggettivo, che in ogni caso è per me stato notevole.
Ritengo quindi interessante, anche se azzardato da parte mia, avventurarmi in una riflessione che trae lo spunto da un accenno che ho trovato in quarta di copertina dell’edizione Bompiani che ho letto (per inciso: ottima edizione, con traduzione brillante di Lodovico Terzi e corredo delle illustrazioni originali, sia pure sacrificate dal formato tascabile), laddove si dice che Mr. Pickwick e il suo servitore Sam Weller sono stati spesso paragonati a Don Chisciotte e a Sancho Panza. Mi sono quindi chiesto: cosa hanno in comune e in cosa differiscono i due capolavori di Cervantes e di Dickens?
La domanda può apparire peregrina, perché relativa a testi scritti ad oltre duecento anni di distanza l’uno dall’altro, in paesi completamente diversi per cultura e condizioni materiali di sviluppo: tuttavia, mentre ci pensavo, mentre cercavo di sviscerare affinità e differenze, mi sono reso conto che questo confronto era un potente strumento di analisi della struttura e dei messaggi reconditi lanciati dal capolavoro dickensiano.
Le affinità tra i due romanzi sono molte, soprattutto a livello epidermico: entrambi narrano di signori di mezza età che, accompagnati da un servitore, viaggiano per il loro paese incontrando varia umanità, essendo protagonisti e spesso vittime di avventure dal risvolto comico; Don Chisciotte e Mr. Pickwick sono entrambi depositari di convinzioni personali e circa le relazioni sociali che appaiono alla prova dei fatti del tutto inadeguate rispetto alla realtà, e da questo deriva gran parte della comicità delle situazioni in cui si trovano coinvolti; i loro partner principali sono portatori di una saggezza e di una concretezza popolare che più di una volta è decisiva per trarre i principali dai guai.
Se notevoli sono le analogie, ancora di maggiore spessore a fini interpretativi ed analitici sono le decise differenze, ed una su tutte: Don Chisciotte è un personaggio comicamente tragico, Mr. Pickwick è un personaggio comico. In Don Chisciotte si consuma la tragedia tra la realtà delle cose e la loro percezione soggettiva (e questo ne sostanzia la straordinaria modernità), mentre Mr. Pickwick è pienamente consapevole della realtà e non la mette mai in discussione, limitandosi ad opporvi un comportamento (quasi) sempre conciliante e riflessivo. Don Chisciotte paga sulla sua pelle le proprie convinzioni e le proprie illusioni, ed alla fine è sconfitto: muore e morendo si redime. Solo scomparendo può quindi accettare che la realtà vinca (in questo sta principalmente la sua tragicità). Mr. Pickwick, che nel corso dei suoi viaggi ha incontrato una realtà non meno degradata di quella dell’Hidalgo cervantesiano, al termine del libro si ritira in un consolante microuniverso borghese, in un happy end che sistema le cose per tutti i protagonisti positivi della storia ed emargina il mondo esterno che continuerà ad essere quello di sempre (si vedano le ultime pagine con la descrizione del destino di tutti i personaggi). Anche il padre di Mr. Winkle, che si era opposto al matrimonio del figlio per l’inadeguatezza della dote della dama, poche pagine prima aveva dato la sua benedizione all’unione, tra le lacrime di tutti i presenti. Questo a mio avviso è il grande limite del romanzo: sembra quasi che il giovane Dickens abbia avuto paura di trarre le conseguenze della tantissima carne messa al fuoco nel romanzo e si sia rifugiato in un finale consolatorio e paternalistico.
Ciò non toglie ovviamente che Il circolo Pickwick sia zeppo pagine memorabili. Tra quelle di pura denuncia sociale formano un romanzo nel romanzo quelle dedicate alla prigione per debiti dove Mr. Pickwick si fa rinchiudere pur di non sottostare alle angherie degli avvocati-banditi Dodson & Fogg. L’umanità dolente che Pickwick vi incontra, la solidarietà tra i reietti che la abitano colpiscono al cuore. Non mancano ovviamente le straordinarie capacità di descrivere e caratterizzare con poche pennellate ambienti e persone, facendone degli archetipi di grandissima forza evocativa. Sono infine godibilissime le pagine dedicate alla satira politica (i due partiti dei blu e dei bigi di Eatanville) come pure quelle scritte esclusivamente con intento comico.
In definitiva, mille pagine da cui è difficile staccare gli occhi, che ci consegnano alcuni dei personaggi più immortali della letteratura: forse però, nell’eden dove di sicuro questi personaggi si incontrano, il buffo Pickwick deve ancora togliersi il cappello (del resto lo avrebbe fatto comunque, vista la sua educazione) al passaggio del cavaliere dalla triste figura.