Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Recensioni, Umorismo

Un confronto impossibile (o no?)

IlCircoloPickwickRecensione de Il circolo Pickwick, di Charles Dickens

Bompiani, Tascabili narrativa, 1989

Il circolo Pickwick è uno dei grandi classici della letteratura mondiale, quindi una sua recensione può risultare oltremodo imbarazzante per chi la propone. Del resto non credo, di fronte ad un’opera di tale spessore, ci si possa limitare ad esprimere il proprio gradimento soggettivo, che in ogni caso è per me stato notevole.
Ritengo quindi interessante, anche se azzardato da parte mia, avventurarmi in una riflessione che trae lo spunto da un accenno che ho trovato in quarta di copertina dell’edizione Bompiani che ho letto (per inciso: ottima edizione, con traduzione brillante di Lodovico Terzi e corredo delle illustrazioni originali, sia pure sacrificate dal formato tascabile), laddove si dice che Mr. Pickwick e il suo servitore Sam Weller sono stati spesso paragonati a Don Chisciotte e a Sancho Panza. Mi sono quindi chiesto: cosa hanno in comune e in cosa differiscono i due capolavori di Cervantes e di Dickens?
La domanda può apparire peregrina, perché relativa a testi scritti ad oltre duecento anni di distanza l’uno dall’altro, in paesi completamente diversi per cultura e condizioni materiali di sviluppo: tuttavia, mentre ci pensavo, mentre cercavo di sviscerare affinità e differenze, mi sono reso conto che questo confronto era un potente strumento di analisi della struttura e dei messaggi reconditi lanciati dal capolavoro dickensiano.
Le affinità tra i due romanzi sono molte, soprattutto a livello epidermico: entrambi narrano di signori di mezza età che, accompagnati da un servitore, viaggiano per il loro paese incontrando varia umanità, essendo protagonisti e spesso vittime di avventure dal risvolto comico; Don Chisciotte e Mr. Pickwick sono entrambi depositari di convinzioni personali e circa le relazioni sociali che appaiono alla prova dei fatti del tutto inadeguate rispetto alla realtà, e da questo deriva gran parte della comicità delle situazioni in cui si trovano coinvolti; i loro partner principali sono portatori di una saggezza e di una concretezza popolare che più di una volta è decisiva per trarre i principali dai guai.
Se notevoli sono le analogie, ancora di maggiore spessore a fini interpretativi ed analitici sono le decise differenze, ed una su tutte: Don Chisciotte è un personaggio comicamente tragico, Mr. Pickwick è un personaggio comico. In Don Chisciotte si consuma la tragedia tra la realtà delle cose e la loro percezione soggettiva (e questo ne sostanzia la straordinaria modernità), mentre Mr. Pickwick è pienamente consapevole della realtà e non la mette mai in discussione, limitandosi ad opporvi un comportamento (quasi) sempre conciliante e riflessivo. Don Chisciotte paga sulla sua pelle le proprie convinzioni e le proprie illusioni, ed alla fine è sconfitto: muore e morendo si redime. Solo scomparendo può quindi accettare che la realtà vinca (in questo sta principalmente la sua tragicità). Mr. Pickwick, che nel corso dei suoi viaggi ha incontrato una realtà non meno degradata di quella dell’Hidalgo cervantesiano, al termine del libro si ritira in un consolante microuniverso borghese, in un happy end che sistema le cose per tutti i protagonisti positivi della storia ed emargina il mondo esterno che continuerà ad essere quello di sempre (si vedano le ultime pagine con la descrizione del destino di tutti i personaggi). Anche il padre di Mr. Winkle, che si era opposto al matrimonio del figlio per l’inadeguatezza della dote della dama, poche pagine prima aveva dato la sua benedizione all’unione, tra le lacrime di tutti i presenti. Questo a mio avviso è il grande limite del romanzo: sembra quasi che il giovane Dickens abbia avuto paura di trarre le conseguenze della tantissima carne messa al fuoco nel romanzo e si sia rifugiato in un finale consolatorio e paternalistico.
Ciò non toglie ovviamente che Il circolo Pickwick sia zeppo pagine memorabili. Tra quelle di pura denuncia sociale formano un romanzo nel romanzo quelle dedicate alla prigione per debiti dove Mr. Pickwick si fa rinchiudere pur di non sottostare alle angherie degli avvocati-banditi Dodson & Fogg. L’umanità dolente che Pickwick vi incontra, la solidarietà tra i reietti che la abitano colpiscono al cuore. Non mancano ovviamente le straordinarie capacità di descrivere e caratterizzare con poche pennellate ambienti e persone, facendone degli archetipi di grandissima forza evocativa. Sono infine godibilissime le pagine dedicate alla satira politica (i due partiti dei blu e dei bigi di Eatanville) come pure quelle scritte esclusivamente con intento comico.
In definitiva, mille pagine da cui è difficile staccare gli occhi, che ci consegnano alcuni dei personaggi più immortali della letteratura: forse però, nell’eden dove di sicuro questi personaggi si incontrano, il buffo Pickwick deve ancora togliersi il cappello (del resto lo avrebbe fatto comunque, vista la sua educazione) al passaggio del cavaliere dalla triste figura.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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