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Una monaca, una donna

La monaca

Recensione de La monaca di Denis Diderot

Armando Curcio Editore, i Classici della Letteratura, 1978

La monaca è la descrizione, fatta da lei stessa sotto forma di memoria ad un protettore, delle sofferenze di una suora di clausura costretta dai genitori a prendere i voti nonostante la sua vocazione per la vita coniugale. La storia di Suor Susanna venne ispirata da Diderot da una vicenda vera, quella di una suora che era fuggita dal convento insieme al suo amante, sacerdote anch’esso. Inoltre, l’autore aveva visto da vicino le aberrazioni della vita monastica, essendo sua sorella morta pazza in un convento.
Il libro racconta minuziosamente le angherie e i soprusi cui deve sottostare la povera Susanna, divenendo così un vero e proprio pamphlet d’accusa non solo contro le condizioni reali di vita nei conventi francesi del ‘700, ma contro le basi stesse delle istituzioni monastiche.
Diderot evidenzia innanzitutto come la protagonista sia costretta a prendere i voti per ragioni che nulla hanno a che fare con la vocazione religiosa: la sua famiglia deve sistemare le altre due figlie e lei, essendo probabilmente frutto di una relazione extraconiugale della madre, viene sacrificata anche per accrescere la dote delle sorelle.
Nei conventi in cui si troverà a vivere, Suor Susanna conosce l’ipocrisia e la crudeltà delle superiore e del clero in genere, che anche di fronte alle sue ribellioni ed alla sua volontà di non prendere i voti, cercano di blandirla oppure la fanno passare per pazza infliggendole crudeli punizioni psicologiche e corporali. Quando, grazie all’interessamento di alcuni signori cui si era rivolta nella sua indomita volontà di ribellione, lascia un convento in cui di fatto avevano deciso di lasciarla morire, si trova in un altro monastero la cui superiora la circonda di attenzioni sospette, sino a svelare le sue inclinazioni omosessuali cui Suor Susanna, per ingenuità e per diversità di sentimento, non accondiscende.
Come detto, La monaca rappresenta un preciso atto d’accusa. E’ un atto d’accusa contro le convenzioni sociali dell’epoca, che costringono le persone a destini non voluti per mantenere lo status delle famiglie; è un atto d’accusa contro l’ipocrisia del clero, che ammanta di significati religiosi e morali interessi terreni molto concreti; è un atto d’accusa contro l’astinenza sessuale prescritta dalle regole monastiche, che porta inevitabilmente a forma patologiche di sessualità e a gravi disturbi della personalità.
Diderot si lancia in previsioni ottimistiche circa la prossimità del tempo in cui queste forme di superstizione religiosa sarebbero scomparse ed i conventi sarebbero stati chiusi. Anche se molte cose sono oggettivamente cambiate, su temi quali il celibato (e le sue conseguenze patologiche) non sembra che la chiesa cattolica abbia fatto molti passi avanti.
La figura di Suor Susanna emerge dal libro come una vera e propria eroina femminista ante-litteram, sempre pronta a reagire alle costrizioni, anche con gesti clamorosi (all’inizio del libro rifiuta i voti al momento di prenderli, rispondendo di no alla domanda se avesse volontà di prenderli, suscitando naturalmente un grande scandalo), sempre pronta a subire sino in fondo le conseguenze di ciò che fa.
Insomma, con questo libro il grande illuminista, il padre dell’Encyclopédie ci consegna una critica sferzante alle istituzioni sociali e religiose del suo tempo e una limpida figura di donna a tutto tondo.

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Quando Dickens diventa dickensiano

IlNostroComuneAmicoRecensione de Il nostro comune amico di Charles Dickens

Garzanti, I grandi libri, 1988

A mio avviso Il nostro comune amico appartiene alle opere minori di Dickens. E’ un Dickens stanco, un po’ ripetitivo, che cerca, senza riuscirvi troppo, di riaccendere le atmosfere che hanno caratterizzato i suoi romanzi precedenti, e che ne fanno uno dei grandi scrittori dell’800.
In apparenza gli ingredienti ci sono tutti: i grandi sentimenti e le grandi meschinità, la Londra sottoproletaria della prima rivoluzione industriale, gli arrivisti e gli sciocchi, l’intrecciarsi di storie e di vicende diverse.
Quello che manca è la capacità di vivificare questi elementi, di farli piano piano apparire accanto a noi con tratti che ad ogni pagina si fanno più distinti e percepibili, come accade per Mr. Pickwick, Mr. Weller e le loro avventure, per Pip di Grandi speranze, per Esther di Casa desolata. Sembra che Dickens sia divenuto suo malgrado Dickensiano, e si senta in obbligo di rispondere ai cliché che lui stesso ha creato, ma in cui ormai non crede più.
Certo nel libro non mancano momenti e personaggi memorabili, come Reginald Wilfer e moglie, genitori di Bella Wilfer, una delle protagoniste, o come l’inquietante antiquario/impagliatore Mr. Venus, la descrizione del cui laboratorio vale la lettura del libro, oppure ancora il ricco Mr. Podsnap. Altro personaggio sicuramente forte nella sua problematica negatività è il maestro Bradley Headstone, cui tocca in sorte una fine tragica. Si tratta però di personaggi secondari, mentre è nei protagonisti, nei personaggi chiave che manca l’afflato che caratterizza le opere migliori del nostro.
Bella Wilfer, eroina del romanzo, per metà del libro è descritta come una ragazza immatura, vanesia e pronta a sacrificare ogni virtù di fronte alla prospettiva di una scalata sociale. In una sola pagina diviene saggia, lungimirante e pronta a sacrificare ogni prospettiva di scalata sociale all’apparire del vero amore: si tratta probabilmente della conversione a U più rapida della storia della letteratura!
Anche l’altra eroina, Lizzy Hexam, se pure è una vera “figlia del popolo” che appare nel libro remando sul Tamigi come aiutante del padre recuperatore di cadaveri, sbiadisce progressivamente sino a divenire di fatto una qualsiasi infermierina innamorata.
Non è dissimile la percezione che abbiamo del “nostro comune amico”, di quello che dovrebbe essere il vero protagonista del romanzo, vale a dire John Harmon, alias Mr. Rokesmith. Anche lui è un personaggio sbiadito, a mio avviso non ben caratterizzato, solo abbozzato: il ruolo che gioca nella storia avrebbe meritato un po’ più di attenzione da parte dell’autore.
Anche il contesto in cui si muovono questi (e i molti altri presenti) personaggi è solo una quinta di cartone. A differenza che in altri libri, Dickens non è in grado di farci entrare nella Londra sordida, nebbiosa e sporca in cui si svolgono le storie intrecciate dei nostri eroi: perché? Credo che questo dipenda dal fatto che le vicenda narrate non dipendono in modo pregnante dall’ambiente in cui si svolgono, ma sono vicende “personali”, in larga parte sganciate dal loro contesto, che rimane quindi sullo sfondo, ed al più serve a volte a fornire alcuni “effetti speciali”.
Il nostro comune amico è comunque un libro di quasi mille pagine, nella edizione da me letta, scritto da un grandissimo artista che a volte è in grado di ritrovare i suoi sprazzi migliori. Questi sono per me rappresentati dalle parti del libro dedicate ai Signori Veneering e ai loro amici, i Lammle, i Podsnap, Lady Tippins e gli altri. Qui Dickens ritrova la sua capacità di ridicolizzare la borghesia inglese della sua epoca e la sua vacuità, le sue convenzioni, il suo sfrenato arrivismo, la sua brama di potere e soldi. Sono i capitoli migliori del libro, dove si ritrovano pagine degne del Dickens migliore.
Concludo con un cenno sull’edizione Garzanti, edita nel 1988 (due volumi) da me letta. Credo che la traduzione di Filippo Donini contribuisca in parte a creare quel clima “artificioso” che caratterizza il romanzo, soprattutto per un particolare: la traduzione di quasi tutti i nomi propri dei personaggi in italiano, che è portata così all’eccesso da dare fastidio: Lizzy diventa Lisetta, il fratello Charley Carletto e così via, sino a raggiungere punte vicine all’assurdo. Nicodemus Boffin viene spesso chiamato dalla moglie “Noddy”, che Donini traduce con “Muccio”. L’apice, poi, viene raggiunto nella traduzione del nome dell’assistente dell’avvocato Lightwood, che nell’originale è Blight e diventa Malanno. A mio avviso sarebbe stato più serio affidare a delle note la spiegazione dei giochi di parole sui nomi.
Alla fine, ci si trova di fronte all’immancabile happy end, che in questo caso non appare consolatorio ma logica conseguenza di una certa stanchezza espressiva.