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Entusiasti e ammirati, ovvero B. svelato 150 anni fa

UmiliatieOffesiRecensione di Umiliati e offesi di Fëdor Dostoevskij

Mondadori, Oscar classici, 1987

La lettura di Umiliati e offesi è un’esperienza profonda, al termine della quale si è sicuramente arricchiti nella capacità di comprendere le contraddizioni dell’animo umano. Può alle volte non piacere come Dostoevskij scrive, si può dissentire dalla sua visione delle cose e della società, ma è indubbio che questo autore rimane uno dei grandissimi scavatori, uno dei massimi speleologi della personalità che la letteratura ci ha dato.
Umiliati e offesi è precedente ai quattro grandi capolavori della maturità, e, come detto nell’introduzione a questa classica edizione Oscar Mondadori, fu concepito quasi come un romanzo d’appendice, da pubblicare a puntate su una rivista popolare, e quindi non è scevro dai difetti del romanzo che deve tenere sempre desto l’interesse del lettore: in particolare, alcuni colpi di scena, alcuni intrecci sono sicuramente forzati, come pure in alcuni passi la narrazione assume toni eccessivamente melodrammatici.
Purtuttavia, questi difetti vengono spazzati via dalla forza con cui l’autore sa tratteggiare i caratteri dei protagonisti, dalla sua capacità di restituirci personaggi duramente scolpiti ma nello stesso tempo articolati e complessi.
All’inizio del romanzo sembra che il personaggio principale sia l’io narrante Vania (userò, per i nomi dei personaggi, l’italianizzazione proposta dai traduttori). In lui non è difficile scorgere lo stesso Dostoevskij: è un letterato, solitario, destinato a svolgere, come l’anonimo protagonista del racconto Le notti bianche, il ruolo di innamorato a senso unico della protagonista femminile (qui Natascia, lì Nasten’ka), di suo confidente e amico che l’accompagna verso l’altro, reprimendo ciò che veramente sente. Vania quindi rappresenta un vero e proprio topos Dostoevskijano, è lui, è l’intellettuale rinchiuso in sé stesso dopo la perdita di ogni illusione circa la sua capacità di incidere sulla realtà, che anzi è costretto a giocare un ruolo di testimone anche rispetto al fallimento dei suoi sentimenti e delle sue aspirazioni personali, restandogli solo la possibilità di riversare sulla pagina le sue sofferenze.
Se Vania è sicuramente un personaggio chiave del romanzo, il vero protagonista, il gigante negativo è il principe Valkovsky. Egli assomma su di sé tutti i caratteri tipici della piccola aristocrazia di campagna russa che costituiva un anello fondamentale nell’organizzazione sociale dell’autocrazia zarista: è falsamente bonario, paternalista, aperto al nuovo e tollerante nei confronti della infatuazione del figlio Alioscia per la povera Natascia; anzi, apparentemente vuole favorire il matrimonio tra i due, dichiarando il suo apprezzamento per la personalità e il carattere di Natascia. In realtà Vania/Dostoevskij ci avverte subito, sin dal suo apparire sulla scena, che nei suoi occhi, nei gesti e nei momenti meno controllati affiora la vera personalità del principe, che è egoista ed avido, che mira solo a portare il figlio verso un matrimonio “adeguato” a risolvere i suoi problemi finanziari. C’è un momento del libro in cui anche noi lettori non capiamo bene la strategia del principe, che è talmente sottile da essere difficilmente interpretabile. Prima Natascia, che è sicuramente il personaggio più appassionatamente lucido del libro, poi il principe stesso, nel corso di un memorabile colloquio con Vania che rappresenta l’acme del romanzo, ci apriranno gli occhi.
Rispetto a questo personaggio non posso esimermi da due considerazioni. La prima è relativa al fatto che, anche se il romanzo non assume mai al suo interno elementi di critica sociale, essendo un romanzo “psicologico”, la figura del principe è sicuramente una critica feroce ad una intera classe sociale, che come detto era uno dei bastioni dell’arretrata e sommamente ingiusta società russa. La seconda, sicuramente più azzardata, riguarda la straordinaria somiglianza che si può individuare tra Valkovsky e un noto personaggio della vita politica italiana dei nostri giorni: stessa capacità di ammaliare, di apparire simpatico e attento alle esigenze degli altri, perseguendo al contempo spietatamente i propri interessi personali.
Il romanzo ci presenta molti altri personaggi, ed anche storie parallele a quella principale. Non voglio però togliere il piacere della lettura entrando in dettagli eccessivamente rivelatori: basti sapere che in meno di quattrocento pagine Dostoevskij ci offre una vera enciclopedia di tipi umani, che insieme compongono un quadro psicologico e sociale di grandissimo spessore emotivo.

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Un poema irlandese in prosa

RafteryRecensione de Raftery il cieco e la sua sposa Hilaria di Brian Oswald Donn Byrne

Sellerio, Il castello, 1989

Ciò che colpisce di primo acchito leggendo questo romanzo è lo stile della scrittura. L’autore ha infatti scelto, se la traduzione è fedele all’originale, di scrivere un poema in prosa, con uno stile epico, aulico e classico che – sapendo che il romanzo è stato scritto negli anni ’20 del novecento, ed è quindi contemporaneo del surrealismo, dell’espressionismo e delle avanguardie – inizialmente può sconcertare il lettore.
Certo, anche un altro grande irlandese – Joyce – usa uno stile analogo in alcuni capitoli del suo capolavoro, ma lì l’intenzione manifesta dell’autore è quella di richiamare, parodiandoli, i diversi modi di scrivere in prosa, per destrutturare lo stesso concetto di romanzo.
Donn Byrne non ha queste ambizioni: il suo orizzonte è molto più limitato. E’ un orizzonte esclusivamente irlandese: laddove Joyce è partito da Dublino per rivoluzionare la letteratura, Byrne delimita il proprio spazio letterario tra Galway, i monti del Connemara e la contea di Mayo, il cuore stesso dell’Irlanda rurale come è nel nostro immaginario di non-irlandesi.
Ed allora, perché Donn Byrne usa questo stile desueto, perché questo tono epico nella storia del poeta di strada cieco Raftery che sposa la bella spagnola Hilaria dal passato difficile e consolida con lei, vagando di villaggio in villaggio, uno splendido rapporto d’amore che non si incrina neppure quando viene a sapere che il matrimonio era stato combinato dal perfido Dafydd Evans, il gallese di Claregalway, per distruggere la reputazione del poeta e vendicarsi del ridicolo di cui Raftery l’ha coperto?
La risposta sta forse proprio nell’essere questo un piccolo romanzo interamente irlandese, scritto negli anni in cui l’Irlanda recuperava la sua indipendenza, negli anni in cui, quindi, era necessario contribuire a costruire una letteratura nazionale.
Ecco allora la necessità di costruire un’epica irlandese, che in Byrne si esprime con il richiamo ad un personaggio della tradizione (il poeta cieco Raftery) che diviene la metafora stessa dell’Irlanda. E’ un poeta improvvisatore, suona l’arpa celtica nei villaggi componendo versi che si riferiscono agli avvenimenti di attualità, e per questo è riconosciuto da tutti come un’autorità indiscussa, un leader che indica la via. La sua sposa è spagnola, quasi a sottolineare come il carattere irlandese possa incontrarsi solo con le culture mediterranee che – al pari dei figli di Erin – fondano buona parte della loro identità sull’arte e sulla musica. Il suo nemico è naturalmente un britannico (anche se gallese), il cui unico obiettivo di vita è far soldi con spregiudicate operazioni finanziarie (toh, guarda!).
Ci sono poi la natura ed i paesaggi irlandesi, grandi coprotagonisti del libro ed essi stessi parte della costruzione dell’epica nazionale, per lo più “visti” attraverso le sensazioni del cieco Raftery: sono questi secondo me i passi più belli del romanzo, i momenti in cui sembra davvero di sentire il soffio del vento, il canto degli uccelli della brughiera o il mugghiare dell’oceano ai piedi di una alta falesia.
Un libro quindi da leggere d’un fiato, lasciandosi ammaliare dal suo tono aulico ma mai enfatico, lasciandoci conquistare dalla storia – solo apparentemente piccola – narrata, lasciandoci trasportare in una terra che ha saputo esprimere alcuni dei più grandi geni letterari della storia.
Nella sua prefazione (scritta nel 1929) il traduttore Gian Dauli afferma di non esitare, dopo avere letto Blind Raftery and His wife Hilaria, a porre Donn Byrne … più in alto di tutti gli altri scrittori irlandesi anche se si chiamano col nome di uno Swift, di un Wilde, di uno Shaw, di un Yeats, di un Synge, d’uno Stephens, di un Joyce…: ecco, forse non è del tutto vero, proprio per il carattere squisitamente irlandese di questo libro, a fronte dell’universalità delle cose scritte dai grandi sopra elencati. E’ vero però che con questo romanzo Donn Byrne ha scritto un piccolo capolavoro, che sicuramente rifulge di luce propria anche al cospetto dei colossi.

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Un’occasione persa

GioielliIndiscretiRecensione de I gioielli indiscreti di Denis Diderot

Demetra, Acquarelli, 1994

Diderot è un mostro sacro della cultura occidentale, uno dei padri dell’illuminismo, quindi appare forse fuori luogo una critica alla sua opera. Peraltro, come detto nel titolo di questa edizione Demetra de I gioielli indiscreti, si tratta di un Diderot “minore”, di un’opera che non compare tra quelle per cui conosciamo il grande scrittore e filosofo. Mi assumo quindi la responsabilità di una recensione non proprio entusiastica, segnalando sin d’ora che alla valutazione critica contribuisce non poco l’edizione, come argomenterò poco oltre.
Lo spunto su cui si basa I gioielli indiscreti è degno di un grande genio dissacratore della morale del suo tempo: cosa accadrebbe se le vagine, i gioielli delle signore dell’alta società avessero la possibilità di parlare e quindi si mettessero improvvisamente a raccontare, senza censure, ciò che sanno?
Prendendo le mosse da questo spunto Diderot costruisce un romanzo ambientato in un fantomatico regno del Congo, nel quale l’annoiato Sultano Mangogul riceve dal genio Cucufa un anello magico che, girato in direzione di una signora, rende loquace il suo gioiello, che naturalmente racconta le vere abitudini sessuali della sua “padrona”. Mangogul scommette con la sua favorita Mirzoza sulla possibilità di trovare una dama realmente virtuosa, quindi – approfittando anche della facoltà di penetrare invisibile nelle stanze di chiunque – fa parlare i gioielli di numerose dame, sia conosciute per le loro avventure sia credute modelli di virtù.
Ne deriva ovviamente un sovvertimento delle convenzioni sociali e la dimostrazione che a fronte della morale ufficiale i comportamenti reali sono dominati dalle pulsioni erotiche e dalla ricerca del piacere. Il tono di tutto il libro è molto lieve, il difficile argomento è trattato in punta di penna, senza mai scadere nella scurrilità (tranne in un solo capitolo, peraltro attribuito ad un collaboratore di Diderot), ed a latere del filo conduttore Diderot approfitta della costruzione dell’immaginario mondo del sultanato del Congo per svolgere considerazioni sul potere e sull’organizzazione sociale in genere.
Ovviamente il Congo è la trasparente metafora della Francia dell’Ancien Régime, la capitale Banza è chiaramente Parigi e ogni personaggio messo in campo ha probabilmente il suo corrispettivo in contemporanei del nostro, come ci viene detto nella breve introduzione al testo. Purtroppo, e questo secondo me è il grande limite di questa edizione, il testo non è accompagnato da note o rimandi esplicativi che permettano di svelare a chi i personaggi si riferiscano, quali situazioni del suo tempo Diderot volesse prendere di mira, a chi e perché lanciasse i suoi strali satirici. Questo rende la lettura monca e a lungo andare fine a sé stessa, perché ovviamente senza tali supporti non è possibile apprezzare fino in fondo lo scorrere di avventure che si ripetono un po’ simili l’una all’altra.
Resta senza dubbio il tocco del grande scrittore e pensatore, del brillante polemista, resta la grande idea di far parlare le vagine (ripresa anche in tempi recenti da I monologhi della vagina), ma quando si chiude il libro si ha l’impressione di una occasione persa – a causa dell’insipienza dell’edizione – per approfondire la conoscenza di un mondo che, anche grazie al pensiero di Diderot, stava inconsciamente preparando la propria fine.