Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura russa, Libri, Recensioni

Un tono inatteso, ma sotto la superficie è sempre Fëdor Michajlovič

LeternoMaritoRecensione de L’eterno marito, di Fëdor Dostoevskij

Biblioteca Ideale Tascabile, 1996

Grazie a questo breve romanzo, la galleria dei personaggi Dostoevskijani si arricchisce di una nuova perla. Si tratta di Pavel Pavlovič Trusockij, l’eterno marito del titolo, personaggio grottesco, quasi gogoliano, la cui tragicità ed umanità deriva in buona parte, come spesso nei personaggi del nostro autore, dalla contraddittorietà del suo agire.
Segnalo innanzitutto il tono del romanzo, che differisce da quello dei più noti capolavori del nostro per la leggerezza e l’ironia che lo pervade. Non mancano certo momenti tragici e di forte tensione emotiva, ma l’impressione è che per questo romanzo Dostoevskij abbia preso a modello quella parte della letteratura russa della generazione a lui antecedente, il cui massimo esponente è stato appunto Gogol’, che ha utilizzato l’arma dell’ironia e della satira per descrivere l’animo umano e i tratti della società russa. Anche l’uso della terza persona nel narrare, non così comune nel nostro autore, accentua il senso di distacco satirico dai personaggi.
La storia è molto semplice: durante un’estate a Pietroburgo, Vel’čàninov, ex viveur affetto da ipocondria, reincontra Pavel Pavlovič Trusockij, che si viene a sapere essere stato il marito di una signora disinvolta, di cui Vel’čàninov era stato anni prima, in una città di provincia, l’amante, frequentando la famiglia come amico. La signora ora è morta, e leggendo si comprende che Trusockij è venuto a Pietroburgo proprio per incontrare Vel’čàninov, in compagnia della giovane figlia lasciatagli dalla moglie defunta.
Tutto il romanzo è giocato sul pregresso non detto tra i due: nella prima parte Vel’čàninov cerca di capire se Pavel Pavlovič sa. Naturalmente Pavel Pavlovič sa, e nutre per Vel’čàninov un complesso rapporto di amore-odio che lo spinge da un lato a cercare ossessivamente la sua compagnia, dall’altro a cercare addirittura di ucciderlo. La storia si dipana sino all’ultimo incontro tra i due alcuni anni dopo le vicende principali.
Dostoevskij, avvalendosi della più classica delle situazioni familiari – il triangolo – fa di Pavel Pavlovič Trusockij un archetipo dell’animo russo dei suoi tempi, e lo rappresenta come colui che conosce la realtà ma si rifiuta di affrontarla di petto, non sa come rapportarsi rispetto ad essa, oscilla irresolutamente tra una sua passiva accettazione ed un velleitario ribellismo, che non porterà a nulla. E’ il classico tema dostoevskijano, trattato però, come detto, in chiave ironica e satirica.
Bellissimo e conseguente il finale: come detto, i due si reincontrano per caso dopo alcuni anni in una stazione ferroviaria: Pavel Pavlovič si è risposato, ed anche questa volta, ci suggerisce velatamente l’autore, la moglie lo tradisce. Vel’čàninov, da uomo di mondo, intuisce la situazione, che è ancora una volta accettata passivamente da Pavel Pavlovič, vero eterno marito, per usare l’eufemismo dostoevskijano.
La grande metafora giunge quindi a conclusione stilando il suo ultimo verdetto: all’uomo russo, al popolo russo non rimane che lasciarsi soverchiare dalla realtà, per quanto sgradevole e ingiusta possa essere, perché è troppo gretto e meschino per poterla cambiare.

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Munitevi di carta e penna, signori. Ma prima levatevi il cappello

LadolescenteRecensione de L’adolescente, di Fëdor Dostoevskij

Biblioteca Ideale Tascabile, 1995

L’adolescente è un romanzo estremamente complesso, che a volte, anche a causa dell’edizione nel quale l’ho letto, mi è parso un po’ confuso, coerentemente con lo stile dostoevskijano. L’edizione BIT che posseggo, oggi forse introvabile, non è fatta per agevolare la lettura di questo ponderoso romanzo: le pagine sono composte da un carattere piccolo, che soprattutto per chi come me è ormai afflitto da presbiopia, rende difficoltosa la lettura, e non consente di concentrarsi appieno nel seguire lo snodarsi della storia. Ho fatto quindi una certa fatica a venirne a capo, frammentando la lettura in oltre un mese e rischiando di perdere il filo; filo che è di per sé molto sottile, anche perché l’autore affida la narrazione al protagonista, che dichiara sin dalla prima pagina di non essere un letterato e quindi di scrivere in modo disordinato e senza l’uso di “orpelli letterari”.
L’uso della prima persona è un tratto costante nella narrativa di Dostoevskij, ma qui l’autore esaspera sicuramente il dilettantismo del narratore, al fine di conseguire un risultato di realismo cronachistico che è senza dubbio uno dei tratti salienti del romanzo, ed anche come espediente per creare suspance, come dirò in seguito.
La storia è quella di Arkadij Dolgorukij, ventenne figlio illegittimo di Versilov, signorotto pietroburghese con una tenuta in campagna dove ha sedotto la madre di Arkadij facendola poi sposare al “servo” Makar Dolgorukij. Arkadij ha sempre vissuto lontano dalla madre, in collegio e all’università, ed all’inizio del romanzo si trasferisce da Mosca a Pietroburgo conoscendo per la prima volta davvero i suoi parenti e le persone che li frequentano. La sua smania di riscatto nei confronti del padre naturale lo farà interferire con le complesse relazioni sociali e personali che si sviluppano tra i vari personaggi, generando situazioni ad alto contenuto drammatico: il citato dilettantismo artistico del narratore è uno strumento che l’autore utilizza con grande maestria per aumentare la suspance: molte volte infatti i fatti vengono parzialmente anticipati oppure spiegati a posteriori, creando un clima di sorpresa che disorienta. Come in altri romanzi di Dostoevskij il vero protagonista non è però il narratore, ma ancora una volta l’uomo di mezza età, in questo caso Versilov. Ho trovato molte analogie, infatti, tra Versilov e il principe Valkovsky di Umiliati e offesi, che paiono l’uno il negativo dell’altro. Entrambi sono personaggio che dire sfaccettati è dir poco: sono contraddittori, sono nella realtà profondamente diversi da come ci vengono presentati all’inizio. Valkovskij sembra generoso e altruista, mentre nella realtà si rivelerà meschino, volgare e spietato calcolatore; Versilov sembra freddo e pronto a sacrificare i sentimenti alle sue esigenze personali, in realtà si rivelerà capace di grandi slanci affettivi e patriottici. Ancora una volta l’immenso Dostoevskij riesce a darci, in un solo personaggio, un ritratto a tutto tondo delle contraddizioni in cui si dibatteva la classe dominante russa della sua epoca.
Non entro nel merito delle vicende del libro perché ci vorrebbero pagine su pagine (la breve trama reperibile su Wikipedia può aiutare ma non rende assolutamente la complessità del romanzo). Basti dire che (anche qui come sempre in Dostoevskij) alle vicende che segnano l’evoluzione del rapporto tra Arkadij e Versilov se ne affiancano molte altre, con alcuni personaggi veramente straordinari – molto russi e del tutto Dostoevskijani – quali Makar Dolgorukij, che da contadino si è trasformato in pellegrino-santone, e Lambert, oscuro ricattatore che allunga i suoi tentacoli sull’ingenuo Arkadij.
Che dire ancora? Sicuramente un affresco ovviamente straordinario dell’animo umano sullo sfondo della apparentemente cristallizzata – in realtà ribollente – società russa della metà del XIX secolo, da leggere possibilmente in altra edizione rispetto alla mia. Un consiglio comunque voglio darlo. A meno che non siate dotati di una memoria eccezionale, munitevi di carta e penna, e quando appare un personaggio annotatene nome, caratteristiche e relazioni con gli altri personaggi; può essere utile nel corso del romanzo, per evitare la domanda che mi sono a volte fatto durante la lettura: E questo chi è?