Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Recensioni, Romanticismo

L’apologo fiabesco come rifugio dalla realtà

VitadiunPerdigiornoRecensione de Vita di un perdigiorno, di Joseph von Eichendorff

Newton, TEN, 1995

La storia narrata da questo breve romanzo, a suo tempo popolarissimo, è quella di un giovane che viaggia, si innamora di una misteriosa bella signora, a causa di questo amore si imbarca in nuove avventure ed alla fine corona il suo sogno d’amore iniziando una nuova vita presumibilmente felice.
Una storia semplice, con qualche piccolo colpo di scena finale ma sin troppo piana. Infatti molte delle recensioni lette su questo libro concordano nel definirlo una sorta di fiaba. Più che una fiaba io lo considererei un apologo, pieno di personaggi e luoghi simbolici, paradigmatici. Per primo il protagonista, giovane contemplativo e dedito all’arte (suona il violino e compone canzoni) che per questo viene chiamato Taugenichts (Perdigiorno) dal padre mugnaio, e che un giorno decide di andarsene a scoprire il mondo. Il racconto, quindi, prende l’avvio da un atto di ribellione da parte del protagonista rispetto alla prospettiva di vita borghese che gli si prospetta. Tra lui e la concezione della vita dei genitori c’è la più assoluta incomunicabilità: lui non capisce loro e neppure i compagni che accettano una vita dove è necessario “… andare al lavoro, a vangare, ad arare, come ieri, come l’altro ieri, come sempre….”
Personaggi paradigmatici sono anche i compagni che incontra nel suo viaggio: contesse, pittori, studenti. Il libro poi è pieno di sereni castelli e di arcadici paesaggi, ed un ruolo particolare lo giocano l’Italia e Roma, romanticamente viste come luoghi dell’alterità, del trionfo dell’arte.
Il tema tipicamente romantico del viaggio in Italia, quindi, in questo anomalo Bildungsroman viene trasfigurato nella progressiva acquisizione della consapevolezza che l’arte, l’ozio, la contemplazione e il contatto con la natura sono i veri valori su cui fondare l’esistenza, in contrapposizione ai valori dell’esistenza attiva e dedita all’accumulazione che la nascente società borghese proponeva.
Eichendorff, da buon piccolo nobile, vagheggia una società dove i bisogni materiali non esistono (presumibilmente perché qualcun altro li ha soddisfatti anche per noi) e dove quindi una élite intellettuale può dedicarsi all’ozio creativo.
Il fatto che il romanzo abbia un tono fiabesco fa pensare che l’autore per primo non credesse possibile l’avverarsi di questo vagheggiato mondo, tanto più nei tempi duri in cui si trova a scrivere. L’apologo fiabesco è quindi la forma più ovvia che può assumere questo “manifesto della perduta civiltà feudale”.
C’è un particolare che evidenzia a tutto tondo la concezione della società sottesa dal romanzo. Il protagonista si innamora di colei che crede essere una contessa; quando alla fine la ritrova si accorge di avere scambiato per contessa una ragazza, in realtà nipote del portiere del castello comitale. E’ lei che sposerà, ed è a loro due che i signori del castello elargiranno una piccola tenuta per poter vivere felici. La morale è sin troppo ovvia, a mio avviso: il protagonista, per quanto artista e di nobili sentimenti, sempre figlio di borghesi è, e non può che sposare una sua pari grado sotto l’occhio benevolo dei nobili signori, che si graziano di conceder loro i mezzi di cui vivere.
Ancora una cosa. Ho trovato su questo libro un giudizio molto severo di Thomas Mann. Egli ha scritto che questo libro è “tutt’altro che ben educato”, che non ha “la minima consistenza, la minima ambizione psicologica, né volontà critico-sociale, né rigore intellettuale”: che non è che “sogno, musica, un continuo lasciarsi andare, un suono continuo di un corno da postiglione, voglia di lontananze, voglia di casa, cascate di bengala in un parco notturno, beatitudine un poco folle (…)”. Il grande borghese Mann, testimone e narratore della crisi dei valori borghesi nel primo novecento, non può tollerare che quegli stessi valori fossero messi in discussione sin dai loro albori.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

3 pensieri riguardo “L’apologo fiabesco come rifugio dalla realtà

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