Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Recensioni

Progressista a sua insaputa?

TmoJonesRecensione di Tom Jones, di Henry Fielding

Feltrinelli, Universale Economica, I Classici, 1991

Il Tom Jones di Fielding raramente è ricordato come uno dei capolavori della letteratura universale. Eppure, leggendolo, si capisce presto di essere di fronte ad uno dei testi che hanno segnato un punto di svolta, che hanno posto le basi del romanzo borghese moderno come lo abbiamo conosciuto nel corso del XIX secolo, pur essendo un testo peculiarmente inglese.
Un romanzo di questo genere non poteva infatti che essere scritto nella Gran Bretagna della prima metà del XVIII secolo, ossia nel paese allora più avanzato del mondo, nel quale la coesistenza di una borghesia mercantile egemone e di una aristocrazia che aveva saputo cedere parte del proprio potere a fronte della conservazione di privilegi formali stava ponendo le basi della prima rivoluzione industriale.
E’ in una società in rapido cambiamento, nella quale tutti i valori tradizionali vengono messi in dubbio dall’avanzare inesorabile della logica dell’accumulazione che il Tom Jones viene scritto dal grande conservatore Henry Fielding. Il libro registra perfettamente questa temperie sociale e culturale, disegnandone un godibilissimo affresco attraverso le avventure giovanili del protagonista. L’autore è perfettamente conscio che nella società in cui vive il male maggiore è il conformismo, il restare ancorati a schemi mentali e culturali del passato, e disegna chi se ne fa portatore come un idiota o un ipocrita. In questo senso si può dire, secondo me, che Fielding si rivela, forse suo malgrado (a sua insaputa, si direbbe nell’Italia di oggi) uno scrittore progressista.
Tom è un bastardo, di natali incerti, che cresce nella casa del “buon” gentleman di campagna Allworthy, che lo tratta come un figlio. Giunto alla prima giovinezza, dopo avere avuto la propria iniziazione sessuale con una ragazza del popolo, si innamora, segretamente ricambiato, della bella Sophia, figlia di un gentleman vicino di Allworthy. Le calunnie di un nipote legittimo di quest’ultimo lo faranno però cacciare di casa e bandire dal padre di Sophia: Tom inizia una peregrinazione per l’Inghilterra meridionale che lo porterà ad imbattersi in numerose persone e ad avere numerose avventure, anche amorose (è un bel ragazzo), sempre però pensando alla sua Sophia ed essendo combattuto tra il desiderio di rivederla, di farla sua e la decisione di andarsene lontano per non nuocerle. Non svelo il finale perché naturalmente contiene numerosi colpi di scena.
Fielding è innanzitutto un grandissimo narratore: interviene continuamente in prima persona nella storia per esprimere giudizi, porre questioni, suscitare una sorta di dibattito tra sé e il lettore su quanto sta accadendo, e tutto questo con una capacità straordinaria di mantenere il ritmo, di avvincere e di interessare, che ancora oggi stupisce e contribuisce alla assoluta modernità del romanzo. Il tono del narrare è leggero ed ironico, con una buona dose di satira sociale incardinata su alcuni dei personaggi principali e secondari, come il padre di Sophia, gretto, interessato solo alla caccia e al patrimonio e pronto a fare l’infelicità della figlia in nome del suo amore per lei; oppure come i due istitutori Thwackum e Square, il primo paradigma dell’ipocrisia religiosa e il secondo di quella della morale laica, entrambi incapaci di tolleranza. Le loro dispute filosofiche sono una delle perle del libro.
E’ proprio la tolleranza, o meglio la necessità di comprendere la complessità e le sfaccettature del carattere umano e di indulgere verso le sue debolezze che Fielding ci vuole insegnare. Tra i personaggi del Tom Jones, quelli a cui l’autore guarda con occhio più benigno sono quelli (a partire da Tom) che non hanno certezze, che si pongono interrogativi ed hanno dubbi, che si mostrano per quello che sono. Viceversa, Fielding non risparmia i suoi strali a chi si fa portatore di principi inflessibili ed in genere è invece ipocrita o applica una doppia morale a seconda che si tratti di sé o degli altri.
In definitiva, la mia opinione è che il Tom Jones assommi tutte le caratteristiche del capolavoro, perché è al contempo capace di descrivere un ambiente sociale, di presentare dei tipi umani universali, di divertire e di far riflettere.
Un secolo dopo, la grande lezione di Fielding sarebbe stata imparata dal miglior Dickens. Al tempo della pubblicazione, invece, il libro fu accusato di immoralità, e ciò non deve stupire, perché sicuramente la morale che se ne trae ha caratteri ancora oggi eversivi rispetto a quella corrente, e contiene elementi disgregatori delle certezze e dei modelli che la società costituita ritiene indispensabili per la sua perpetuazione.
Un ultimo appunto a proposito dell’edizione Feltrinelli che ho letto: la traduzione di Decio Pettoello, così d’antan, contribuisce a dare al testo una patina di antico che quasi fa pendant con la freschezza del romanzo, creando un azzeccato mix d’atmosfera. Bella anche l’introduzione di William Empson, che ha il pregio di essere frutto della cultura d’origine del testo: ci svela alcuni dei meccanismi narrativi di Fielding, anche se a mio avviso accentua troppo la chiave “psicologica” di interpretazione del romanzo.

Pubblicato in: Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Novecento, Recensioni

Los Angeles è lontana

ChiediallaPolvereRecensione di Chiedi alla polvere di John Fante

Marcos y Marcos, 1994.

Chiedi alla polvere è il secondo libro che leggo di Fante, ed è la seconda volta che questo celebrato autore non mi convince. Già in La confraternita del Chianti avevo trovato un po’ troppi luoghi comuni sugli italiani, anche se la figura del protagonista aveva una sua tragica grandezza.

In questo, che dovrebbe essere il suo capolavoro, ho trovato tutti gli ingredienti dell’America metropolitana del XX secolo, le sue grandi solitudini, le storie di emarginazione, l’alcool, le droghe e il sogno di farcela, conditi in una salsa un po’ insipida.

Quello che potrebbe essere un grande personaggio, Arturo Bandini, da associare al kerouachiano Sal Paradise, come lui artista disadattato, in realtà non ne ha l’epica grandezza, e questo a mio avviso, perché manca in Fante la capacità di scavare realmente nei meandri della società statunitense, nelle sue contraddizioni, la capacità di narrare una storia che cammini veramente per le strade di Los Angeles. Quello che in Kerouac è l’elemento essenziale del racconto, il paesaggio urbano e rurale degli States, che inevitabilmente ci fornisce i tipi umani che ne fanno parte, in Fante è solo lo sfondo opaco della contraddittoria vicenda esistenziale di Bandini, del suo essere incapace di stabilire un legame stabile con Camilla, il grande amore della sua vita.

Fante cerca per tutto il libro di immergere i suoi personaggi nel contesto della Los Angeles dalle mille facce, ma questa resta lontana, assumendo una patina oleografica e scontata che non giova alla credibilità della narrazione. Bandini, secondo me, non è un vero figlio di quell’America, non è stato distillato da quella polvere, ma è un prodotto non poco artefatto. Il suo rapporto con la città e con la società americana è asettico e financo asfittico: la sua storia d’amore con Camilla non ha e non può avere la forza dirompente dei viaggi di Sal, perché lui è solo un rappresentante della middle-class temporaneamente senza soldi, la cui vera aspirazione è farli (i soldi) per cambiare vita.

Infatti alla fine ci riesce, e nel bel finale emerge la diversità del suo destino, ormai incanalato verso la sicurezza economica e sociale, da quello di Camilla, che se ne va chissà dove. E’ sintomatico che Arturo, rinunciando a cercarla, affidi il suo messaggio d’amore al suo libro, allo strumento che gli sta dando la certezza del successo.

Il libro certo non manca di momenti alti, e soprattutto il finale, come detto, lo riscatta. Resta tuttavia l’impressione dell’uso forzato di un’atmosfera per raccontare qualcosa che potrebbe essere ambientato altrove. Resta l’impressione che il libro potrebbe aprirsi con “… Mentre su Bunker Hill calavano le prime ombre della sera…”

Pubblicato in: Filosofia, Letteratura, Libri, Marxismo, Recensioni

Leggere Engels oggi

AntiduhringRecensione di Anti-Dühring, di Friederich Engels

Editori Riuniti, Biblioteca del pensiero moderno, 1985

Leggere Engels oggi risponde per me a due esigenze. La prima è di carattere letterario e documentario, e si riferisce al piacere di approfondire il pensiero di un autore che, insieme a Karl Marx, ha posto le basi di una interpretazione del mondo che ha davvero contribuito a cambiarlo, secondo una famosissima asserzione del filosofo di Trier. L’opera di Marx ed Engels, anche se non ha visto la storia dell’umanità evolversi completamente nel senso che i due autori ritenevano inevitabile (almeno sinora) è stata comunque la possente piattaforma teorica su cui si sono appoggiate le lotte del movimento operaio lungo due secoli, lotte che hanno trasformato profondamente i rapporti sociali ed hanno permesso, almeno nel mondo occidentale, il parziale riscatto di milioni di uomini da una condizione di assoluta povertà e subordinazione.
L’Anti-Dühring risponde perfettamente a questa esigenza. Il testo è infatti una sorta di compendio della elaborazione teorica marx-engelsiana, e presenta, in ciascuno dei tre grandi capitoli in cui è suddiviso (Filosofia, Economia politica, Socialismo) il pensiero dei due in una forma piana e comprensibile anche per i non “addetti ai lavori”. Il testo fu scritto da Engels inizialmente (1877-78) per polemizzare con le tesi social-positiviste di Eugen Dühring, che stavano prendendo piede nel movimento operaio tedesco; in breve però l’Anti-Dühring ebbe una larga diffusione, per la sua struttura “manualistica”, tanto che Engels ne curò altre due edizioni, con importanti revisioni, sino al 1894.
Questo suo carattere di “manuale” ha costituito anche il più grande limite di questo testo, perché è stato identificato spesso come la “bibbia” del marxismo ortodosso, una sorta di “marxism for dummies”, assumendo – accuratamente depurato dagli elementi ritenuti scomodi – un carattere dogmatico certamente lontanissimo dalla volontà del suo autore. Del carattere “manualistico” assunto dal testo e del suo essere invece senza dubbio un testo che approfondisce alcuni dei temi centrali della critica marxiana dà conto nella lunga ed illuminante introduzione Valentino Gerratana.
Leggere l’Anti-Dühring risponde per me anche ad un’altra, più profonda esigenza, che è quella di cercare di capire cosa, della immane costruzione marx-engelsiana, è oggi ancora utilizzabile come chiave per comprendere la realtà. Ebbene, la mia personale risposta è che il pensiero marxiano rappresenta ancora oggi una base imprescindibile per qualunque elaborazione teorica che si ponga l’obiettivo di una critica scientificamente fondata alla società e quello di un suo radicale cambiamento. La concezione dialettica della storia, le basi economiche dei rapporti sociali, i concetti di plusvalore e alienazione sono altrettanti moloch teorici con cui dobbiamo fare i conti ancora oggi, in un mondo che, seppure apparentemente lontanissimo da quello in cui vivevano i due filosofi, ne perpetua a livello globale i meccanismi basilari. Certo, nel libro ci sono anche ingenue previsioni sull’imminente crollo del sistema capitalistico o sulla fine delle grandi città, sostituite da diffuse comunità di produttori che, alla luce di quanto è realmente successo nell’ultimo secolo possono farci sorridere. Proprio questi elementi utopici, tuttavia, rappresentano a mio parere un ulteriore elemento di forza dell’Anti-Dühring, che perde il carattere dogmatico che il socialismo realizzato gli aveva attribuito per riacquistare la sua forza teorica e svelarci una inaspettata matrice visionaria nell’autore ritenuto il più pragmatico del grande duo. Per cambiare la realtà bisogna comprenderla, e siccome io ritengo essenziale, pena il disastro, provare a cambiarla, trovo in Marx ed in Engels molte chiavi di lettura perfettamente adattabili alla realtà odierna.
Oltre che funzionale alle esigenze citate leggere l’Anti-Dühring è comunque anche un piacere, perché la vis polemica che lo pervade ne fa un testo molto godibile, e rivela che anche Engels, come Marx, era anche un brillante scrittore, pieno di ritmo ed ironia.