Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Novecento, Recensioni

Il vuoto come cifra narrativa

CapriccioRecensione di Capriccio, di Ronald Firbank

Guanda, Prosa contemporanea, 1984

Ronald Firbank non è certo uno degli autori più conosciuti della letteratura anglosassone di inizio del XX secolo, e questo Capriccio (del 1917), peraltro oggi difficilmente trovabile, rappresenta il primo romanzo che ho letto di questo autore. Devo dire che si è trattato di una piacevole sorpresa.
Si tratta di un piccolo libro, di 90 pagine, che narra le vicende di Sally Sinquier, giovane figlia di un canonico di campagna, che sogna di calcare le scene. Fugge a Londra rubando una collana di famiglia e, vendutala, riesce a mettere in scena “Giulietta e Romeo”. Il finale è a sorpresa e d’effetto, per cui non lo anticipo, anche se è sicuramente difficile esprimersi sul testo prescindendo dal finale.
Il libro è suddiviso in ben 17 capitoli, e la lettura prosegue veloce, soprattutto perché in genere l’autore, dopo brevi frasi introduttive per descrivere la situazione, in ogni capitolo ci presenta dialoghi serrati, nei quali le battute dei protagonisti non sono quasi mai intervallate da commenti o annotazioni, ma la cui vacuità emerge tutta. Ne deriva un ritmo sincopato, quasi teatrale, che contribuisce non poco al fascino del breve romanzo. Questo ritmo, questa assenza di intervento dell’autore è del tutto funzionale al clima del romanzo, che descrive la meschina società dei piccoli teatri londinesi, tra attori vanesi, ricchi signori di mezza età che si occupano di lanciare e “proteggere” le aspiranti attrici (naturalmente in cambio di precisi favori), agenti teatrali ingordi e giovani di belle speranze.
Firbank lascia che siano loro a parlare, a dimostrare, con il loro vuoto chiacchiericcio, la vacuità del loro orizzonte culturale e morale.
In questo mondo Sally Sinquier si muove apparentemente ingenua e spaesata, ma in realtà del tutto determinata a ottenere ciò che vuole: la gloria sul palcoscenico. E ci riuscirà, o almeno ci sarebbe probabilmente riuscita, se…
Il grottesco finale offre a Firbank la possibilità di terminare, in maniera quasi circolare, il romanzo con un superbo capitolo, nel quale si disvela ancora di più la grettezza e la ingordigia da sanguisuga che vengono attribuiti al mondo del teatro.
Un piccolo libro, dunque, il cui titolo non resterà certo scolpito tra quelli dei capolavori del suo tempo, ma che è scritto con uno stile personale, che fa della leggerezza l’arma per scavare in profondità l’animo umano, che racconta il vuoto che c’è dietro le apparenze usando proprio il vuoto come cifra narrativa, che sembra dirci con estrema crudeltà che il caso e l’imponderabile non possono che essere gli artefici del nostro destino, per quanto noi ci impegniamo per raggiungere i nostri fini, e come ci sia comunque sempre qualcuno pronto ad avvantaggiarsi in ogni situazione.
Sicuramente un libro da leggere d’un fiato, in una sera, sperando che venga ristampato presto.

Annunci

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...