Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Recensioni

Mentre Marx scriveva il Manifesto…

Mary BurtonRecensione di Mary Barton, di Elizabeth Gaskell

Mondadori, Oscar Classici, 1997

Elizabeth Gaskell scrisse Mary Barton nel 1848, e di fatto questo è uno dei primi, se non il primo, romanzo a porre al centro della vicenda la condizione operaia nell’Inghilterra industriale del primo ottocento.
E’ questo indubbiamente un grande merito del libro, che gli fruttò tra l’altro – oltre che una fulminea notorietà – le ire degli ambienti conservatori britannici.
La Gaskell era all’epoca una giovane signora di estrazione borghese che, avendo sposato un ecclesiastico di Manchester, era entrata in contatto con la dura condizione di vita degli operai delle industrie delle Midlands, che proprio in quegli anni subivano gli effetti di una delle più tremende crisi da sovrapproduzione del primo capitalismo.
Colpita dalla morte di un figlioletto, scrive Mary Barton con funzione quasi catartica rispetto al proprio dolore.
Visto con gli occhi di oggi Mary Barton è un romanzo contraddittorio, che unisce ad aspetti di indubbia importanza rispetto allo sviluppo di una letteratura “degli umili”, anche elementi discutibili e, come dire, già datati all’epoca della stesura.
Sicuramente di grande rilevanza, come detto, è l’ambientazione del romanzo: la Manchester dei quartieri operai è descritta in tutta la sua crudezza, con i suoi vicoli bui e maleodoranti, le case annerite dal fumo, gli scantinati umidi dove si ammassano intere famiglie.
Molto lucida è anche l’analisi degli spietati meccanismi dello sfruttamento attivati dal capitalismo industriale: ci sono passi nei quali l’autrice rivela di avere compreso appieno come le forze del mercato determinino la mercificazione del lavoro, e come questa mercificazione – con l’appropriazione da parte dei padroni di buona parte del frutto del lavoro degli operai – sia la causa prima del dolore, della fame e dell’ignoranza in cui questi ultimi sono costretti a vivere.
La storia, poi, è indubbiamente una bella storia, in cui si mescolano una vicenda collettiva – quella degli operai che anelano ad una vita migliore e lottano per questo – e una personale – quella della protagonista, giovane e bella figlia di un operaio cartista, che si affaccia alla vita e fatica a riconoscere il vero amore. Le vicende collettive e familiari si dipanano in parallelo, e non mancano i momenti di suspense e di attesa legati alla drammaticità degli avvenimenti narrati. Molti personaggi sono dotati di una loro specifica umanità, che l’autrice ci comunica con tratti a volte brillanti.
Se questi sono gli elementi che colpiscono positivamente, non si possono tacere gli aspetti che considero negativamente.
Innanzitutto la tendenza ad una narrazione fortemente melodrammatica, in cui i dialoghi – in particolare – risultano molte volte artificiosamente pomposi, soprattutto considerando che i protagonisti sono rudi operai di Manchester. La lingua, il tono della Gaskell non si adattano all’ambiente che descrive, e questo accentua la sensazione – crescente con l’avanzare della lettura – che il libro sia frutto di un atteggiamento paternalistico.
Il paternalismo religioso emerge poi appieno se si considera la tesi di fondo del libro: padroni e operai hanno gli stessi interessi, e basta che gli uni guardino agli altri con occhi cristiani e trovino le occasioni per cooperare che tutto andrà meglio. La contrapposizione delle classi, la dura lotta per i propri diritti non può che generare lutti e disgrazie. Ora, è vero che il romanzo è del 1848, ma incidentalmente si può far notare che è proprio di quell’anno la pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista di Mark & Engels.
Per questi motivi non concordo con Anna Luisa Zaso che nella sua prefazione parla di un romanzo rivoluzionario: è il romanzo di una signora che sicuramente prova pietà per la vita degli operai, che sicuramente si sente moralmente vicina a loro, che sente quanta umanità e quanto talento inespresso vi sia in quelle vite, ma che ha paura della rabbia che si accumula nelle menti, delle lotte che il movimento può esprimere, e propone quindi una prospettiva di concordia universale basata sui valori cristiani, non accorgendosi che le cause dello sfruttamento, peraltro dall’autrice come detto comprese, impediscono una tale prospettiva. In definitiva Mary Barton è un romanzo che oggi definiremmo buonista.
Un punto della prefazione della Zaso invece mi convince, ed è quello della funzione centrale del dolore, che viene visto nel romanzo come mezzo per purificarsi e migliorare: molti sono i morti che costellano le pagine di Mary Barton, ed è proprio attraverso le sofferenze e i lutti che i protagonisti costruiscono o “migliorano” la propria personalità. Probabilmente a questo aspetto del romanzo non è estranea, oltre alla concezione etico-religiosa della Gaskell, anche la vicenda personale della perdita del figlio.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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