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Quanti spunti avrebbe, da noi, oggi

LIspettoregeneraleRecensione de L’ispettore generale, di Nikolaj Gogol’

Garzanti, I grandi libri, 1994

L’ispettore generale è la più conosciuta opera teatrale di Gogol’ – autore che per inciso noi consideriamo russo, ma che in realtà era ucraino, a dimostrazione della relatività e della inconsistenza di un “ordine mondiale” odierno che per certi versi ci sta riportando al medioevo – e in quanto tale è complicata da recensire senza abbandonarsi a sterili soggettività o cadere nel già detto.
Eppure la forza del testo è tale da lasciare (come per la gran parte dell’opera di questo grandissimo autore) nel lettore sensazioni indelebili, e da rappresentare un paradigma di critica sociale talmente universale da essere attualissimo, tanto più in una società decadente come quella italiana di questo inizio di millennio. Per questo ritengo giusto, anche attraverso queste mie poche ed indegne righe, richiamare l’attenzione sulla necessità di leggere questo testo o di andare a vederne una rappresentazione teatrale.
La storia è semplicissima. In una città di provincia dell’impero zarista si viene a sapere che sta per giungere un ispettore da Pietroburgo per controllare l’andamento della cosa pubblica. Subito il Sindaco e gli altri maggiorenti si riuniscono per decidere come parare il colpo, visto che naturalmente tutto va male a causa della loro corruzione e ingordigia. Quando poco dopo apprendono che in un albergo è sceso un giovane proveniente dalla capitale, nessuno dubita che sia il temuto ispettore, per cui lo vanno a trovare in delegazione per blandirlo e per ingraziarselo; il giovane, che in realtà è un funzionario di infimo livello che sta tornando dai suoi dopo avere perso tutti i soldi al gioco, all’inizio non capisce come mai venga così riverito, ma subito decide di trarre vantaggio dalla situazione. Conferma quindi le opinioni dei provinciali sul suo potere, sulla bella vita condotta a Pietroburgo, fa la corte alla moglie e alla figlia del sindaco, gli promette di farlo diventare generale, si fa prestare denaro da tutti. Naturalmente tutti esaudiscono i suoi desideri senza fiatare. Quando il gioco è portato troppo avanti e rischia di essere scoperto il giovane scappa con una scusa; mentre il Sindaco si vede già generale a Pietroburgo e comincia ad attirarsi l’invidia degli altri notabili della cittadina giunge la notizia che è arrivato il vero Ispettore generale. Con un colpo di genio teatrale Gogol’ chiude la commedia con una scena muta, sorta di crocifissione laica che immortala gli astanti nella loro sorpresa per essere stati gabbati.
La critica alla corruzione della società zarista dell’800 è tanto più feroce in quanto deriva dalla descrizione di un episodio marginale, perfettamente verosimile. L’autore stesso è pienamente consapevole che l’effetto comico e la capacità di far riflettere il pubblico sarà tanto più grande quanto meno si eccederà in atteggiamenti caricaturali: l’ottima edizione Garzanti che ho letto riporta parecchie appendici, tra cui l’Avvertenza per coloro che desiderano recitare come si deve “L’ispettore generale”, che Gogol’ apre proprio così: ”Soprattutto è necessario evitare di cadere nella caricatura. Non ci deve essere nulla di esagerato o di triviale. Neppure nei ruoli meno importanti”. Questa avvertenza mi induce a riflettere su come, invece, molte delle rappresentazioni teatrali che ho potuto vedere dal vivo (una) o in video puntino proprio sulla caricatura dei personaggi, dando al testo un sentore di farsa che non solo tradisce i dettami dell’autore, ma ne sminuisce la forza corrosiva.
Un elemento fondamentale del testo, che non a caso costituì una delle cause principali dell’accoglienza tiepida che ebbe al debutto, è che non ci sono personaggi positivi. Tutti i notabili della città operano solo per nascondere le loro malefatte, per passare indenni l’ispezione e continuare ad arricchirsi come prima: anzi, nella famiglia del Sindaco si coltiva l’illusione che proprio grazie alla capacità di corrompere il supposto ispettore il loro status sociale possa grandemente elevarsi. Chlestakov, il falso ispettore, a sua volta è un approfittatore di bassa lega, che non esita a sparare le panzane più grosse (tra l’altro si attribuisce la paternità de Le nozze di figaro) non appena si rende conto dell’ingenuità e del provincialismo di chi ha davanti.
Nella commedia ci sono ovviamente molti autentici colpi di genio, tra i quali mi piace citare i personaggi di Dobčinskij e Bobčinskij, che come dice la similitudine del nome sono uguali, rappresentando quindi la serialità anche corporea del piccolo possidente russo avido e pavido.
Dopo aver letto questa opera immortale mi sono domandato quanti spunti avrebbe un Gogol’ nella nostra Italia odierna, e quanto a questa nostra derelitta società manchi un autore della sua forza. Quindi, ho acceso la televisione.

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I dolenti racconti di un grande misconosciuto

OltreilMuroRecensione di Oltre il muro, di Friedrich Glauser

Sellerio, La memoria, 1993

Oltre il muro potrebbe essere visto ad un primo esame come facente un tutt’uno con Morfina, l’altro libro di racconti di Glauser proposto da Sellerio intorno alla metà degli anni ’90. Si tratta invece di un volume sostanzialmente diverso, perché contiene unicamente racconti, e non vi sono quei brani di carattere autobiografico in cui l’autore racconta in prima persona pezzi della sua travagliata vita che caratterizzano Morfina.
Qui il compito di farci conoscere o approfondire la personalità e la poetica di questo poco noto autore svizzero della prima metà del ‘900 è affidata a sette blocchi temporali, ciascuno composto da uno o due racconti ed in ciascuno dei quali si riflette, mediata dalla forma-racconto, l’esperienza esistenziale e sociale dell’autore.
Dico subito che si tratta di racconti splendidi, dolenti, in cui l’apparente distacco narrativo tipico dello stile asciutto di Glauser raggiunge appieno l’obiettivo di farci partecipi, attraverso storie di una banale tragicità, dello straniamento di Glauser rispetto ai (dis)valori dell’Europa tra le due guerre.
Sapendo di rasentare la bestemmia, direi che i racconti di Oltre il muro possono trovare una pietra di paragone, nella letteratura europea del ‘900, nel Joyce di Dubliners, pur considerando tutte le differenze stilistiche e culturali che passano tra i due.
I primi due racconti, raccolti nel blocco denominato Vienna 1909. Il padre sono in fondo la stessa storia, quella di un ragazzo che tenta di ribellarsi al clima asfissiante della tranquilla famiglia borghese in cui vive, vista prima attraverso gli occhi del protagonista e poi attraverso quelli del padre di lui. Ci raccontano in pratica l’antefatto, le radici dello spirito ribelle e dell’emarginazione dell’autore.
Il successivo blocco narrativo, Ginevra 1913-1916. Gli ideali ci consegna le storie di due fallimenti esistenziali, due splendidi personaggi piccolo-borghesi incapaci di comprendere i loro limiti e perciò vulnerabili nel rapporto con gli altri.
Il racconto successivo, che non a caso è solo nel blocco riguardante La società borghese, è a mio avviso il fulcro del libro e assurge al rango di capolavoro. Nella apparentemente banale storia di un adulterio, narrata in prima persona dal marito tradito, si intersecano tali e tanti piani interpretativi esistenziali, psicanalitici e sociali da meritare che il racconto debba essere letto con particolare attenzione, magari più di una volta.
Seguono racconti di suicidi ed omicidi ambientati nelle guarnigioni algerine della Legione straniera, in cui Glauser si arruolò veramente, oppure storie che hanno come sfondo gli ospedali e i manicomi in cui fu internato come morfinomane. Incontriamo commessi viaggiatori spettatori di drammi familiari ed ex carcerati che narrano le loro storie tragiche e paradossali ad un tempo.
Forse il blocco narrativo meno intenso è l’ultimo, in cui si perde l’intensità e l’atmosfera dolente degli altri, anche se l’ultimo racconto, paradossalmente a lieto fine e in cui fa una fugace apparizione persino il Sergente Studer, ha quasi il sapore di riaccompagnarci verso lidi più rassicuranti.
Il senso ultimo dei suoi racconti, del suo scrivere, Glauser ce lo rivela sin dal primo racconto, dove il suo alter-ego narrante dice: Nessuno al mondo potrà cancellare il fatto che esistono due specie di uomini: quelli che amano l’ordine e quelli che amano il disordine…. Non è difficile comprendere dove si collocasse il nostro.

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Alla scoperta del padre di Studer

Morfina

Recensione di Morfina, di Friedrich Glauser

Sellerio, La memoria, 1995

Morfina appartiene a quella parte della produzione letteraria di Friedrich Glauser che non è incentrata sulla figura del Sergente Studer, l’investigatore grazie al quale gode di una certa notorietà di nicchia. Si tratta in particolare di un volume che raccoglie brevi testi e racconti che ci permettono di capire la visione del mondo di Glauser e di addentrarci nella sua breve vita, fatta di emarginazione, di droga, di un disperato distacco dalla società e dai suoi conformismi. Molti dei pezzi raccolti nel libro sono di carattere autobiografico, e ci raccontano momenti della vita dell’autore, come il periodo passato rinchiuso in un manicomio, il suo rapporto con la morfina (da cui il titolo), la vita nella Legione straniera, i suoi lavori precari. Altri contengono considerazioni di carattere sociale e politico, magari ispirati da una ricorrenza o da fatti di cronaca. Altri, infine, sono veri e propri racconti, sempre ispirati alla descrizione della società piccolo borghese e proletaria della Svizzera dei primi decenni del secolo XX. Il libro si apre quasi programmaticamente con il racconto autobiografico Scrivere…, nel quale Glauser ci descrive il primo conflitto che, al tempo del ginnasio, si aprì tra lui, l’intellettuale – autore di un articolo di critica ad un’opera scritta da un suo professore – e la società costituita. Glauser ci dice che per lui scrivere porta inevitabilmente all’emarginazione, allo scontro con i conformismi. Molto bello e toccante è il brevissimo Asilo notturno, nel quale Glauser ci immerge nell’atmosfera tragica ma piena di umanità dei clochard parigini. Segue un altro piccolo saggio importante per capire come Glauser la pensasse rispetto alla società e all’autorità costituita: si tratta di Perturbatori dell’ordine pubblico, dove viene analizzato e criticato duramente il sistema della giustizia svizzera. E’ un saggio importante perché si riaggancia direttamente alla poetica che sottende le opere del Sergente Studer, e ci permette di capire come per Glauser il delitto, la deviazione debbano essere analizzati e compresi nel contesto sociale e culturale in cui avvengono. Un racconto secondo me centrale nel libro è Musica, nel quale Glauser esprime in tinte che ricordano Grosz tutto il suo disgusto per il rapporto commerciale e funzionale che esiste tra la gretta società borghese e certa produzione culturale, prefigurando con molta lucidità le degenerazioni dell’industria culturale dei nostri tempi. Morfina è una sorta di crudele autoanalisi del rapporto tra l’autore e la droga, nei suoi aspetti positivi e negativi. Ci sono nel libro anche racconti più lievi, come La strada e Un incidente d’auto, che costituiscono delle piccole pause di relax gradite dal lettore. Se le tematiche trattate dal libro sono spesso dure e disperate, non si può non notare come vengano comunque esposte con uno stile piano e distaccato, fatto di frasi brevi e di accenti quasi cronachistici anche quando riguardano direttamente le convinzioni più profonde dell’autore. E’ anche questo che contribuisce a dare un fascino particolare al libro, dopo la cui lettura si conoscerà forse meglio questo autore che, seppure ancora poco noto, merita senza dubbio un posto accanto ad altre più celebrate scoperte degli ultimi decenni.

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E se fosse Simenon il Glauser belga?

IlGraficodellaFebbre

Recensione de Il grafico della Febbre, di Friedrich Glauser

Sellerio, La memoria, 1985

Friedrich Glauser, il “Simenon svizzero”, come spesso viene descritto, è uno scrittore poco conosciuto di cui a suo tempo l’editore Sellerio ha avuto il merito di pubblicare gran parte dell’opera.
L’accostamento al più celebre scrittore belga deriva essenzialmente dall’avere entrambi dato vita, guarda caso negli anni ’30 del secolo scorso, a personaggi di detective che hanno in comune il fatto di essere persone “normali”, con una famiglia borghese alle spalle, che sono in grado di risolvere i casi di cui si occupano perché sanno capire le ragioni che hanno spinto al delitto.
Ovviamente nel caso di Simenon questo personaggio è Maigret, mentre Glauser è il padre del Sergente Studer, della polizia di Ginevra.
Le analogie tra i due scrittori però finiscono qui. Tanto lunga, agiata e ufficiale fu la vita di Simenon quanto breve, estrema e marginale quella di Glauser, che morì a 42 anni nel 1938, dopo anni di riformatorio, legione straniera, internamento in manicomio e abuso di morfina. Anche la mole della produzione letteraria è agli antipodi tra i due: alle centinaia di romanzi scritti da Simenon si contrappongono una decina di romanzi con protagonista Studer e pochi altri volumi.
Eppure, come detto, Maigret e Studer si somigliano molto, ed io credo che il fatto di essere stati concepiti – sia pure da due personalità così diverse – nella stessa epoca e nello stesso contesto culturale aiuti a capire il perché.
Come viene detto spesso a proposito di Maigret, ma lo stesso vale per Studer, la ricerca che si svolge in questi romanzi gialli non mira tanto a capire chi ha compiuto un delitto, ma perché il delitto è stato compiuto. I colpevoli sono in genere persone normali, che in qualche modo si sono trovate costrette ad agire come hanno agito.
E’ chiaro che in entrambi gli autori la detective story è uno strumento, probabilmente il più potente che hanno a disposizione, per descrivere drammi umani e sociali, per raccontare attraverso piccole storie una società borghese che si stava tragicamente avviando, attraverso convulsioni e contorcimenti sociali e culturali, verso la catastrofe della seconda guerra mondiale.
Da questo punto di vista forse Glauser aggiunge qualche elemento ulteriore, che gli deriva dalla sua condizione esistenziale ed umana: la conoscenza in prima persona della marginalità gli permette di aggiungere ai suoi romanzi una dolorosa partecipazione alle vicende dei suoi personaggi che in Simenon è solo mediata. Studer è infatti esso stesso un emarginato, che si ritrova sergente a causa di un errore commesso in passato, per il quale è stato degradato. Lavora praticamente da solo, senza il supporto – anzi, tra una certa diffidenza – di colleghi e superiori.
Glauser, come detto, inserisce nei suoi romanzi del Sergente Studer anche elementi autobiografici, e questo rende realistici anche passi che potrebbero essere scivolosi, quale quello in cui, ne Il grafico della febbre Studer si reca per l’indagine in Algeria, negli avamposti della Legione Straniera. Glauser vi aveva vissuto davvero, in quei luoghi, e quindi è in grado di descriverceli in tutta la loro assurdità e sciatteria, e di regalarci anche straordinari ritratti dei tipi umani che vi si ritrovano.
Non entro ovviamente nella trama de Il grafico della febbre, che ritengo uno dei più belli tra i romanzi del Sergente Studer, ma invito a leggere questo autore, che ha saputo usare un genere per descrivere atmosfere vissute dolorosamente sulla propria pelle.

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L’arte contro la morte: scoprire un grande (quasi) dimenticato

RaccontiFantasticiRecensione di Racconti fantastici, di Théophile Gautier

Garzanti, I grandi libri, 1993

Théophile Gautier è in qualche modo considerato un autore minore rispetto al pantheon della letteratura francese del XIX secolo. Di lui si ricorda soprattutto il romanzo Capitan Fracassa, anche se quasi derubricato nell’immaginario collettivo a romanzo per ragazzi. Eppure egli fu uno dei protagonisti della vita intellettuale della Francia che, dal 1830 al 1870, vide tempi tumultuosi e innumerevoli rivolgimenti politici e sociali. Fu uno dei primi propugnatori del romanticismo in Francia, amico di Hugo e di molti altri, e Baudelaire lo considerò suo maestro, dedicandogli Les Fleurs du Mal. Fu soprattutto poeta e giornalista, ma scrisse anche alcuni romanzi e molti racconti.
Questo volume di Garzanti ha l’indubbio pregio di permetterci di scoprire il Gautier scrittore di racconti. Sono, come dice il titolo, racconti fantastici, di cui il tema del soprannaturale, dell’inspiegabile è il filo conduttore, come si addice a un autore romantico. Il volume ci presenta una dozzina di racconti scritti durante l’intero arco della vita letteraria dello scrittore, e questo ci permette di gustarne l’evoluzione stilistica e di ispirazione.
I primi racconti risentono fortemente di una influenza Hoffmanniana: Gautier era (giustamente) un grande ammiratore del maestro del romanticismo fantastico tedesco, e le sue prime prove letterarie ne ricalcano dichiaratamente le orme, tanto che il sottotitolo di quello che ritengo il più bello e il più importante di questa produzione giovanile, Onuphrius, è le fantastiche vessazioni di un ammiratore di Hoffmann. Secondo me è il più importante dei racconti di questa fase per la tematica trattata. Il protagonista, Onuphrius, è l’artista romantico, che cerca di esprimere la sua arte al mondo, ma viene travisato e deriso dalla società sino a non avere altra strada che rifugiarsi nella pazzia. Il racconto è chiaramente una metafora della difficoltà che i giovani intellettuali romantici, e ancora di più quelli radicali come Gautier, incontravano ad imporsi nel panorama dell’intellettualità parigina dell’epoca.
Un altro racconto molto bello è Arria Marcella, che narra il viaggio di un giovane francese a Napoli e Pompei. Colpito dall’impronta del seno di Arria Marcella, conservatasi nella cenere del Vesuvio e vista al museo archeologico partenopeo, il giovane Octavien (nome romano), visitando da solo all’alba la città sepolta viene proiettato, in una sorta di viaggio nel tempo, nel 79 d.C., pochi giorni prima dell’eruzione, ed incontra la bella Arria, che rivive perché lui l’ha ricordata. E’ un racconto molto struggente, che tocca con maestrìa il tema della morte e della memoria. In questo periodo della sua vita Gautier – seguendo lo spirito dell’epoca – consuma oppio ed hascisc, e il racconto Il club dei mangiatori di hascisc descrive con efficacia gli effetti della droga.
Il volume si chiude con due lunghi racconti, Avatar e Iettatura, che il curatore del volume Lanfranco Binni liquida come tendenti …ad assumere i modi del convenzionale racconto d’appendice. Io non sarei così sbrigativo, perché soprattutto Avatar esplora le praterie di un tema, quello dello sdoppiamento della personalità, della spersonalizzazione, che verranno ampiamente pascolate, anche se con ben altri mezzi a disposizione, per tutto il novecento.
In definitiva un bel libro, che ci permette di scoprire questo autore quasi negletto ma che invece ha scritto pagine importanti ed ha contribuito ad aprire porte alle quali si sono affacciati gli autori delle generazioni successive. Come scrive Lanfranco Binni nella lunga e bella introduzione, L’Arte contro la morte: un conflitto e una possibilità, senza illusioni. E’ questo tema, centrale nella poetica di Gautier, a vivere in forme diverse anche nei suoi racconti fantastici.. Mi sembra un tema che innerva una parte significativa della letteratura che giunge sino ai nostri giorni.