Pubblicato in: Letteratura, Letteratura svizzera, Libri, Novecento, Racconti, Recensioni

I dolenti racconti di un grande misconosciuto

OltreilMuroRecensione di Oltre il muro, di Friedrich Glauser

Sellerio, La memoria, 1993

Oltre il muro potrebbe essere visto ad un primo esame come facente un tutt’uno con Morfina, l’altro libro di racconti di Glauser proposto da Sellerio intorno alla metà degli anni ’90. Si tratta invece di un volume sostanzialmente diverso, perché contiene unicamente racconti, e non vi sono quei brani di carattere autobiografico in cui l’autore racconta in prima persona pezzi della sua travagliata vita che caratterizzano Morfina.
Qui il compito di farci conoscere o approfondire la personalità e la poetica di questo poco noto autore svizzero della prima metà del ‘900 è affidata a sette blocchi temporali, ciascuno composto da uno o due racconti ed in ciascuno dei quali si riflette, mediata dalla forma-racconto, l’esperienza esistenziale e sociale dell’autore.
Dico subito che si tratta di racconti splendidi, dolenti, in cui l’apparente distacco narrativo tipico dello stile asciutto di Glauser raggiunge appieno l’obiettivo di farci partecipi, attraverso storie di una banale tragicità, dello straniamento di Glauser rispetto ai (dis)valori dell’Europa tra le due guerre.
Sapendo di rasentare la bestemmia, direi che i racconti di Oltre il muro possono trovare una pietra di paragone, nella letteratura europea del ‘900, nel Joyce di Dubliners, pur considerando tutte le differenze stilistiche e culturali che passano tra i due.
I primi due racconti, raccolti nel blocco denominato Vienna 1909. Il padre sono in fondo la stessa storia, quella di un ragazzo che tenta di ribellarsi al clima asfissiante della tranquilla famiglia borghese in cui vive, vista prima attraverso gli occhi del protagonista e poi attraverso quelli del padre di lui. Ci raccontano in pratica l’antefatto, le radici dello spirito ribelle e dell’emarginazione dell’autore.
Il successivo blocco narrativo, Ginevra 1913-1916. Gli ideali ci consegna le storie di due fallimenti esistenziali, due splendidi personaggi piccolo-borghesi incapaci di comprendere i loro limiti e perciò vulnerabili nel rapporto con gli altri.
Il racconto successivo, che non a caso è solo nel blocco riguardante La società borghese, è a mio avviso il fulcro del libro e assurge al rango di capolavoro. Nella apparentemente banale storia di un adulterio, narrata in prima persona dal marito tradito, si intersecano tali e tanti piani interpretativi esistenziali, psicanalitici e sociali da meritare che il racconto debba essere letto con particolare attenzione, magari più di una volta.
Seguono racconti di suicidi ed omicidi ambientati nelle guarnigioni algerine della Legione straniera, in cui Glauser si arruolò veramente, oppure storie che hanno come sfondo gli ospedali e i manicomi in cui fu internato come morfinomane. Incontriamo commessi viaggiatori spettatori di drammi familiari ed ex carcerati che narrano le loro storie tragiche e paradossali ad un tempo.
Forse il blocco narrativo meno intenso è l’ultimo, in cui si perde l’intensità e l’atmosfera dolente degli altri, anche se l’ultimo racconto, paradossalmente a lieto fine e in cui fa una fugace apparizione persino il Sergente Studer, ha quasi il sapore di riaccompagnarci verso lidi più rassicuranti.
Il senso ultimo dei suoi racconti, del suo scrivere, Glauser ce lo rivela sin dal primo racconto, dove il suo alter-ego narrante dice: Nessuno al mondo potrà cancellare il fatto che esistono due specie di uomini: quelli che amano l’ordine e quelli che amano il disordine…. Non è difficile comprendere dove si collocasse il nostro.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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