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Gli uomini, non il destino, sono la causa della tragica vicenda di Tess

TessRecensione di Tess dei d’Urberville, di Thomas Hardy

Mondadori, Oscar classici, 1994

Stamani, mentre pensavo di scrivere la recensione di Tess dei d’Urberville di Thomas Hardy, mi sono imbattuto, nelle pagine del Corriere della Sera online, in una riflessione sull’autore scritta da Pietro Citati, che potete trovare qui.
Di fronte a tanto critico ho pensato che fosse meglio rimandare, per non dare adito ad un confronto che sarebbe stato senza dubbio impietoso.
Ho letto con attenzione l’articolo di Citati, che è incentrato proprio sul capolavoro di Hardy, ed alla fine ho deciso di scrivere lo stesso la mia recensione, soprattutto perché mi permetto di non essere completamente d’accordo con l’analisi di Citati.
Questa è tutta incentrata sull’azione di un imperscrutabile destino come causa ultima della tragica storia di Tess: egli parte da una disamina del ruolo della natura nei romanzi dell’autore – una natura apparentemente ciclica ma che rivela, soprattutto nella brughiera e nella fattoria di Flintcomb-Ash, il suo aspetto cupo e desolato, per dirci che i segni di cui è disseminato il romanzo portano verso l’ineluttabile destino della protagonista. Sentiamo Citati:
Dovunque Hardy e i suoi personaggi guardassero, perfino nell’incantevole primavera, non scorgevano che sventura. La natura stessa era intessuta di sciagure: non solo umane, ma animali e vegetali.
E ancora:
In un romanzo di Hardy il Destino agisce come un fabbro macchinoso e malvagio, ribadendo una catena di piccoli fatti assurdi, di coincidenze miracolose, di avvenimenti e di persone che ritornano, di segni uniformemente negativi. Continua a leggere “Gli uomini, non il destino, sono la causa della tragica vicenda di Tess”

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Pubblicato in: Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Novecento, Recensioni

Tematiche intriganti in una salsa un po’ stantìa

MezzanotteeNonSonoAncoraFamosoRecensione di Mezzanotte e non sono ancora famoso, di Barry Hannah

Giunti, Narratori, 1993

Non credo che Barry Hannah sia un autore troppo conosciuto da noi in Italia. Una breve ricerca su internet ha dato come risultato due soli libri pubblicati, entrambi da Giunti, di cui questo Mezzanotte e non sono ancora famoso presenta la sua più famosa raccolta di racconti, avente il titolo originale di Airships ed edita nel 1978.
L’autore è uno statunitense morto nel 2010 a soli 58 anni, nato e vissuto nel profondo sud degli Stati Uniti. Chi volesse saperne di più può consultare l’esaustiva voce a lui dedicata nella versione inglese di Wikipedia. Da questa si può vedere come Hannah sia autore di 7 romanzi oltre ad altre raccolte di racconti.
Forse sarebbe il caso che l’editoria italiana dedicasse più attenzione a questo scrittore, che è sicuramente autore intrigante, per le tematiche trattate e per il modo in cui le tratta, e profondamente statunitense, anche se il mio personale giudizio è che sia anche troppo tipicamente statunitense, almeno stando a quanto mi hanno trasmesso i venti racconti di questo libro.
Mi spiego. Esiste, a mio avviso, uno stile di scrittura statunitense che, dopo avere letto le opere di parecchi autori del secondo dopoguerra, è facilmente riconoscibile da incipit come: Mentre una dannata sera me ne andavo a zonzo sulla XX strada, mi si avvicina un tipo in una Chevy del ’57 e mi fa… (L’incipit è mio, ma credo che possa essere credibile). Ecco, i racconti di Hannah sono scritti in gran parte così, e questo secondo me toglie loro una parte notevole dell’originalità e della potenziale trasgressività delle tematiche trattate. Questo stile standardizzato, forse l’unico che l’autore potesse usare dato il contesto culturale in cui era immerso, nondimeno – e paradossalmente – conferisce a molti racconti una patina di stantìo, di già sentito, di fritto e rifritto, che nel mio caso non ha giovato al piacere della lettura. Ed è un vero peccato, perché come detto le tematiche che l’autore tocca sono senza dubbio intriganti. Ma quali sono queste tematiche? Continua a leggere “Tematiche intriganti in una salsa un po’ stantìa”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Recensioni, Romanticismo

Un piccolo grande eroe dell’emarginazione

IlPoveroMusicanteRecensione de Il povero musicante, di Franz Grillparzer

Mondadori, Oscar, 1979

Questo piccolo Oscar Mondadori, edito sul finire degli anni ’70, è un libro prezioso, perché contiene i due unici racconti del drammaturgo romantico austriaco Franz Grillparzer, accompagnati dall’abbozzo di un altro racconto e da una lunga introduzione sulla vita e le opere di Grillparzer scritta dal grande e compianto Ervino Pocar.
E’ un libro prezioso soprattutto perché ci dona, nella traduzione dello stesso Pocar, uno dei racconti a mio avviso più straordinari di tutti i tempi, degno di assurgere ad un olimpo che per me contiene La metamorfosi, il Michael Kohlhaas di Kleist, alcuni racconti di Hoffmann, Bartleby lo scrivano, Tonio Kröger e per la verità molti altri che ora non mi vengono in mente.
Il racconto in questione è quello che dà il titolo al volume: Il povero musicante, che oggi è possibile reperire nella stessa traduzione e cura (immagino) da Passigli o, con il nome de Il povero suonatore da Marsilio. Manca tuttavia, nelle edizioni più recenti, la possibilità di leggere anche l’altro racconto di Grillparzer, Il convento presso Sendomir.
Partiamo proprio da questo racconto, che in verità non lascia pienamente trasparire la magnificenza del successivo.
Si tratta infatti di un racconto scritto nel 1828, ci informa Pocar, probabilmente per colmare in fretta e furia un vuoto apertosi nell’edizione di una rivista a cui il nostro collaborava, quindi con intenti quasi commerciali, e questo “vizio d’origine” si riflette nella storia, che definirei manieristicamente romantica, essendo la storia di un signore secentesco che, sposata una bella e vivace fanciulla, va incontro al delitto, alla rovina e all’espiazione a causa dell’adulterio di lei.
La trama è sicuramente avvincente e la scrittura di Grillparzer, dottamente interpretata da Pocar, è potente e molto teatrale – come si addice ad un autore uso alle tragedie da palcoscenico – ma il racconto, come detto, non si distacca da un mainstream romantico abbastanza convenzionale. Continua a leggere “Un piccolo grande eroe dell’emarginazione”

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I suoi fantasmi non riescono a diventare i nostri

Il fantasma e la carneRecensione de Il fantasma e la carne, di William Goyen

Theoria, Letterature, 1991

William Goyen (1915-1983) è un autore statunitense non molto conosciuto da noi, anche se dalle notizie che ho raccolto è più apprezzato in Europa che nel suo paese d’origine, come spesso capita agli statunitensi “irregolari”. Attualmente nessuna sua opera è disponibile cercando nei più conosciuti negozi online.
E’ quindi forse utile parlare di questo autore attraverso la raccolta di racconti Il fantasma e la carne, edito da Theoria nel 1991 e che forse è possibile trovare su qualche bancarella dell’usato o su siti specializzati.
Dico subito che i sei racconti raccolti nel volume non mi hanno entusiasmato.
Segnalo tra l’altro un malvezzo che alle volte ho notato negli editori che pubblicano autori “minori” e quindi hanno bisogno di attrarre l’attenzione del potenziale lettore: in quarta di copertina il libro è presentato così: Stupri, mutilazioni, fantasmi, cronache nere, linciaggi: l’altra faccia del “sogno americano” nei racconti di un grande scrittore.
Leggendo, ci si rende conto che nei sei racconti raccolti nel volume non c’è traccia di stupri, né di mutilazioni, né di linciaggi, ed in ogni caso non si tratta di racconti “neri” come la presentazione vorrebbe far intendere.
Sono sì racconti a volte duri, storie di solitudine e di emarginazione ambientate nel sud degli Stati Uniti da cui proveniva l’autore, ma non indugiano su tematiche splatter o su particolari raccapriccianti come si vorrebbe far intendere. I fantasmi, che pure ci sono nei racconti, sono fantasmi dell’anima, sono le insicurezze dei protagonisti racchiusi nella loro solitudine.
Il libro parte bene: Il gallo bianco, il primo racconto (che fu anche il primo in assoluto pubblicato da Goyen nel 1947) è un bel racconto, asciutto e duro, in grado di catapultarci nell’atmosfera della provincia statunitense e di descriverci i drammi familiari che può generare l’isolamento anche culturale che la caratterizza.
Poi però, a mio avviso, l’ordito si sfilaccia, e i successivi racconti (che credo siano presentati in ordine cronologico) divengono via via più allucinati, da un lato, ma anche come dire, più confusi. Forse questa è una conseguenza della progressiva caduta dello scrittore nella dipendenza dall’alcol, che caratterizzerà la sua maturità.
Sta di fatto che la lettura scivola via senza lasciare (almeno in me) particolari emozioni, tra storie di signore vedove che stabiliscono tra di loro ambigui rapporti di amore-odio, narrazioni di vicende familiari segnate dalla morte di un coniuge e dai sensi di colpa di chi è restato, piccoli episodi di vita di provincia.
Non è solo lo stile di scrittura a non coinvolgere più di tanto (tra l’altro la traduzione non mi è sembrata un granché) sono proprio le tematiche e come vengono trattate. Il libro non ha una prefazione, ma nel risguardo di copertina sono riportate alcune citazioni critiche sull’autore, che viene paragonato a una via di mezzo tra D.H. Lawrence e Walt Whitman da Guido Almansi ed accostato a Flannery O’Connor da Claudio Gorler. Siccome non capisco proprio il primo accostamento, che mi sembra quantomeno azzardato, mi concentro sul secondo, per rilevare come proprio ripensando ai racconti della O’Connor, che trattano tematiche analoghe, ma anche a quelli di Sherwood Anderson emerge l’infinita distanza che li separa da questi scritti di Goyen. L’intensità della scrittura, la capacità di trasmetterci il senso di una terra e dei suoi abitanti sono nettamente differenti. Leggendo Goyen si ha l’impressione che i fantasmi di cui parla siano i suoi personali fantasmi, e che non riesca a trasmettercene l’effettiva presenza.

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura russa, Libri, Recensioni

Il preannuncio del capolavoro della maturità

Una storia comuneRecensione di Una storia comune, di Ivan Gončarov

Mursia, I grandi scrittori, 1970

Il volume edito da Mursia nel 1970 dove ho letto Una storia comune, presumo oggi difficilmente reperibile, contiene anche, nelle sue quasi mille pagine, La fregata Pallada, resoconto di un viaggio intorno al mondo compiuto per motivi di lavoro da Gončarov negli anni 1854-57. Io però mi sono limitato a leggere il romanzo, perché mi interessava molto di più e perché quindi non me la sono sentita di imbarcarmi nella lettura cronachistica di 700 pagine di viaggio. La recensione è quindi in qualche modo monca, ma può comunque risultare utile a chi volesse ricercare e leggere il romanzo giovanile di Gončarov, edito quasi un decennio fa da Fazi e oggi malinconicamente fuori catalogo.
Tutti quelli che hanno amato Oblómov, o coloro che hanno intenzione di affrontare il capolavoro gončaroviano, dovrebbero a mio modo di vedere leggere anche questo romanzo, che non ha sicuramente la forza trascinante del suo “fratello maggiore” ma è comunque estremamente gradevole da leggere e ci consegna un affresco, anche se dai colori tenui, della società russa della prima metà dell’ottocento.
La storia comune del titolo è quella di Aleksandr Fëdoryc Aduev, giovanotto nato e cresciuto in campagna, che all’inizio del libro, ventenne, lascia la famiglia per trasferirsi a Pietroburgo per seguire il suo impulso romantico. E’ convinto di poter divenire uno scrittore e arso dal desiderio di affrontare la vita nella grande città, e a questo sacrifica l’affetto della madre e il primo sentimento postadolescenziale.
A Pietroburgo si affida ad uno zio, che però lo accoglie con freddezza e soprattutto inizia da subito a cercare di smontare gli ideali romantici del giovane, contrapponendogli, con toni, atteggiamenti e ragionamenti anche apparentemente paradossali, una visione utilitaristica del mondo e dei rapporti sociali. Lo zio è infatti un imprenditore, e cerca di convincere il nipote che il denaro, l’interesse personale guidano e devono guidare il nostro atteggiamento verso gli altri.
Naturalmente il giovane Alexandr rifiuta questa dottrina e cerca di vivere una vita bohemienne. Scopre però ben presto che non ha la stoffa dell’artista e che gli scritti che può far pubblicare sono solo traduzioni per una rivista di agraria. Accetta, per poter vivere, un noioso lavoro d’ufficio e soprattutto riceve una cocente delusione amorosa quando la fanciulla di cui si era innamorato lo lascia per una più redditizia liaison con un conte. Il libro prosegue mostrandoci le progressive disillusioni del protagonista, che alla fine rinnegherà tutti gli “ideali” della prima gioventù e si adeguerà alla mentalità borghese dello zio.
Questa succinta trama però non rende conto delle varie sfaccettature che i personaggi del libro, in particolare Alexandr e lo zio, assumono, della complessità di questi personaggi. Gončarov, pur in questa prova per certi versi acerba, è capace di regalarci personaggi a tutto tondo, il cui aspetto prevalente, la parte che giocano, nasconde, neanche tanto oscuramente, una doppia verità. Alexandr non è un giovane pieno di ideali, è un indeciso un po’ sciocco, infarcito di una ideologia romantica che non regge l’urto con la realtà. Lo zio Pëtr Ivanovič non è un gretto borghese, ma un fine psicologo che usa l’arma dell’ironia e del paradosso per mettere a nudo la vacuità delle convinzioni del nipote. Insomma, il romanzo è estremamente gradevole proprio per la progressiva scoperta che il lettore fa, anche grazie alla leggerezza di tocco di Gončarov – che preannuncia il capolavoro della maturità – delle virate dei personaggi rispetto alla prima impressione.
Se questo è il tratto psicologico del romanzo, non meno importante, a mio avviso e seppur non esplicito, è il tratto sociale, quello legato al conflitto tra una mentalità russa di campagna – intrisa come detto di ideali per lo più di seconda mano – e la realtà urbana dove una nuova classe di borghesi era portatrice di nuovi valori utilitaristici. Questo conflitto non potrà più tardi che essere esorcizzato dall’immobilismo, dall’apatia esistenziale e sociale di un Oblómov.