Pubblicato in: Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Novecento, Racconti, Recensioni

I suoi fantasmi non riescono a diventare i nostri

Il fantasma e la carneRecensione de Il fantasma e la carne, di William Goyen

Theoria, Letterature, 1991

William Goyen (1915-1983) è un autore statunitense non molto conosciuto da noi, anche se dalle notizie che ho raccolto è più apprezzato in Europa che nel suo paese d’origine, come spesso capita agli statunitensi “irregolari”. Attualmente nessuna sua opera è disponibile cercando nei più conosciuti negozi online.
E’ quindi forse utile parlare di questo autore attraverso la raccolta di racconti Il fantasma e la carne, edito da Theoria nel 1991 e che forse è possibile trovare su qualche bancarella dell’usato o su siti specializzati.
Dico subito che i sei racconti raccolti nel volume non mi hanno entusiasmato.
Segnalo tra l’altro un malvezzo che alle volte ho notato negli editori che pubblicano autori “minori” e quindi hanno bisogno di attrarre l’attenzione del potenziale lettore: in quarta di copertina il libro è presentato così: Stupri, mutilazioni, fantasmi, cronache nere, linciaggi: l’altra faccia del “sogno americano” nei racconti di un grande scrittore.
Leggendo, ci si rende conto che nei sei racconti raccolti nel volume non c’è traccia di stupri, né di mutilazioni, né di linciaggi, ed in ogni caso non si tratta di racconti “neri” come la presentazione vorrebbe far intendere.
Sono sì racconti a volte duri, storie di solitudine e di emarginazione ambientate nel sud degli Stati Uniti da cui proveniva l’autore, ma non indugiano su tematiche splatter o su particolari raccapriccianti come si vorrebbe far intendere. I fantasmi, che pure ci sono nei racconti, sono fantasmi dell’anima, sono le insicurezze dei protagonisti racchiusi nella loro solitudine.
Il libro parte bene: Il gallo bianco, il primo racconto (che fu anche il primo in assoluto pubblicato da Goyen nel 1947) è un bel racconto, asciutto e duro, in grado di catapultarci nell’atmosfera della provincia statunitense e di descriverci i drammi familiari che può generare l’isolamento anche culturale che la caratterizza.
Poi però, a mio avviso, l’ordito si sfilaccia, e i successivi racconti (che credo siano presentati in ordine cronologico) divengono via via più allucinati, da un lato, ma anche come dire, più confusi. Forse questa è una conseguenza della progressiva caduta dello scrittore nella dipendenza dall’alcol, che caratterizzerà la sua maturità.
Sta di fatto che la lettura scivola via senza lasciare (almeno in me) particolari emozioni, tra storie di signore vedove che stabiliscono tra di loro ambigui rapporti di amore-odio, narrazioni di vicende familiari segnate dalla morte di un coniuge e dai sensi di colpa di chi è restato, piccoli episodi di vita di provincia.
Non è solo lo stile di scrittura a non coinvolgere più di tanto (tra l’altro la traduzione non mi è sembrata un granché) sono proprio le tematiche e come vengono trattate. Il libro non ha una prefazione, ma nel risguardo di copertina sono riportate alcune citazioni critiche sull’autore, che viene paragonato a una via di mezzo tra D.H. Lawrence e Walt Whitman da Guido Almansi ed accostato a Flannery O’Connor da Claudio Gorler. Siccome non capisco proprio il primo accostamento, che mi sembra quantomeno azzardato, mi concentro sul secondo, per rilevare come proprio ripensando ai racconti della O’Connor, che trattano tematiche analoghe, ma anche a quelli di Sherwood Anderson emerge l’infinita distanza che li separa da questi scritti di Goyen. L’intensità della scrittura, la capacità di trasmetterci il senso di una terra e dei suoi abitanti sono nettamente differenti. Leggendo Goyen si ha l’impressione che i fantasmi di cui parla siano i suoi personali fantasmi, e che non riesca a trasmettercene l’effettiva presenza.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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