Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Recensioni

Gli uomini, non il destino, sono la causa della tragica vicenda di Tess

TessRecensione di Tess dei d’Urberville, di Thomas Hardy

Mondadori, Oscar classici, 1994

Stamani, mentre pensavo di scrivere la recensione di Tess dei d’Urberville di Thomas Hardy, mi sono imbattuto, nelle pagine del Corriere della Sera online, in una riflessione sull’autore scritta da Pietro Citati, che potete trovare qui.
Di fronte a tanto critico ho pensato che fosse meglio rimandare, per non dare adito ad un confronto che sarebbe stato senza dubbio impietoso.
Ho letto con attenzione l’articolo di Citati, che è incentrato proprio sul capolavoro di Hardy, ed alla fine ho deciso di scrivere lo stesso la mia recensione, soprattutto perché mi permetto di non essere completamente d’accordo con l’analisi di Citati.
Questa è tutta incentrata sull’azione di un imperscrutabile destino come causa ultima della tragica storia di Tess: egli parte da una disamina del ruolo della natura nei romanzi dell’autore – una natura apparentemente ciclica ma che rivela, soprattutto nella brughiera e nella fattoria di Flintcomb-Ash, il suo aspetto cupo e desolato, per dirci che i segni di cui è disseminato il romanzo portano verso l’ineluttabile destino della protagonista. Sentiamo Citati:
Dovunque Hardy e i suoi personaggi guardassero, perfino nell’incantevole primavera, non scorgevano che sventura. La natura stessa era intessuta di sciagure: non solo umane, ma animali e vegetali.
E ancora:
In un romanzo di Hardy il Destino agisce come un fabbro macchinoso e malvagio, ribadendo una catena di piccoli fatti assurdi, di coincidenze miracolose, di avvenimenti e di persone che ritornano, di segni uniformemente negativi.

Ora, secondo me è sicuramente vero che in un romanzo come Tess le magistrali descrizioni della natura scritte da Hardy sono funzionali a creare un sentimento, un’atmosfera consona all’andamento della storia, come è altrettanto vero che nel libro si trovano alcuni segni ed alcuni episodi fortemente evocativi del destino di Tess (citati da Citati…) ma forse al grande critico in questa occasione è sfuggito che la causa principale delle sventure della protagonista sono gli uomini che incontra e le convenzioni sociali dell’Inghilterra vittoriana in cui tutti i protagonisti sono immersi.
Due uomini in particolare: Alec, frivolo e cinico rampollo della borghesia mercantile la cui famiglia ha addirittura comprato, per ragioni di prestigio sociale, l’antico cognome dei d’Urberville e Angel, l’uomo apparentemente retto e innamorato di Tess, che si rivelerà del tutto incapace di comprendere la grandezza dell’animo e dell’amore di quest’ultima, abbandonandola crudelmente salvo riapparire tardivamente provocando il tragico epilogo del romanzo.
La figura di Angel è secondo me il vero perno del romanzo. Se Tess ne è infatti l’indiscussa protagonista, splendida figura di donna che al suo sentimento sacrifica tutta se stessa (anche se a volte appare sin troppo coerente con il suo amore), se Alec, come detto, è figura strumentale (per ben due volte è lo strumento della rovina di Tess, pagandone comunque le conseguenze) è Angel il vero deus ex machina del destino della protagonista, colui che prima potrebbe cambiarlo, ma non ne è capace – schiacciato come è tra un’apparente anticonformismo e un reale asservimento alle regole della società – e poi provoca, anche se inconsapevolmente, il tragico epilogo del romanzo (sto facendo equilibrismi per non rivelare nulla della trama, perché Tess è anche un romanzo avvincente). Angel è il vero cattivo della storia, perché ha in mano tutti gli strumenti culturali per accogliere Tess e la sua vicenda, per accorgersi di quanto sia bella anche dentro, oltre che fuori, ma nel momento cruciale, quando Tess gli rivela il suo (peraltro subìto) passato, la abbandona. Ed a proposito di segni, credo sia particolarmente rilevante e rivelatrice del fatto che tutto sommato, alla fine, il tempo rimarginerà le sue ferite, la scena finale del libro.
Un ruolo non marginale nell’innescare la catena di fatti narrati dal romanzo lo giocano anche i genitori di Tess, in particolare la madre, che di fatto spinge la figlia verso i ricchi (falsi) d’Urberville sognando la loro ricchezza, sorta di madre di aspirante velina ante litteram.

Insomma, se è vero, come è vero per ogni grande romanzo, che Tess dei d’Urberville  può essere letto ed interpretato a vari livelli, non credo si possa ignorare che tra questi livelli assume particolare rilevanza l’aspetto profondamente umano e sociale della storia di Tess, il suo essere vittima di persone incapaci di capire la sua grandezza d’animo e di andare oltre ciò che l’ordine costituito dettava rispetto alle relazioni sociali.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

2 pensieri riguardo “Gli uomini, non il destino, sono la causa della tragica vicenda di Tess

  1. Sono certa di aver letto Tess dei d’Urberville molti decenni fa perché, senza averne un ricordo, ‘so’ che mi era piaciuto; cercato, non lo trovo in casa (non che la cosa significhi molto, tra disordine, traslochi e prestiti antichi mai rientrati). Lo troverò e lo rileggerò. Me ne ha riacceso il. desiderio, e di questo ringrazio.
    Insieme, ha riacceso un interrogativo che avevo messo da parte, trovandolo per me irresolubile: quello dei libri introvabili in un contesto, quale quello italiano, dove anche i libri più che reperibili difficilmente si leggono. Era capitato quando avevo pensato di recensire Una vita protetta, autobiografia di Edith Sitwell, e mi sono resa conto che oggi è reperibile con difficoltà. Poi (sempre i vecchi Guanda, SE) mi è tornato tra le mani La donna senz’ombra di Hofmannsthal, ed è rimasto là. Ho scelto di escludere i testi che, per essere trovati, richiedono quanto meno ricerca. E mi sono sentita un po’ come chi abbandona dei figli.
    Manterrò questa mia linea, ma la ringrazio del lavoro che lei fa, è prezioso.

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  2. In effetti il problema della reperibilità di libri importanti o addirittura di interi autori nel nostro paese è un grosso problema, ma in un’Italia che tratta la cultura a un dipresso di quanto la considerasse Goebbels questo non sorprende. Abbiamo un’editoria che ormai non fa che seguire e imporre mode e tendenze, che sempre di più abbassa la qualità di ciò che è edito, per cui nulla di strano che non si trovino più moltissimi titoli. Recentemente ho letto un piccolo libro di Friedrich Huch, scoprendo che il suo più importante romanzo, lodato sperticatamente da Rilke, Peter Michel, non è mai stato tradotto in italiano. E’ solo un esempio tra i tanti.
    Quanto al mio lavoro, La ringrazio per l’apprezzamento, che non credo di meritare. E’ solo un modo per riflettere su quanto leggo.

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