Pubblicato in: Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Novecento, Racconti, Recensioni

Un autore negletto, un racconto perfetto

MontesRecensione di Montes, il matador, di Frank Harris

Sellerio, Il divano, 1992

Frank Harris è una singolare figura di scrittore e giornalista britannico, naturalizzato americano, vissuto a cavallo tra ottocento e novecento, amico tra gli altri di Oscar Wilde (a cui dedicò una biografia) e George Bernard Shaw. Ebbe vita movimentata (come si può vedere nella voce a lui dedicata di wikipedia in inglese) ed è soprattutto ricordato per la sua scandalosa autobiografia My Life and Loves, censurata all’epoca per essere molto esplicita quanto alle descrizioni dell’attività sessuale dell’autore.
Tipicamente britanniche le sue contraddizioni esistenziali e politiche: candidato conservatore ad una elezione, molto “aperto” rispetto ai temi della sessualità prese le difese di Oscar Wilde, insofferente rispetto all’ordine costituito tanto da passare tre mesi in prigione per offesa ad una corte durante un processo, editore di una rivista di tendenze socialiste negli USA, appoggia la Germania durante la prima guerra mondiale.
Questo Montes, il matador è sicuramente un bel racconto, che merita di essere letto. Peraltro al momento mi risulta essere l’unico testo di Harris disponibile in italiano sui siti della grande distribuzione organizzata e omologata.
Si tratta di un lungo racconto che narra dell’incontro tra il narratore e un vecchio matador, Montes, una sorta di mito dimenticato delle corride, che qualche decennio prima era stato il migliore di tutti, abbandonando però l’arena quando era all’apice della notorietà. Montes racconta la sua storia e soprattutto svela al narratore i motivi del suo ritiro.
La storia di Montes, oltre ad essere molto bella e costruita con sapiente tecnica narrativa tanto da tenere il lettore avvinto sino all’ultima pagina, è anche capace di trasportarci, molto prima di Hemingway e mi permetto di dire in modo più autentico e meno tronfio, nell’atmosfera della cultura andalusa legata a quel tremendo ed ancestrale rito che è la corrida. In particolare ho apprezzato molto il modo in cui Harris descrive l’apprendistato del giovane Montes, che impara a conoscere i tori, a comprenderne il carattere, e quindi a prevedere come si comporteranno nell’arena. Questo lo porta a poter fare cose che gli altri non possono fare, perché sa esattamente come il toro reagirà alle sue provocazioni. Montes e il toro sono complici, si capiscono a vicenda e, sembra dire Harris, il toro sa di andare verso il sacrificio ma è quasi contento di andarci per mano di una persona che lo capisce. Harris, da vero osservatore delle corride, condisce poi il racconto con la descrizione dei ruoli che i vari figuranti assumono nel complesso, cruento rito, permettendoci di penetrare anche “tecnicamente” in questo mondo.
E’, come dicevo, una descrizione del mondo della corrida e degli aspetti ancestrali che ne stanno alla base a mio avviso molto più vera e profonda di quella di Hemingway, tutta basata sull’esaltazione del machismo e della forza del matador.
Questo diverso punto di vista è sottolineato anche dall’aspetto fisico di Montes. Pur essendo il più bravo, egli è piccolo, mingherlino, e alla fine anche zoppo, l’esatto contrario del matador “politicamente corretto” che ci è stato consegnato da molta letteratura.
Come dicevo il racconto è molto bello, e alla prima parte in cui vengono raccontati l’apprendistato e l’ascesa di Montes segue la narrazione della sua tragedia personale e della sua tremenda vendetta contro chi l’ha tradito, una vendetta, naturalmente, possibile solo grazie alla sua perfetta conoscenza dei tori.
Non siamo di fronte ad un capolavoro, ma sicuramente ad un racconto che ci permette di scoprire una voce negletta della letteratura del primo novecento, che forse meriterebbe di più dell’oblio a cui sembra condannato, con questa lodevole eccezione per la quale Sellerio va sicuramente ringraziato.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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