Pubblicato in: Letteratura, Letteratura ceca, Libri, Novecento, Praga, Recensioni

Ma Kafka e Hašek sono un’altra cosa

HoServitoRecensione di Ho servito il re d’Inghilterra, di Bohumil Hrabal

e/o, Tascabili, 1986

La nota sull’autore che si trova alla fine di questa edizione economica del romanzo dice che Hrabal è Erede spirituale di altri due grandi praghesi, Kafka e Hašcek (sic!). Ora, con tutto il rispetto e l’ammirazione per questo irregolare, per la sua vita travagliata e per il suo essersi trovato a vivere in Cecoslovacchia durante la guerra prima e sotto il regime “comunista” poi, non credo proprio che il suo nome possa essere accostato a quello dei due grandi immortali sopra citati, se non per il luogo di nascita. Cercherò di spiegare perché ne sono convinto.
Ho servito il re d’Inghilterra è la storia, narrata in prima persona, della vita di un uomo che, iniziando come apprendista cameriere in un grande albergo ceco nel primo dopoguerra, attraversa le travagliate vicende belliche e post belliche con una sua speciale leggerezza, accumulando “mestiere” e denaro, quest’ultimo anche con mezzi furbeschi, sino a poter aprire un suo albergo, che gli viene però confiscato dal regime. Essendo milionario (quindi nemico di classe nella Cecoslovacchia post 1948) chiede e ottiene di essere internato, quindi viene mandato nella Selva Boema ad occuparsi della manutenzione di una strada. Una certa importanza nella storia narrata assume la componente erotica, con la descrizione dell’iniziazione sessuale del nostro in un bordello e l’amore per Líza: è un erotismo gioioso, leggero, e come detto la leggerezza è la cifra con la quale il protagonista affronta tutti i fatti, a volte anche tragici, che gli accadono.
Fondamentale nel romanzo, per accompagnare questa leggerezza intrinseca, è lo stile di scrittura: come detto la narrazione è in prima persona, fatta di lunghi capitoli quasi senza punteggiatura, una sorta di stream of cosciousness etilico: è il protagonista che racconta in stile colloquiale, a suoi amici, sicuramente dall’interno di una birreria praghese, iniziando ogni capitolo con la frase Fate attenzione a quello che ora vi racconto e terminando con Con questo per oggi termino. Il libro assume così il tono di una narrazione orale monocorde, e piano piano ci si lascia avvolgere, sembra di essere anche noi in una fumosa birreria, e che la mente ci si annebbi man mano che Lui parla e che le birre bevute aumentano.
Indubbiamente quindi il romanzo rivela uno scrittore dotato di una grande capacità di affabulazione, come testimoniano anche altri suoi scritti. Perché quindi Hrabal non può essere considerato l’erede di Kafka e di Hašek?
Nel caso di questo Ho servito il re d’Inghilterra, essenzialmente per il contenuto, per il rapporto che la narrazione stabilisce tra le vicende del protagonista ed il contesto in cui si svolgono.
Kafka è l’enorme narratore dell’impossibilità di comprendere, dell’esclusione e dell’alienazione del singolo rispetto ai meccanismi perversi della società, descritti attraverso metafore tanto più rivelatrici quanto più apparentemente assurde. Il buon soldato Sc’vèik, per mezzo del buon senso contadino del protagonista, della sua innocenza, mette alla berlina la stupidità e la crudeltà della società militarizzata. I due grandi autori, pur con mezzi diversi, mirano quindi ad un obiettivo comune: presentarci e disvelare i meccanismi che nella società industriale di inizio ‘900 portano all’annientamento delle coscienze, alla alienazione dell’individuo e delle masse.
Nulla di tutto questo nel Hrabal di Ho servito il re d’Inghilterra, il cui assunto principale sembra essere: qualunque cosa capiti intorno a te, se la prendi dal verso giusto ne trarrai vantaggio e ti arricchirà (non solo in senso materiale). Il protagonista ha infatti un atteggiamento sempre positivo nei confronti della vita, più volte per lui l’incredibile diviene realtà, i terribili fatti che segnano la storia boema lo sfiorano appena, anzi: serve gerarchi e donne ingravidate per migliorare la razza ariana, sposa una nazista che sarà la fonte della sua fortuna materiale, (ne ritroverà il corpo senza testa dopo un bombardamento e la seppellirà solo dopo avere recuperato una preziosa valigetta contenente la sua fortuna), non reagisce mai neppure quando gli spaccano la faccia scambiandolo per un esponente della resistenza, accetta o addirittura richiede di essere trattato come nemico di classe dal nuovo regime.
Il protagonista è quindi secondo me portatore di una ideologia consolatoria, la sua leggerezza non è mai, come avviene per Sc’vèik, contrapposta ai meccanismi del potere al fine di mostrare la loro assurdità: li accompagna, questi meccanismi, vi si adatta, senza mai metterli in discussione neppure implicitamente: il potere c’è, il male c’è, e l’unica cosa che puoi fare è volgerlo al tuo bene, accettando tutto quello che viene e aderendovi come un’ameba, togliendoti il cappello davanti a tutti.
Non è un caso secondo me che il simbolo primo della sua personalità sia quella decorazione che attesta che ha servito l’imperatore d’Etiopia, (è un suo collega che ha servito il re d’Inghilterra) che cita, tira fuori ed indossa nelle occasioni in cui vuole comunicare di essere qualcuno. Lui è un servitore, e nella servitù trova la sua gratificazione.
Viste le caratteristiche del libro sembra di poter dire che solo l’ottusità di un regime come quello cecoslovacco seguito alla Primavera di Praga poteva considerare questo romanzo pericoloso: un inno a rinchiudersi in sé stessi, nella propria piccolezza (che nel romanzo è anche fisica), a lasciare agli altri i giochi di potere avrebbe potuto essere considerato come perfettamente consono agli obiettivi del regime. Probabilmente anche in questo caso prevalse una lettura formalmente marxista, da parte di un potere che di marxista aveva ormai solo i simboli.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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