Pubblicato in: Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Novecento, Racconti, Recensioni

Un autore sconosciuto, che resta tale

SogniRecensione di Sogni, di Friedrich Huch

Guanda, Quaderni della Fenice, 1989

Questo volume, oggi peraltro introvabile, è – credo – l’unico libro mai tradotto in italiano di Friedrich Huch. E’ quindi forse utile dire due parole su questo pressoché sconosciuto autore tedesco, nella speranza che prima o poi qualcuno si decida a pubblicare nel nostro paese uno dei romanzi da lui scritti.
Questa la voce della Treccani scritta da Leonello Vincenti nel 1933:
HUCH, Friedrich. – Scrittore, nato a Brunswick il 19 giugno 1873, studiò letterature antiche e moderne a Monaco, Parigi, Berlino, visse come precettore ad Amburgo e in Polonia; nel 1904 dopo un lungo viaggio in Italia si stabilì a Monaco, dove morì il 12 maggio 1913.
Appa
rtenendo a quella generazione di neoromantici, i cui problemi centrali erano, sul volger del secolo, quelli della decadenza e della rigenerazione, H. compose romanzi di critica del filisteismo borghese (Peter Michel, Pitt und Fox), d’indagine dell’anima infantile e del mutarsi della vita sentimentale (Geschwister, Wandlungen, Mao) e descrisse nella sua opera più complessa (Enzio) le vicende di una coppia di artisti nella lotta per salire dall’istinto alla forma. Lo stesso oscillare tra la rappresentazione realistica, colorata d’umorismo, e la fantastica, colorata di simbolismo, è nelle sue novelle e, semplificata, nei grotteschi delle tre Commedie wagneriane e nelle notazioni dei Träume. I Gesammelte Werke di lui furono editi in 4 volumi, a Berlino-Lipsia, nel 1925.
Ancora più laconica la voce di Sapere.it:
Huch, Friedrich: scrittore tedesco (Braunschweig 1873-Monaco 1913) Cugino di Ricarda e Rudolf Huch e nipote di F. Gerstäcker, visse a Monaco, in amicizia con Stefan George e Th. Mann. Partecipe della sensibilità psicologica e della malinconia di fine secolo, dà in Peter Michel (1901) e in Mao (1907) due storie di adolescenti introversi, e in Enzio (1910) il romanzo dell’artista che non sa integrarsi nel mondo borghese guglielmino ormai in decadenza.
Il risguardo di copertina di Sogni ci informa che il suo romanzo Peter Michel ottenne un grande successo e fu recensito entusiasticamente da Rilke.
Notizie scarne, quindi, ma sufficienti per accendere la curiosità su questo autore, soprattutto di chi ama la letteratura del primo novecento.
Purtroppo la curiosità è destinata a rimanere tale dopo la lettura di questo Sogni, che non molto ci dice sulla poetica e sulle tematiche care all’autore.
Sogni è infatti un piccolo libro di un’ottantina di pagine dove sono raccolti cento sogni, che Huch ha fatto lungo due o tre anni e che ha trascritto la notte stessa o la mattina successiva. Il tentativo dichiarato di Huch è quello di trascriverli il più oggettivamente possibile, senza filtri o commenti, senza alcuna interpretazione. I sogni si susseguono quindi attraverso una narrazione trasparente, nella quale è assente la mano dell’autore. Le motivazioni di questo narrare piano e oggettivo ce le fornisce Huch nel breve prologo, dove dice che è …convinto che le espressioni della coscienza notturna meritino la nostra attenzione in quanto tali, ma anche perché esse sono, in più di un senso, gli oscuri germogli delle nostre azioni coscienti. Ancora, Queste trascrizioni non chiedono di essere giudicate come creazioni letterarie, e sono dedicate a tutti coloro che vedono nei movimenti involontari dell’anima una testimonianza incontaminata della vita.
La precisa scelta fatta dall’autore, se da un lato è coerente con il significato che egli attribuiva alla pubblicazione dei sogni, dall’altro per il lettore si traduce in una assoluta impersonalità dei brevi testi, che appunto non sono dei veri e propri pezzi letterari ma quasi dei resoconti stenografici. Alcuni dei sogni sono affascinanti, ma in generale risultano abbastanza banali e in alcuni casi ripetitivi: non riescono più di tanto ad attirare l’attenzione del lettore, e svaniscono rapidamente dalla memoria come è giusto che sia per i sogni.
Se un’importanza può avere questo libro non è quindi tanto per il suo contenuto, quanto per il fatto stesso che oggetto di pubblicazione siano i sogni: siamo infatti nel 1904, e da pochi anni è uscito L’interpretazione dei sogni di Freud; Huch è quindi uno dei primi autori che offre esplicitamente alla nascente psicanalisi materiale onirico in forma letteraria, come dimostra il passo del prologo che ho citato.
In questo senso quindi Sogni assume il valore di un pezzo di storia della letteratura, di un testimone a suo modo anomalo del mutare delle tematiche e delle forme letterarie nell’Europa del primo novecento. Ciò però non ricompensa il lettore del fatto che il libro non è una creazione letteraria.
Attendiamo quindi, anche se senza eccessiva fiducia, che anche in Italia sia pubblicato qualcosa d’altro per poter scoprire veramente questo autore.
Naturalmente se mi fossi sbagliato e fosse disponibile qualche ulteriore libro di Huch vi chiedo di segnalarmelo.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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