Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura norvegese, Libri, Recensioni, Teatro

Due capolavori dell’etica protestante, diversissimi, qui in una veste inadeguata

UnaCasadiBambolaRecensione di Una casa di bambola – Peer Gynt, di Henrik Ibsen

Fratelli Melita, I capolavori della letteratura, 1989

Questo volume contiene due dei capolavori di Ibsen: Una casa di bambola e Peer Gynt, quest’ultimo forse più noto per le musiche di Grieg. L’autore è lo stesso, ma l’essenza e la forma dei due testi è così diversa che si fa fatica a capacitarsene: se si leggessero anonimi, credo che pochi potrebbero attribuirli alla stessa penna. Le ragioni di questa profonda differenza sono molteplici, e dovute alla distanza temporale tra i due testi: il Peer Gynt viene scritto da un Ibsen trentanovenne nel 1967, mentre Una casa di bambola viene alla luce dodici anni dopo, quando un Ibsen ormai maturo fa delle tematiche sociali il leitmotiv delle sue opere. Così Peer Gynt è un testo teatrale in versi, con un tono quasi epico, un’ambientazione quasi fantastica, dove compaiono Trolls, paesi esotici, personaggi misteriosi, mentre Una casa di bambola è in prosa, di ambientazione moderna e domestica, con personaggi borghesi. Un particolare curioso che accomuna le due opere è che vennero scritte entrambe durante soggiorni in Italia. Sono testi così importanti che meriterebbero sicuramente recensioni separate, anche per le citate differenze: essendo però l’oggetto delle mie recensioni i libri, riunirò qui le mie considerazioni su entrambi, partendo dall’opera più “semplice”: Una casa di bambola. A mio avviso – e credo ad avviso di molti – Nora, la protagonista, è uno dei personaggi letterari femminili più straordinari del XIX secolo, e per molti versi la sua modernità è tale che Una casa di bambola potrebbe tranquillamente essere stato scritto in pieno novecento. In meno di 60 pagine (nella mia edizione) e prendendo lo spunto da un apparentemente felice nucleo familiare borghese Ibsen è in grado di mettere a nudo con precisione chirurgica le ipocrisie e le ambiguità su cui si basano i rapporti personali e sociali del suo tempo, e di delineare la figura di un’eroina che cambierà per sempre la percezione e il “ruolo” della donna nel teatro occidentale. Nora ci appare nelle prime pagine del testo come una moglie felice e sottomessa al marito, che la vezzeggia chiamandola “la mia lodoletta”, “il mio scoiattolo”. Ha tre figli e si appresta a seguire fedelmente il marito Helmer nella sua scalata sociale: egli è infatti appena stato nominato direttore di banca e il loro tenore di vita sta per migliorare sensibilmente. L’unico motivo di rimprovero da parte del marito è che spende troppo in vestiti e ninnoli. Nelle pagine successive il personaggio di Nora muta drasticamente: si scopre che anni prima si è fatta prestare molto denaro per poter portare il marito in Italia, dove avrebbe potuto guarire, grazie al clima, da una grave malattia. Nora non ha mai rivelato ad alcuno questo fatto, ed anche il marito è convinto che i soldi siano stati un regalo del padre di lei. Nora subirà un ricatto per questo fatto, avendo falsificato la firma di suo padre come garanzia per ottenere il prestito, e farà di tutto affinché il marito non venga a sapere. L’inevitabile però accade, e Nora… Beh, non racconto il finale, perché vale la pena di leggerlo o di sentirlo a teatro, ma vi assicuro che è un finale che solo la tremenda lucidità di uno scrittore protestante del profondo nord poteva concepire. E’ un finale che sconcerta chi è impregnato di morale cattolica, nella quale l’attitudine al perdono prevale, ma è anche l’unico finale possibile. Nora ne esce tanto più ingigantita quanto più Helmer ne esce a pezzi, incapace di uscire dal suo gretto utilitarismo borghese e dalla sua concezione gerarchica dei rapporti umani e sociali. Il dramma dei due è accompagnato da alcune figure di contorno, tra tutte quelle del dott. Rank, dotate ciascuna di una loro tragicità, che esalta ed accompagna quella, immensa, di Nora. Molto più complesso è commentare il Peer Gynt, testo che ci racconta la vita di questo antieroe tratto da una leggenda norvegese, sognatore e sbruffone, perennemente alla ricerca di essere “sé stesso”. Peer è l’anticonformista, rappresenta chi non si adegua agli schemi morali e sociali correnti, e che per essere “sé stesso” è pronto a sacrificare con leggerezza tutto: l’amore per Solvejg, la prospettiva di divenire re dei Trolls, la devozione di chi lo considera profeta o imperatore. Viaggerà per il mondo, appunto cercando di essere sempre sé stesso, ed incontrerà molti personaggi, ciascuno dei quali metafora – a volte chiara a volte più oscura – dei condizionamenti psicologici e sociali cui sono sottoposti gli spiriti anarchici. Esemplare a questo proposito l’episodio ambientato in Marocco, dove Peer, ricco mercante, si confronta con Mister Cotton (americano, la venalità borghese), Monsieur Ballon (francese, la fatuità dell’apparire), Von Eberkopf (lett. Testa di Porco, la vacuità del falso filosofo) Trumpeterstraale (svedese, l’inutilità del cameratismo intellettuale). Anche Peer però è destinato al fallimento nella ricerca: al tramonto della sua vita infatti torna a casa, e dopo avere orgogliosamente affermato al diavolo (che lo cerca per mescolare il suo essere con quello di altri, per “rifonderlo” in quanto non venuto bene) di poter fornire le prove di essere stato sempre sé stesso, non riesce a trovarle, e l’unico rifugio che gli si offre è quello di Solvejg, che l’ha aspettato per tutta la vita. Splendida e struggente è la pagina conclusiva, quella del loro reincontro, nella quale Peer chiede a Solvejg dove fosse il suo (di Peer) sé stesso, e lei risponde: Nella mia fede, dentro le mie speranze e nel mio amore. Il Peer Gynt è un’opera complessa, da leggere con attenzione, da rileggere, densa di riferimenti filosofici (Kierkgaard la fa da padrone) e sicuramente lo scarno apparato di note a pié di pagina di questa edizione non aiuta la piena comprensione delle molteplici allusioni e dei richiami più o meno espliciti di cui è infarcita. Del resto si tratta di una edizione da remainder, con non pochi problemi (tra cui lo scambio di alcune pagine). Il Peer Gynt è però disponibile anche in edizione Einaudi (Collezione di teatro, 194) con ben altra cura, anche se in una versione in prosa che forse snatura un po’ la musicalità del testo in versi.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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