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L’inaudita ambiguità di un racconto meraviglioso

IlGirodiViteRecensione de Il giro di vite, di Henry James

Garzanti, I grandi libri, 1992

Il giro di vite è senza dubbio il racconto più noto di James, anche perché ne sono state tratte numerose versioni per il cinema e per la televisione. E’ anche una delle opere di questo autore in cui la sua peculiare capacità di affidare a ciò che non scrive, a ciò che non dice, l’essenza delle sue storie, raggiunge una delle massime vette.
James è il maestro del non detto, dell’ambiguità della scrittura, anche nei grandi romanzi della maturità in cui pure si dilunga in pagine di descrizioni su ciò che provano e pensano i suoi personaggi: questo celebre racconto lungo (o romanzo breve) gli permette – anche grazie all’ambientazione gotica – di sperimentare sino alle estreme conseguenze una modalità di comunicazione con il lettore che lascia aperte tutte le porte e tutti i livelli dell’interpretazione, compresi quelli attinenti la storia in sé. Cerco di spiegarmi. Solitamente, leggendo un’opera letteraria, si “accetta” la storia, la trama, come un dato di fatto, e si cerca di comprendere se essa sottenda simboli, metafore, rimandi ad elementi di carattere autobiografico, sociale, politico, psicologico o altro: se l’autore, attraverso quella storia, abbia voluto dirci qualcosa su di sé, sulle sue emozioni, sul mondo in cui vive.
L’elemento spiazzante de Il giro di vite risiede secondo me nel fatto che la storia stessa non è affatto univocamente interpretabile, ragion per cui i livelli interpretativi – per così dire – aumentano in misura esponenziale.
La trama del racconto è nota: una giovane istitutrice viene assunta per istruire, in una villa della campagna inglese, due bambini – Miles e Flora – orfani ed angelici. Dopo pochi giorni ella comincia a vedere due strane e silenziose figure, che scopre essere il domestico e la precedente istitutrice, entrambi morti misteriosamente poco tempo prima e che erano amanti. La protagonista si convince che i due fantasmi mirano a portar via i bambini e inizia una drammatica lotta per sottrarli al loro influsso.
Il dilemma centrale – riscontrabile nelle varie trasposizioni e anche in alcune recensioni dei lettori in rete – attorno al quale parrebbe ruotare l’interpretazione della vicenda è se i fantasmi visti dall’istitutrice esistano davvero o siano un parto della sua fantasia, delle sue frustrazioni esistenziali. James ovviamente non ce lo dice, e dissemina lungo il racconto indizi a favore sia di una tesi sia dell’altra. Sono molte altre le cose che non dice: ad esempio come siano morti i due “fantasmi”, cosa abbiano combinato per essere ricordati come malvagi, perché il piccolo Miles sia stato espulso dal collegio. Ne esce, come detto, una storia che lascia al lettore la possibilità di costruirsi un quadro personale, e credo che questo – a dispetto di chi lo ritiene un limite – sia una delle caratteristiche che fanno di questo racconto un capolavoro assoluto, un testo precursore della letteratura novecentesca e del suo rapporto con la psicologia e la psicanalisi.
Secondo me James era perfettamente consapevole di avere scritto qualcosa di inusitato per l’epoca, e la scelta del titolo ne è la prova. Nel testo il titolo viene spiegato dal fatto che la storia viene narrata – durante una serata tra amici – dopo una storia di fantasmi che coinvolgeva un solo bambino. Il giro di vite starebbe quindi nel maggior grado di terrore che questa storia, coinvolgendo due bambini ed essendo ambientata in una campagna idilliaca, farebbe provare all’uditore. Azzardo una ipotesi più nascosta: che l’autore si riferisca al giro di vite dato alla sua narrativa, nel momento in cui mette in scena una storia di una inaudita ambiguità.
Avendo detto che il racconto può dar luogo a 2^n interpretazioni (dove 2 sono i livelli – trama e contenuto – e n le possibilità interpretative) non mi sottraggo al piacere di fornire la mia personale interpretazione, pur nella consapevolezza che sfocerà nel mare delle banalità in cui confluiscono la maggior parte dei torrenti scaturiti dalla mente dei critici improvvisati (e spesso anche da quelle dei critici di professione).
A mio avviso chiedersi se i fantasmi esistono, se sono generati dalla fantasia dei bambini, da quella dell’istitutrice o dai fatti precedenti la storia narrata è un falso problema.
I fantasmi, a mio avviso, sono chiaramente un simbolo, e rappresentano la vita cui i due bambini stanno andando incontro, che inevitabilmente li attira, e di cui chi li ama ha paura. L’istitutrice indubitabilmente idealizza i due piccoli protagonisti, li vede sotto una luce angelica, e non può accettare che essi siano bambini in carne ed ossa, con le loro piccole contraddizioni destinate ad aumentare man mano che cresceranno. Lo testimonia il fatto che Miles – il vero protagonista della storia, il bambino che ormai si sta facendo ragazzo – sia stato scacciato dal collegio per alcune (non riportate nel racconto) frasi (sconce?) dette ai compagni, e che sino all’ultima pagina l’istitutrice cerchi di capire la causa di tale allontanamento, rifiutando la possibilità che Miles sia davvero colpevole. I fantasmi sono quindi la vita adulta, nella quale la componente erotica ha una capitale importanza: essi erano amanti, e il reclamare il possesso dei piccoli (azione peraltro solo immaginata dall’istitutrice, visto che i fantasmi si limitano a guardar tacendo) ha un significato direi palese.
Nel finale James ci vuole forse dire che l’ingresso nella vita adulta non può avvenire se non tramite il violento distacco dall’innocenza dell’infanzia, che per diventare grandi è necessario uccidere il bambino che era in noi. Forse, facendo un ulteriore passo, si può intendere tutta la storia come una critica di James alle convenzioni sociali e soprattutto morali dell’Inghilterra vittoriana. L’istitutrice, personificazione dell’autorità incaricata di instradare i bimbi verso una corretta morale, non può accettare che essi siano venuti in contatto con una diversa visione della vita, con un’altra prospettiva ritenuta moralmente inaccettabile. Schiava delle convenzioni, combatte questi fantasmi sacrificando a questa lotta la vita stessa di Miles.
Tante cose vi sarebbero ancora da dire, ad esempio sulla tecnica narrativa di James: l’edizione Garzanti che ho letto riporta una splendida introduzione di Franco Cordelli, che consiglio vivamente a chi volesse approfondire la conoscenza di questo meraviglioso, enigmatico racconto.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

6 pensieri riguardo “L’inaudita ambiguità di un racconto meraviglioso

  1. Troppo lontana la mia lettura di questo libro, dovrò proprio rileggerlo. Ma certo, la proposta di lettura che ne fa è più che sostenibile. Ma ho sempre sospettato James di divertirsi a lasciarci tutte le possibilità, a ognuno la propria, di lettura, e ad ogni lettura una nuova, E’ ciò che mi affascina di questo autore e confesso che amo prendere il testo e, semplicemente, godermelo così come sta – un fantasma è un fantasma: che bello! – compresa l’irritazione (piacevole) per i non detti che consentono di scatenarsi a rimuginare ogni volta qualcosa di diverso.
    Complimenti per la sua recensione

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  2. “A mio avviso chiedersi se i fantasmi esistono, se sono generati dalla fantasia dei bambini, da quella dell’istitutrice o dai fatti precedenti la storia narrata è un falso problema.”
    Condivido in pieno questa tua considerazione.
    Molto interessante la tua interpretazione del finale, grazie per lo spunto.

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