Pubblicato in: Gialli, Letteratura, Letteratura francese, Libri, Novecento, Recensioni

Un romanzo pretenzioso

UnaDonnaDecapitataRecensione di Una donna decapitata, di Julia Kristeva

Sellerio, la memoria, 1997

Non mi capita molto spesso di leggere libri scritti dopo la seconda guerra mondiale. E’ una mia mania, convinto come sono che la letteratura abbia in gran parte perso il suo ruolo sociale con l’esaurirsi delle avanguardie del primo novecento, con l’avvento al potere del nazismo da una parte e con la trasformazione del potere sovietico nella dittatura staliniana dall’altro.
Nella mia libreria ci sono però anche libri scritti nel secondo dopoguerra, e persino alcuni scritti verso la fine del secolo scorso, ed alle volte mi capita di leggerne.
Devo dire che spesso in questi casi mi convinco ancora di più della bontà della mia scelta, e che, anche dal punto di vista del piacere della lettura, un classico vale quasi sempre senza dubbio molto di più della stragrande maggioranza dei testi contemporanei.
Certo ci sono numerose eccezioni, in un senso o nell’altro (brutti classici o meravigliosi contemporanei) , ma questo Una donna decapitata, pubblicato da Julia Kristeva in francese nel 1996 ed edito in Italia da Sellerio l’anno successivo è a mio avviso uno dei più clamorosi esempi che il mio rifugiarmi nei classici ha le sue buone ragioni, e che ben difficilmente, in ciò che il tempo ha distillato dalla letteratura delle epoche passate portandolo sino a noi, è possibile trovare un’opera talmente vuota, pretenziosa e sciatta al pari di questo giallo tardo-novecentesco.
Julia Kristeva, ci dice il risguardo di copertina, è notissima come studiosa di semiotica e psicanalisi, mentre la voce a lei dedicata da wikipedia ci informa che insegna Semiologia alla State University of New York e all’Université Paris 7 Denis Diderot. Non avendo letto i suoi saggi, non avendo seguito il suo percorso accademico, non mi permetto di giudicare la sua autorevolezza in questi campi, ma avendo letto Una donna decapitata mi permetto di dire che forse il suo dedicarsi alla letteratura poteva esserci risparmiato.
L’idea di partenza è buona, trattandosi di un libro di genere: una donna ricca, colta e raffinata, viene trovata decapitata nella propria villa la mattina dopo una cena tra amici, e la testa non si trova. Sul posto si recano l’immancabile Commissario e l’io narrante, una giornalista parigina amica della vittima, che tra l’altro ha partecipato all’ultima cena.
Già dalle prime pagine, però, si intuisce che l’autrice vuole usare questa vicenda inusitata per sfoggiare la sua cultura: subito la giornalista/narratrice associa la decollazione di Gloria alle statue del frontone del Partenone, alla Nike di Samotracia, alle rappresentazioni della decollazione del Battista dei mosaici del battistero di San Marco a Venezia, al Tiepolo… E Caravaggio! E Leonardo! E Raffaello! (sic, pag. 17).
Che una donna, amica intima della vittima, trovandola senza testa in un lago di sangue, pensi all’aspetto estetico della decollazione, alla sua rappresentazione nella storia dell’arte, francamente…
La storia si dipana poi tra banalità ed elementi improbabili, ingenui e superflui: l’azione, ad esempio, è ambientata in un inesistente (credo) stato di Santa Barbara, sorta di repubblica delle banane e buen retiro della borghesia intellettuale occidentale. Cosa questo aggiunga alla vicenda è un mistero. Si scoprono pagina dopo pagina un figlio sordo della vittima che imita alla perfezione Picasso, un marito pittore morto, un amante avido e volgare, trafficante d’arte, direttori di giornali, industriali, giovani impotenti, insomma tutta una corte di personaggi che definire banali e stereotipati è dire poco. Esemplare a questo proposito la figura del Commissario Rilsky (i cognomi sono dei capolavori: c’è un Popov, uno Zorine, uno Smirnoff, un Novak…) che vorrebbe forse essere modellata su quella dei poliziotti dei romanzi hard-boiled. Quando parla con i colleghi termina sempre le frasi con un inutile-che-glielo-dica facendo francamente la figura dello sciocco, ma naturalmente, essendo un personaggio positivo, è colto, raffinato e profondo conoscitore di Mozart. Non manca poi il sesso, anche esplicito, ma sempre in funzione del disvelamento dell’intima personalità dei personaggi….
Quello che irrita di più, a mio avviso, è comunque la prosa della Kristeva, che non perde occasione per digressioni petulanti e fuori contesto che potrebbero concludersi con un bel visto come sono colta?
Alterna inoltre senza necessità (forse considerando la cosa una figata letteraria) capitoli in prima ed in terza persona, e commenta a posteriori i dialoghi diretti con l’uso delle parentesi. Un esempio tratto dal dialogo tra la protagonista e una nuova conoscenza, da cui si percepisce la profondità dell’analisi psicologica dei personaggi:
– Brian Wat. (Lui, ossequioso.)
– Un caffe? (Io, senza convinzione.)
– Con piacere. Voglio dire: è un immenso piacere per me fare la conoscenza con Stéphanie Delacourt. (Lui, recitando la sua battuta come in un dibattito alla televisione.)

Dopo duecentocinquantasei pagine di tal fatta il giallo giunge ovviamente a soluzione, e sapremo chi ha ucciso e chi ha decapitato la povera Gloria Harrison. Naturalmente sarà la perspicacia congiunta del Commissario Rilsky e della giornalista d’assalto Stéphanie Delacourt a risolvere il mistero, anche se il mistero più grande, vale a dire perché un libro così sia stato scritto, pubblicato ed anche edito in Italiano da una casa come Sellerio (che nel 1997 non si era ancora dedicata completamente al giallo), permane fitto.
Il dramma di tutto ciò è che non è possibile reperire nel libro neppure un filo di ironia per il genere: Kristeva ci crede davvero, di scrivere qualcosa d’importante, di impartire al lettore nozioni che ritiene fondamentali e sottili analisi psicologiche, e questo fatto porta spesso a sorridere di tanta pretenziosità.
Del resto tutto ciò lo si poteva capire già dalla citazione messa prima dell’inizio dell’immane fatica, tratta nientemeno che dai Demoni di Dostoevskij. Il fatto che non sia giunta alcuna nota di protesta ufficiale da parte del grande Fëdor Michajlovič fortifica il mio materialismo ed il mio conseguente non credere nella vita eterna.
Mi auguro che le altre prove letterarie della nostra siano migliori, ma non mi sottometterò alla prova.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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