Pubblicato in: Architettura, Design, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Recensioni, Vienna

Il dibattito tra forma e funzione nella Vienna tra impero e repubblica

ParolenelVuotoRecensione di Parole nel vuoto, di Adolf Loos

Adelphi, Gli Adelphi, 1992

Adolf Loos è stato un architetto viennese, vissuto a cavallo tra i secoli XIX e XX, tra i protagonisti del dibattito culturale che ha caratterizzato Vienna in quel periodo cruciale.
Questo libro presenta due pubblicazioni di Loos, Parole nel vuoto e Nonostante tutto, due saggi che raccolgono articoli ed interventi dell’autore in varie riviste nel corso di quasi trent’anni: Parole nel vuoto, in particolare, raccoglie scritti originariamente pubblicati tra il 1898 e il 1900, mentre Nonostante tutto, pubblicato nel 1930, presenta pagine che vanno dal 1903 al 1929: Loos morirà nel 1933, anno indubbiamente emblematico del definitivo cambiamento del clima culturale (e non solo) europeo.
Come detto, Loos era architetto, e la progettazione di edifici ha costituito il fulcro della sua attività professionale: non ha realizzato molto, credo perché le sue idee erano troppo personali e all’avanguardia per la committenza borghese della Vienna dell’epoca, a cui doveva necessariamente rivolgersi. Nell’edizione gli Adelphi da me letta sono incluse una ventina di immagini fotografiche e di disegni di edifici e di arredi progettati da Loos, alcuni dei quali effettivamente realizzati: queste immagini hanno il grande pregio di farci comprendere meglio, visivamente, le idee che Loos per tutto il libro propugna con nettezza: che cioè gli oggetti d’uso, e quindi anche gli edifici, devono liberarsi dall’ornamento, per esprimere attraverso la loro forma la funzione che assolvono, nel modo più lineare e puro possibile. Questa idea è espressa nei suoi progetti, da quanto si può arguire dalle immagini presentate nel libro, in forma oserei dire assoluta, in termini che possono apparire anche contraddittori ma che a ben guardare sono del tutto coerenti. Così, accanto ad edifici di abitazione dalle linee quasi sconcertanti nella loro essenzialità (su tutte la famosa casa realizzata a Parigi per Tristan Tzara, il padre del dadaismo) si ritrova il disegno inviato in occasione del concorso per la realizzazione della sede del Chicago Tribune: una colonna dorica alta 21 piani sostenuta da un parallelepipedo di un’altra dozzina. Anche in questo caso Loos disegna due forme pure, senza alcuna mediazione formale. Naturalmente il progetto non vinse il concorso.
Loos però non era solo architetto: era un intellettuale a tutto tondo, partecipe e protagonista del clima culturale della Vienna prima imperiale poi repubblicana, la Rotes Wien degli anni ’20, grande amico di Karl Kraus, di Peter Altenberg (di cui il volume riporta un affettuoso ritratto scritto da Loos in occasione della morte), di Arnold Schönberg, e solo pensando a quella Vienna, a quel periodo e a quelle frequentazioni si possono pienamente comprendere e gustare le oltre 350 pagine di questo libro.
Buona parte de Parole nel vuoto, il primo saggio, è infatti dedicato alla polemica, feroce nei contenuti quanto garbata nello stile, che Loos condusse nei confronti della Sezession, del suo obiettivo di inventare le forme, l’ornamento degli oggetti d’uso comune, di voler applicare loro i canoni dell’arte (le arti applicate, intese da Loos come una vera e propria contraddizione in termini). Per Loos l’evoluzione della civiltà si esprime (anche) attraverso l’emancipazione della forma dall’ornamento, inteso come inessenziale sovrastruttura imposta da mode fatue e passeggere al fine di mascherare la reale funzione degli oggetti, di conferire loro uno status che non hanno – con esiti anche ridicoli come nel caso delle abitazioni dei parvenus viennesi che imitavano i palazzi rinascimentali italiani con ornamenti in cemento. Alle pretese degli architetti e dei professori della Sezession di imporre forme ed ornamenti agli oggetti d’uso, ad esempio i mobili, Loos contrappone la piena funzionalità delle produzioni artigianali e industriali non ancora contaminate dalle arti applicate o perché considerate minori o perché di contenuto tecnologico.
Loos, grande ammiratore della civiltà anglosassone – in gioventù aveva vissuto per alcuni anni negli Stati Uniti – ci dice che in Gran Bretagna e in America il pratico prevale sulla ricerca del bello, e che il fatto stesso che un oggetto sia pratico lo rende anche bello. A suo modo di vedere questa concezione, opposta a quella ancora prevalente nella cultura ufficiale del mondo tedesco, è destinata a diffondersi nel mondo e, con tono quasi profetico (anche se da lui ciò è inteso in senso positivo) preannuncia che una sola civiltà è destinata nel XX secolo a dominare sul mondo intero.
A riprova del fatto che ritenesse l’Austria un paese arretrato quanto a rapporto tra arte e società fonda nel 1903 la rivista Das Andere (L’altro) il cui sottotitolo era Periodico per l’introduzione della civiltà occidentale in Austria, di cui usciranno due soli numeri. Gli scritti tratti da questa rivista sono a mio avviso i più godibili di un libro nel quale il linguaggio è comunque estremamente brillante e scorrevole, anche quando tratta temi squisitamente tecnici. Loos infatti in queste pagine si occupa di argomenti anche eccentrici (la mancanza di cucchiaini per il sale nei ristoranti viennesi, l’uso delle melanzane in cucina…) ma comunque volti a polemizzare con la mentalità austriaca, sempre contrapposta a quella anglosassone.
Parole nel vuoto, per la sua struttura, fatta di brevi pezzi conchiusi, di taglio spesso giornalistico, può essere considerato anche un libro da consultare, del quale gustare brevi assaggi di tanto in tanto, al pari degli scritti aforistici del suo grande amico Karl Kraus, raccolti sempre da Adelphi in Detti e contraddetti. Ne uscirà sempre l’immagine di un precursore dei tempi, sicuramente minoritario e poco compreso dai suoi contemporanei, ma che ha saputo incardinare uno dei dibattiti che sarebbero stati centrali nell’evoluzione dell’architettura e del design del XX secolo, e in cui siamo ancora pienamente immersi: quello del rapporto tra forma e funzione. Loos aveva una posizione precisa, che – al netto dell’acritica venerazione per la civiltà anglosassone – mi sento di condividere appieno. La modernità degli edifici da lui progettati, in particolare delle sue ville, dimostra la modernità delle sue idee, che di lì a poco sarebbero state riprese e sviluppate dal Bauhaus di Gropius. Tra i numerosi scritti che compongono il libro, alcuni emergono come piccoli saggi o racconti di indubbio valore narrativo o teorico. E’ il caso dell’apologo A proposito di un povero ricco, dei quattro articoli che vanno da Civiltà a Ornamento e delitto, del Commiato da Peter Altenberg. Da soli questi brevi pezzi valgono la lettura del libro.
La sintesi più felice delle idee di Loos, del suo rapporto con la cultura e la subcultura dominante, del ruolo critico e insieme giocoso che quella generazione giocò in un’epoca tragica ce l’ha data proprio Karl Kraus, che in un famoso aforisma ci dice:
Adolf Loos e io, lui letteralmente, io linguisticamente, non abbiamo fatto e mostrato nient’altro se non che fra un’urna e un vaso da notte c’è una differenza e che proprio in questa differenza la civiltà ha il suo spazio. Gli altri, invece, gli spiriti positivi, si dividono fra quelli che usano l’urna come vaso da notte e quelli che usano il vaso da notte come un’urna.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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