Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura brasiliana, Libri, Recensioni

La memoria è la grande medicina rispetto alla nostra inadeguatezza esistenziale

DonCasmurroRecensione di Don Casmurro, di Joaquim Maria Machado de Assis

Fazi, Le porte, 1997

Recensendo l’altro libro di Machado de Assis da me recentemente letto, Memorie dall’aldilà, avevo azzardato la possibilità di un confronto fra tale romanzo e La coscienza di Zeno.
La lettura di questo Don Casmurro mi ha convinto ancora di più del fatto che esistano strane analogie tra lo scrittore brasiliano e Italo Svevo, fatte ovviamente salve tutte le differenze di contesto culturale esistenti tra i due scrittori.
Si è soliti infatti considerare i tre romanzi dello scrittore triestino come un’unica opera, quasi che Senilità e Una vita fossero una sorta di preparazione al capolavoro della maturità, che scaturisce dopo le prove generali rappresentate dagli altri due romanzi.
Analogamente tra Don Casmurro e Memorie dall’aldilà esistono una tale serie di affinità strutturali e tematiche da farli ritenere quasi l’uno la rivisitazione dell’altro, la riproposizione di idee ed argomenti che evidentemente l’autore considerava centrali rispetto alla sua concezione dell’uomo e della vita.
Entrambi i romanzi sono memorie di un uomo, un borghese di Rio de Janeiro, che vicino al termine della sua vita – per la verità nel caso di Memorie dall’aldilà una volta oltrepassato tale termine – ripercorre in prima persona le tappe del proprio fallimento esistenziale, narrandoci i fatti salienti che hanno portato a tale fallimento. In entrambi i romanzi l’elemento centrale, ma non esaustivo di tale fallimento è dato dal rapporto dell’io narrante con una donna, da una storia d’amore che il protagonista non è in grado di gestire, assillato da dubbi e da inadeguatezze del pensiero e dell’azione.
Vi sono poi nei due romanzi delle evidenti affinità strutturali, date dalla suddivisione in brevi capitoli (in Don Casmurro sono 148 lungo poco più di 250 pagine) nei quali si alternano narrazioni dei fatti con considerazioni dell’autore, spesso sotto forma di una chiamata in causa diretta del lettore.
Don Casmurro, tuttavia, è stato pubblicato da Machado de Assis nel 1899, quando l’autore era sessantenne, a ben 18 anni di distanza da Memorie dall’aldilà, e questa differenza di età e di prospettiva emerge sicuramente nel romanzo, laddove la cifra dell’ironia – che pur nel quadro della narrazione di un fallimento esistenziale caratterizzava le Memorie, è molto più attenuata in Don Casmurro, nel quale prevale un’amarezza di fondo rintracciabile sin dal titolo: nel primo capitolo l’autore stesso ci spiega che Casmurro, nomignolo del protagonista e termine che in portoghese ha vari significati, va inteso come uomo taciturno e chiuso in se stesso.
Mentre Memorie dall’aldilà si apre con la descrizione quasi giocosa della morte del protagonista da egli stesso narrata, il primo episodio di Don Casmurro, apparentemente marginale, ci informa subito dell’isolamento e della solitudine di Bento Santiago, il protagonista. Come detto, Bento e il Braz Cubas di Memorie dall’aldilà sono entrambi degli ipocondriaci che hanno fallito l’obiettivo più importante della loro esistenza, ma mentre Braz osserva la sua vita dall’aldilà, con una leggerezza che gli è data dalla distanza acquisita grazie alla sua nuova condizione di morto, Bento Santiago è ancora immerso nel suo fallimento, e non può che narrarlo con maggiore partecipazione emotiva. Credo che a questa diversa prospettiva, a questo diverso taglio visuale abbia contribuito non poco, come detto, la differenza di età dell’autore tra i due romanzi: il quarantaduenne Machado/Braz poteva guardare alla fine della vita, al tirare le somme con un distacco che il sessantenne Machado/Bento non poteva più permettersi.
Anche dal punto di vista della scrittura emergono differenze – peraltro secondo me accentuate dalla traduzione di questa edizione Fazi che non ho trovato eccellente – laddove alcuni elementi di sperimentalismo presenti in Memorie dall’aldilà (su tutti i due capitoli costituiti da puntini sospensivi) sono del tutto assenti nel più maturo e probabilmente posato Machado del Don Casmurro.
La storia è dunque quella della vita di Bento (Bentinho da piccolo) e del suo amore per Capitu, compagna di giochi sin dall’infanzia ed alla quale lo lega un affetto assoluto che si trasforma in amore già nell’adolescenza. I due si sposano – adempiendo ad un giuramento adolescenziale -, nonostante inizialmente la madre avesse previsto per Bentinho la carriera ecclesiastica, e tutto sembra andare per il meglio anche grazie alla nascita di un figlio: Bento diviene uno stimato avvocato e la famigliola vive, circondata dagli amici più cari, in una bella casa. L’inadeguatezza caratteriale di Bento, già emersa in vari episodi della gioventù, fa però sorgere nella sua mente un terribile sospetto, che in breve tempo distruggerà completamente l’edificio affettivo su cui si basa la sua esistenza.
Un accorgimento narrativo di Machado è quello di non svelarci se il sospetto di Bento sia reale – del resto, essendo il narratore lo stesso Bento non può essere altrimenti – quindi ognuno di noi può farsi al riguardo l’opinione che crede. Non è questo, peraltro – come ci dice Léa Nachbin nella bella postfazione – lo snodo centrale, il punto focale del racconto, perché qualunque sia la verità ciò che conta sono le conseguenze dell’agire di Bento, la sua capacità autodistruttiva, conseguenza della sua incapacità di confrontarsi a tu per tu con il suo sospetto, per appurarne la eventuale veridicità.
Dopo avere distrutto la propria felicità, Bento cerca di recuperarne la porzione che ritiene più pura ed assoluta facendosi costruire una casa identica a quella nella quale aveva vissuto durante l’infanzia. Non torna a vivere nell’originale, perché lì tutto è cambiato, anche se i muri sono quelli di allora. Cerca allora in tutta evidenza di ricostruirsi la casa della sua infanzia, come se la ricorda lui, per poter vagheggiare che vi risuoni ancora la voce della madre (una figura importante, nel romanzo) e vi possa incontrare la Capitu bambina. La ricostruzione dello spazio però è chiaramente inadeguata a riproporre un’esistenza, e quindi Bento ricorre all’unica possibilità reale di ripercorrere la propria vita: ricostruire il tempo, affidandosi alla memoria, al recupero attraverso l’arte della scrittura di ciò che è stato. Da qui potrà ripartire, solo dopo avere fatto i conti con quanto è avvenuto potrà esserci qualcosa di nuovo per Bento. E questo ruolo della narrazione, questa sua capacità di liberarci dei nostri fantasmi, anche a prescindere – sembra dirci Machado – da una impossibile oggettività nei confronti di sé stessi – è esemplarmente espressa nell’ultimo breve capitolo, dove troviamo Bento che si accinge a iniziare la scrittura di una neutra Storia dei sobborghi.
Nel Don Casmurro ho quindi ritrovato gli elementi di modernità di Machado che avevo già evidenziato commentando le Memorie dall’aldilà, e credo che a questo punto si possa senza dubbio ascrivere l’autore tra i precursori del novecento letterario europeo: ciò è tanto più sorprendente se si pensa alla distanza culturale che, soprattutto in quei tempi, ci pare separasse l’Europa dal Sudamerica: evidentemente tale distanza non era poi così incolmabile se un autore che non si è mai allontanato da Rio de Janeiro ci ha saputo regalare romanzi che avrebbero potuto tranquillamente essere scritti – almeno per quanto riguarda le tematiche trattate – a Vienna o a Parigi.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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