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Essere intimi amici senza conoscersi affatto: l’ipocrisia sociale in un grande romanzo del ‘900

IlBuonSoldatoRecensione de Il buon soldato, di Ford Madox Ford

Feltrinelli, Impronte, 1984

The Good Soldier è il romanzo più noto di Ford Madox Ford, oltre che uno dei pochi titoli di questo scrittore disponibili in italiano. Eppure questo autore inglese del primo novecento, figlio di un preraffaellita, amico di Conrad – con il quale scrisse alcuni romanzi – poeta, romanziere e critico letterario, fondatore di riviste che hanno ospitato i primi scritti di gente come Lawrence, Hemingway, Pound e Bennett, meriterebbe ben altra attenzione da parte della nostra pavida editoria. Oltre a Il buon soldato ho infatti letto in questo periodo altri suoi due libri, che recensirò a breve, e devo dire che ne emerge il profilo di uno scrittore molto importante, capace di descriverci in profondità gli abissi dell’animo umano e l’inarrestabile declino dei valori della società in cui viveva, capace di sperimentare forme letterarie che al riparo di uno stile apparentemente semplice e diretto in realtà terremotano le fondamenta del romanzo borghese ottocentesco, al pari di quanto andavano facendo nello stesso periodo autori molto più celebrati. Non è un caso il sodalizio con Conrad, non è un caso la venerazione di Ford Madox Ford per James e per Turgenev, tra gli scrittori della generazione precedente.
E’ quindi difficilmente comprensibile che i titoli di Ford Madox Ford oggi disponibili nella nostra lingua si possano contare sulle dita di una mano, e che un’opera tanto importante della letteratura inglese del ‘900, la tetralogia Parade’s End non sia mai stata completamente tradotta. Per il momento accontentiamoci comunque di quanto passa il convento.
Il buon soldato è la storia di un adulterio, narrata, al termine delle vicende, dal marito tradito. E’, come dice il narratore all’inizio del racconto la storia più triste che abbia mai sentito, perché il tradimento si consuma nell’ambito di due coppie di amici, i Dowell e gli Ashburnham, americani i primi, inglesi i secondi, appartenenti alla migliore società, che si frequentano per nove anni in una delle più rinomate stazioni termali europee – dove Florence Dowell e Edward Ashburnham si curano dai loro problemi cardiaci – in Provenza, a Parigi. Sin dalle prime pagine John Dowell ci dice che …conoscevamo benissimo il capitano e la signora Ashburnham; meglio, senza dubbio, non sarebbe stato umanamente possibile. Eppure, a guardar bene, non sapevamo niente di loro. Infatti, John Dowell capirà solo alla fine, poco prima di mettersi a narrare, la vera natura dei rapporti tra sua moglie Florence e Ashburnham, tra quest’ultimo e la moglie Leonore, tra questi e gli altri personaggi che si affacciano nella storia. Capisce e quindi si mette a narrare, per la voglia di raccontare a qualcuno quanto gli è accaduto: e lo fa come raccontasse ad un amico davanti ad un caminetto, senza seguire un ordine temporale, anticipando spesso fatti, giudizi e considerazioni che diverranno chiari nel corso della storia, coinvolgendo il lettore con espressioni colloquiali e chiamate dirette in causa, come se il lettore dovesse già conoscere qualcosa della sua storia.
E’ un modo di narrare, di scrivere, che – se non ha la forza eversiva dello stream of cosciousness, se non ha la capacità evocativa della dolente ed asmatica ricerca della memoria proustiana – si inserisce tuttavia a pieno titolo, a mio avviso, in quella grande corrente letteraria che nei primi decenni del XX secolo fece emergere la soggettività come grande protagonista della letteratura. John Dowell, da questo punto di vista, può essere considerato uno dei grandi Io narranti del ‘900 letterario, forse, tra i grandi, quello che si ritaglia il ruolo più ambiguo, più scomodo, ed anche più controverso, come testimoniano i molti giudizi critici che parlano di lui come di un personaggio inadeguato, incapace di capire e di agire.
Del resto che così sia ce lo dice egli stesso, a partire dal suo ruolo di marito: la bella Florence infatti è sua moglie solo a parole, perché – adducendo la sua debolezza di cuore che la potrebbe portare alla tomba- ha sin dalla prima notte di nozze chiuso a chiave la sua camera, impedendo al marito di entrarvi. John ha accettato serenamente questa situazione, questo declassamento da marito ad infermiere, ad accompagnatore della malata, senza accampare alcun diritto di coniugio.
E’ proprio questo suo essere alieno al sesso che gli impedisce di capire come invece l’impulso sessuale governi i comportamenti di chi lo circonda, che gli impedisce di cogliere i pur espliciti messaggi che gli altri protagonisti disseminavano. Alla fine, quando saprà, egli potrà raccontarci la storia non come l’ha vissuta durante gli avvenimenti, ma come la può reinterpretare ora, alla luce della sua nuova consapevolezza, e questo – come detto – costituisce il fascino maggiore del romanzo ed anche la sua forza espressiva. L’inadeguatezza di John, quindi, lungi dal farne un personaggio sbiadito, è perfettamente funzionale al modo in cui Ford Madox Ford ha voluto raccontarcela, all’assoluta prevalenza della soggettività sull’oggettività dei fatti.
Il sesso è il protagonista assoluto del libro, per la sua assenza dai rapporti sociali ufficiali e per il suo essere un fattore preponderante nel determinarli. Non a caso Graham Green ha scritto che Il buon soldato è il solo libro inglese che affronti in modo adulto la sessualità, e ciò può apparire strano, in un romanzo in cui (ci informa Guido Fink nella bella postfazione) la parola sesso appare solo quattro volte. Ma qui entra in campo un elemento secondo me inseparabile dalla grande letteratura: la capacità dell’autore di rendere universale una storia, nel caso di questo romanzo di rendere oggettivo ciò che è descritto attraverso l’uso esclusivo della soggettività del protagonista. Il sesso in quanto tale è assente dalla storia dei Dowell e degli Ashburnham perché è formalmente assente dalla società in cui vivono: tutti sanno che determina i rapporti tra le persone, ma nessuno si confronta apertamente con esso. Ed è così che due uomini come John Dowell e Edward Ashburham, il primo praticamente asessuato ed il secondo tombeur de femme, possono divenire intimi amici, ma senza mai conoscersi davvero; è così che la loro amicizia non potrà che concludersi in tragedia. La storia di un adulterio diviene così la storia dell’ipocrisia di una intera società, destinata ad essere inghiottita dall’incombente tragedia (il romanzo esce nel 1915) che essa stessa ha provocato. L’autore sa però che quella società è pronta a rinascere in forme apparentemente nuove ma che ne perpetuano i vizi, e per questo – dopo che la tragedia si è consumata – ci presenta i protagonisti sopravvissuti che si sono rifatti una vita avente i medesimi tratti essenziali della precedente, tratti tuttavia appesantiti da una bonaccia borghese che non può che preannunciare nuove tempeste. Il buon soldato e Florence, che non hanno saputo risolvere la contraddizione tra l’essere e l’apparire, non ci sono più, ma chi è restato non ha tardato a trovare nuovi equilibri, anche attraverso la funzione liberatoria della narrazione. Quanto questi nuovi equilibri non avessero fatto i conti davvero con il passato ce lo dimostrerà la Storia pochi decenni dopo la vicenda narrata da Ford Madox Ford e – credo – si incaricherà di dimostrarcelo anche tra non molto, considerando che il filisteismo politico, economico e sociale è ancora saldamente al comando di questo nostro sventurato mondo.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

2 pensieri riguardo “Essere intimi amici senza conoscersi affatto: l’ipocrisia sociale in un grande romanzo del ‘900

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