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Il primo caso di Nestor Burma, che per me rimarrà l’ultimo

120RueDeLaGareRecensione di 120, rue de la Gare, di Léo Malet

Editori Riuniti, Biblioteca tascabile, 1996

Léo Malet è considerato da alcuni uno dei maestri del romanzo poliziesco francese, ed associato sovente a Georges Simenon (che però – al pari di Hercule Poirot, era belga). In particolare uno dei suoi personaggi più noti, l’investigatore privato Nestor Burma, ha alcuni tratti – su tutti essere parigino e fumare la pipa – che inevitabilmente rimandano al commissario Jules Maigret.
Dopo avere letto questo 120, Rue de la Gare, scritto nel 1943, primo romanzo in cui compare Nestor Burma, e quindi romanzo che contribuisce non poco a fissarne i caratteri essenziali, mi sento di poter dire che le assonanze tra i due autori e i due personaggi sono molto labili.
Commentando alcuni dei romanzi di un altro scrittore di polizieschi, lo svizzero Friedrich Glauser, ho avuto modo di sottolineare come il fascino di Maigret e di Studer (il poliziotto protagonista dei romanzi di Glauser), stia nell’essere persone normali, con una psicologia complessa, che giungono alla soluzione dei casi in cui sono coinvolti soprattutto perché cercano di capire perché un delitto sia stato commesso, e non solo chi sia il colpevole.
Questo approccio comporta che le storie siano costruite dando ampio spazio al contesto in cui un delitto avviene e – contrariamente ai canoni del poliziesco investigativo – che vi sia una intensa partecipazione emotiva del detective rispetto alle situazioni ed ai personaggi con cui viene in contatto.
Il racconto poliziesco diviene quindi – come accade nei migliori hard-boiled statunitensi, il mezzo, lo strumento narrativo per raccontarci drammi, umani e sociali, spesso causati non dalla perversa volontà del singolo ma dalle condizioni oggettive in cui si è trovato ad agire e dalle difficoltà contro cui ha cercato di lottare.
Il giallo, il poliziesco, perdono così la loro funzione originaria, di rassicurazione rispetto alla capacità della società organizzata e della scienza di porre fine al disordine rappresentato dal delitto, e si proiettano in un territorio oscuro, nel quale il ruolo di grande rammendatore del detective, che pure c’è, è bilanciato dalla consapevolezza di essere lui stesso parte di quel sistema che gli strappi da rammendare produce.
E’ a mio avviso questa consapevolezza della contraddizione del loro ruolo, accanto alla loro umanità e minimalismo che rendono Maigret e Studer grandi personaggi e che elevano i romanzi di cui sono protagonisti al di sopra del genere.
Ebbene, nulla di tutto questo, o di altri elementi di originalità rispetto a un genere che nel 1943 contava già oltre 100 anni (se diamo per buona la sua nascita con i delitti della Rue Morgue di Poe), nel Burma di Malet, perlomeno in questo romanzo d’esordio del personaggio.
Eppure i presupposti per una creazione originale c’erano tutti, a partire dallo spessore intellettuale dell’autore, che era stato uno dei fondatori del surrealismo, amico di Breton, di Prevert, di Dali, per giungere al periodo in cui Malet scrive e ambienta il romanzo, la Francia occupata e di Vichy.
120, Rue de la Gare si rivela invece essere un romanzo di genere, nel quale alcuni elementi sono talmente banali e ingenui da far pensare ad una sorta di parodia: purtroppo, se di parodia si tratta, l’ironia è a mio avviso talmente sottile da essere impercettibile. In quarta di copertina si parla anche di umorismo inconfondibile, ma per quanto mi riguarda sarei più propenso a parlare – almeno per alcuni passaggi del romanzo, di umorismo inconsapevole.
Il protagonista caratterizza la sua improbabilità già dal nome: Nestor Burma detto Dinamite. E’ proprietario di un’agenzia dall’altrettanto improbabile nome di Fiat Lux e naturalmente, oltre che saper risolvere il mistero della storia, stende gli avversari con un pugno, è abile con la pistola e sa trattare con le pupe. Il deus ex machina della vicenda è poi un ex ladro di gioielli detto Jo Tour Eiffel (sic!).
Come detto, la storia è ambientata nella Francia occupata, all’indomani della disfatta, anzi prende avvio in un campo di prigionia tedesco nel quale è rinchiuso Burma, che riceve da un altro prigioniero affetto da amnesia, in punto di morte, l’enigmatica indicazione dell’indirizzo che dà il titolo al romanzo.
Dopo poco Burma viene rilasciato e mentre transita in treno da Lione riconosce un suo collaboratore della Fiat Lux, che si arrampica sul predellino del treno in partenza, gli grida 120, Rue de la Gare e poi stramazza al suolo colpito da alcuni proiettili.
Burma inizia così ad indagare su quella che si rivelerà una storia molto intricata ma che naturalmente riuscirà brillantemente a districare, muovendosi tra Lione e Parigi e riattivando di fatto l’antica agenzia, temporaneamente chiusa per prigionia del titolare.
Ciò che lascia più perplessi nello svolgimento della storia è l’assoluta indifferenza che Malet manifesta per un’ambientazione che, se altrimenti utilizzata, avrebbe potuto da sola a mio avviso conferire alla storia ben altro spessore. La Francia vinta, divisa in due tra la zona occupata e la Repubblica collaborazionista, credo potesse rappresentare per Malet, anarchico e surrealista, un campo d’azione drammaticamente meraviglioso. Invece questa situazione tragica del paese rimane del tutto sullo sfondo: non vi sono giudizi su quanto è accaduto e quanto sta accadendo, non vi sono considerazioni di sorta e, se si eccettua qualche accenno alla necessità di permessi speciali per passare da Lione a Parigi, il tutto avrebbe potuto tranquillamente avvenire dieci anni prima o dieci anni dopo. Forse, azzardo, il fatto che il romanzo sia stato scritto e pubblicato nel 1943, ad occupazione ancora in corso, ha consigliato a Malet di non avventurarsi in descrizioni dello stato del paese. Certo, rimane comunque difficile capire come, in quel periodo che immagino difficile anche per Malet, tornato davvero da un campo di prigionia, egli abbia pensato di scrivere una storia tanto d’evasione: forse proprio per un assoluto bisogno di astrazione.
Un altro punto debole del romanzo, che accentua ancora di più il senso di ingenuità e di genere del romanzo è il fatto che sia scritto in prima persona da Nestor Burma in un imprecisato periodo dopo lo svolgimento dei fatti. L’uso della prima persona, infatti, secondo me fa a pugni con le minuziose descrizioni di fatti e situazioni e con la netta predominanza di dialoghi diretti: non c’è mai un dubbio, un riassunto, un’impressione nel racconto chirurgicamente preciso che Burma fa di quanto gli è accaduto. Ovviamente ciò è possibile solo perché ci troviamo di fronte al grande Dinamite Burma.
In definitiva un romanzo deludente, che non mi spinge ad acquistare ulteriori volumi delle avventure dell’investigatore parigino, perché so che volendo leggere un poliziesco di valore posso rivolgermi a ben altri autori. Forse la dimensione ideale di 120, Rue de la Gare è quella fumettistica, visto che vi è in commercio una edizione illustrata da Jacques Tardi, ma allora si entra in un altro campo di interesse.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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