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Quando il cattolicesimo non è dogmatico

ThereseDesqueyrouxRecensione di Thérèse Desqueyroux, di François Mauriac

Mondadori, Oscar, 1982

François Mauriac è uno scrittore francese oggi forse un po’ dimenticato. Eppure è stato, per un cinquantennio, un’epoca cruciale che va dagli anni ’20 alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, uno degli intellettuali francesi più noti e influenti. Cattolico, unì all’impegno letterario quello civile: si schierò contro il franchismo in Spagna e la Repubblica di Vichy, e nel dopoguerra condannò il colonialismo francese e la repressione in Algeria. Nel 1952 gli fu attribuito il Premio Nobel.
Il suo cattolicesimo “eretico” lo portò ad essere criticato sia da “destra” sia da “sinistra”: famosa al riguardo è la critica, che gli rivolse Sartre, di essere poco credibile come ricco fustigatore della classe a cui apparteneva.
Thérèse Desqueyroux, pubblicato nel 1927, è il romanzo più noto di Mauriac, da cui nel 1962 è stato tratto un omonimo film, alla cui sceneggiatura collaborò lo stesso Mauriac.
La storia è quella di una moglie che tenta di avvelenare il marito, ed il romanzo, che inizia al momento della dichiarazione del non luogo a procedere da parte del giudice, ci narra, con un ampio flashback reso attraverso le riflessioni della protagonista nel suo viaggio di ritorno verso casa, la vita di Thérèse, dalla sua infanzia al matrimonio, dalla vita coniugale al tentato uxoricidio; quindi la storia riprende il suo corso e ci mostra ciò che accade in conseguenza di quel gesto. La scelta di lasciare che sia Thérèse a presentarsi, a narrarci la sua vita pregressa, è un primo elemento di indubbio fascino del romanzo: è la protagonista stessa che dovrebbe e potrebbe dirci le motivazioni del suo gesto, ed il fatto che non ce lo dica significa che non c’è una ragione, o perlomeno non c’è una ragione puntuale e immediatamente riconoscibile del tentato avvelenamento del marito. Thérèse decide infatti quasi casualmente di Continua a leggere “Quando il cattolicesimo non è dogmatico”

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Il piacere di leggere un grande classico, inficiato da una tronfia traduzione

EpigrammiRecensione di Epigrammi, di Marco Valerio Marziale

Einaudi, Gli struzzi, 1979

Marco Valerio Marziale è uno dei grandi autori dell’antichità romana, che attraverso l’uso dell’epigramma ha saputo trasmetterci un vivido spaccato della società del suo tempo, permettendoci di approfondire la conoscenza della Roma del primo secolo dopo Cristo, la Roma imperiale al massimo della sua potenza.
Per farlo utilizza l’occhio della satira, dell’implacabile osservazione dei vizi privati e pubbliche virtù dei potenti e dei ricchi, dell’ipocrisia e dell’istituzionalizzazione dell’adulazione che caratterizzava il sistema clientelare, ed utilizza una forma letteraria bassa, l’epigramma appunto, che gli permette sicuramente una maggiore libertà espressiva rispetto a forme poetiche più ufficiali.
Proprio per l’uso dell’epigramma e per le tematiche trattate, da una parte della critica Marziale è (o per meglio dire era) considerato un autore minore, non accostabile ai grandi poeti tragici ed epici dei primi secoli dell’impero romano. Al contrario, proprio la scelta espressiva e il carattere fortemente realistico della poesia di Marziale ne costituiscono la grande forza, capace di restituirci come pochi altri autori lo spirito di un’epoca cruciale per i destini di Roma e, direi, dell’intera civiltà occidentale come la concepiamo ancora oggi. La suddivisione in generi alti e generi bassi è a mio avviso un espediente utilizzato in passato, ma presente ancora oggi, per tentare di esorcizzare la capacità dissacrante e il potere liberatorio che in genere il comico e il volgare posseggono nei confronti dei paradigmi della società costituita.
Marziale scrive nel periodo della Roma dei Flavii, in particolare al tempo del potere di Domiziano; dopo la congiura patrizia che porta al suo assassinio nel 97 d.C., i nuovi equilibri politici instauratisi con l’ascesa di Nerva e quindi di Traiano lo vedono emarginato nella natale Bilbilis (odierna Spagna), dove poco prima di morire pubblicherà il XII e ultimo libro di epigrammi. Continua a leggere “Il piacere di leggere un grande classico, inficiato da una tronfia traduzione”

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Un altro tassello del Marx prima del Capitale

Miseria FilosofiaRecensione di Miseria della Filosofia, di Karl Marx

Editori riuniti, Universale idee, 1986

La Miseria della Filosofia occupa un posto particolare nell’evoluzione del pensiero di Karl Marx: è infatti il primo testo in cui lo studio dell’economia politica e degli economisti classici in particolare costituisce la base conoscitiva per sostanziare la radicale critica della società borghese che sino ad allora era stata condotta dal pensatore di Treviri su presupposti quasi esclusivamente “filosofici”.
Per la verità già in alcuni scritti di qualche anno prima, i famosi Manoscritti Economico-Filosofici del 1844 Marx si era occupato specificamente di questioni quali salario, profitto e rendita fondiaria, e già quegli scritti frammentari dovevano costituire la base di un’ampia opera di critica dell’economia politica; nelle opere successive, tuttavia, La sacra famiglia – Critica della critica critica e L’ideologia tedesca Marx, iniziato il sodalizio con Engels, si era concentrato sulla necessità di fare i conti con la sinistra hegeliana tedesca, con Feuerbach, Bruno Bauer e Max Stirner, in altri termini di consolidare teoreticamente il distacco dall’idealismo che con l’amico era venuto maturando sempre più dal momento dell’esilio volontario parigino.
Nei primi mesi di permanenza nella capitale francese egli conosce e frequenta tra gli altri Pierre-Joseph Proudhon, che godeva di vasta fama negli ambienti socialisti francesi per il suo saggio Q’est-ce que la propriété? nel quale esponeva la convinzione, rimasta celebre, che La proprietà è un furto. Continua a leggere “Un altro tassello del Marx prima del Capitale”