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Έρως e Θάνατος tra romanticismo e decadenza

LaVeneredIlleRecensione de La Venere d’Ille, di Prosper Mérimée
Passigli, Biblioteca del viaggiatore, 1988
Prosper Mérimée è un autore oggi forse un po’ dimenticato, sovente ricordato solo per il racconto da cui Bizet trasse la sua Carmen. Eppure è a mio avviso un autore cruciale se si vuole comprendere uno dei grandi passaggi epocali della letteratura francese ed europea, quello dal romanticismo del primo ottocento, intriso dell’adesione – sia pure a volte critica – agli ideali borghesi che si andavano affermando, al primo decadentismo francese, che preannuncia la grande crisi di fine ottocento ed inizio novecento traendo le conseguenze del fallimento delle rivoluzioni del 1848.
Mérimée, che visse tra il 1803 e il 1870 ma concentrò la massima parte della sua produzione artistica nella prima metà del secolo, può essere infatti a mio avviso in qualche modo accostato ad un autore a lui di poco precedente, di lui sicuramente più grande e di altra estrazione culturale, ma con il quale condivide almeno due tratti essenziali: il gusto per il racconto fantastico e uno stile di scrittura impersonale e realistico: E.T.A. Hoffmann.
Questo è almeno quello che emerge dalla lettura di La Venere d’Ille, piccolo volume edito parecchi anni fa da Passigli che ci propone due dei racconti che – insieme a Carmen e a Colomba – sono considerati tra i più noti e preziosi della non abbondante produzione dell’autore. Segnalo, per chi volesse leggere Mérimée, che è disponibile un volume, edito da Donzelli, che ne propone tutti i racconti, e che l’Editore SE ha in catalogo un volume (Carmen e altri racconti) che si avvale della traduzione di Sandro Penna.
I due racconti presentati dal volumetto di Passigli sono quello che gli dà il titolo e Il vaso etrusco: si tratta come detto, pur nella loro brevità, di due racconti significativi per comprendere Mérimée, ed in particolare il primo si può considerare una summa delle tematiche care all’autore.
In breve la trama: un archeologo parigino (che narra in prima persona) giunge nel Roussillon per visitarne i siti, ospite di un ricco antiquario locale. Questi ha appena fatto una scoperta eccezionale: una statua bronzea di Venere, che egli attribuisce a Mirone, dall’espressione ambigua e che reca sul piedistallo una misteriosa iscrizione; negli stessi giorni il figlio dell’antiquario, rozzo e volgare, sposa una ricca fanciulla del luogo, e l’ospite parigino assiste alle nozze. La festa si tramuta però subito in tragedia, perché il ragazzo verrà misteriosamente ucciso la prima notte di nozze.
Mérimée, oltre e prima che scrittore, è stato storico ed archeologo, e dal 1834 al 1860 ricoprì l’incarico di Ispettore Generale dei monumenti storici ed avviò il sistematico censimento dei beni culturali e archeologici di Francia: l’ambientazione archeologica del racconto riflette quindi una profonda conoscenza di questi temi da parte dell’autore, che si ritrova nella descrizione minuziosa del contesto ambientale in cui la vicenda si svolge e nella precisione con cui la statua protagonista viene descritta. E’ questo stile cronachistico, che descrive i fatti puri e semplici, lasciando al lettore la loro interpretazione che costituisce il tratto essenziale della scrittura di Mérimée, che gli è stato molto spesso rimproverato (celebre il verso di una poesia di Victor Hugo: Le paysage étant plat comme Mérimée) che a mio avviso costituisce uno degli elementi che proietta questo autore oltre il periodo in cui visse e scrisse.
Altro elemento caratterizzante l’intera produzione letteraria di Mérimée, che l’autore prende direttamente dal mondo classico per traghettarlo verso gli sviluppi psicanalitici che giungeranno di lì a poco più di mezzo secolo, è la compresenza di pulsioni erotiche e pulsioni di morte quali cause ultime degli avvenimenti. Ne La Venere d’Ille έρως e θάνατος sono magistralmente riassunti dalla magnifica ed enigmatica statua, che con il suo solo essere greca ci rimanda ad una classicità tragica in cui le forze primordiali che guidano il comportamento umano erano riconosciute in quanto tali. Lo stupido e rozzo giovane, che si sposa per convenienza, che profana queste forze non potrà che esserne la vittima sacrificale.
Come detto, l’ambientazione fantastica è uno degli elementi che avvicina Mérimée ad E.T.A. Hoffmann: In questo senso La Venere d’Ille può essere facilmente associata ad alcuni racconti di Hoffmann quali L’uomo della sabbia e L’automa: non si può non notare, tuttavia, che i trent’anni di distanza tra i due autori si sentono tutti, laddove in Mérimée, in luogo della critica al razionalismo illuministico insita nei racconti di Hoffmann, prevale la contrapposizione della purezza classica di sentimenti che giunge sino alle estreme conseguenze rispetto alla volgarità, che pare già nettamente percepita, di un atteggiamento borghese il cui fine ultimo è l’accumulazione.
Anche nel secondo racconto di questo volume, Il vaso etrusco, le pulsioni erotiche e quelle di morte, strettamente interconnesse, costituiscono la cifra essenziale della vicenda. Il giovane Auguste Saint-Clair, dall’animo inquieto e non conformista, ama appassionatamente, riamato, la graziosa Mathilde de Coursy, giovane ed irreprensibile vedova. In lui sorge tuttavia il sospetto che Mathilde abbia avuto una precedente relazione, ed anche se ella riuscirà a dimostrargliene l’infondatezza, Auguste non potrà sfuggire al destino che tale sospetto aveva intessuto.
Il vaso etrusco è un racconto bellissimo, nel quale come detto il tema del rapporto tra amore e morte è trattato magistralmente nella figura di Auguste, che tuttavia, rispetto alla Venere d’Ille, si dipana a mio avviso entro una cornice ancora prettamente romantica: il racconto è infatti del 1830, mentre La Venere d’Ille sarà scritta sette anni più tardi.
Detto questo non si può non rimarcare come Mérimée sappia tratteggiare con una precisione quasi chirurgica, nelle pagine iniziali del breve racconto, la figura di Auguste, che non era amato in quella che si suol chiamare società, perché non cercava di piacere se non alle persone che piacevano a lui. C’è in queste poche parole, e nelle righe che seguono, una critica radicale all’ipocrisia regnante nei salotti parigini, e molti commentatori hanno visto in Saint-Clair una trasposizione dello stesso Mérimée, che se da un lato sarà uomo di mondo, frequentatore di salotti, amante di nobildonne ed attrici e perfettamente integrato nel clima sociale del secondo impero, dall’altro nei suoi scritti manifesta inquietudini e insofferenze che, come detto, in certo qual modo anticipano quelle tipiche della decadenza.
Mérimée è quindi un autore che merita di essere letto ancora oggi, sia perché il suo stile di scrittura, tanto criticato ai suoi tempi, si rivela molto moderno, precursore di grandi filoni letterari, sia perché le tematiche che tratta, lungi dall’essere uno sterile retaggio dell’epoca della sua vita, sono tematiche che attraversano tutta la storia della produzione artistica occidentale, partendo dalla Grecia classica per giungere, rivisitate e rivitalizzate dai mutati contesti sociali e culturali, sino a noi.
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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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