Pubblicato in: Classici, Filosofia, Letteratura, Letteratura italiana, Libri, Novecento, Recensioni

L’altro caposaldo dell’opera di un grande pensatore europeo

IlDialogodellaSaluteRecensione de Il dialogo della salute e altri dialoghi, di Carlo Michelstaedter

Adelphi, Piccola biblioteca, 1988

Il dialogo della salute rappresenta l’altro caposaldo dell’opera di Carlo Michelstaedter, insieme a La persuasione e la rettorica, da me recentemente recensita.
Questo volume di Adelphi, curato dall’ottimo Sergio Campailla, ce lo presenta insieme ad altri dialoghi scritti da Michelstaedter, alcuni dei quali molto frammentari, ed indubbiamente la loro lettura, accanto a quella dell’opera maggiore, contribuisce ad ampliare l’orizzonte di comprensione del pensiero di questo piccolo, grande intellettuale del novecento europeo.
La forma del dialogo, scelta da Michelstaedter per esporci in prosa il suo pensiero, rimanda direttamente a due degli autori più amati dal nostro: Platone e Giacomo Leopardi. Il dialogo permette infatti, attraverso il meccanismo di interlocuzione e di domanda e risposta tra due personaggi, di esporre ed argomentare tesi in modo diretto ed incalzante: per questo motivo, pur essendo la lettura non del tutto agevole sia per lo stile di scrittura dell’autore sia per i temi trattati, essa è sicuramente più facile rispetto a quella de La persuasione e la rettorica. Questa differenza è sicuramente anche dovuta alla diversa funzione che i dialoghi avrebbero dovuto svolgere rispetto all’opera maggiore: mentre questa era una tesi di laurea, destinata quindi ad un pubblico molto ristretto e specialistico, quelli sono stati scritti, ancorché in alcuni casi solo abbozzati, con intento divulgativo, presupponevano un pubblico generalista, e quindi il loro stile di scrittura tiene conto anche di ciò.
Come detto, Il dialogo della salute è sicuramente di gran lunga il frammento più importante presentato da questo volume. Esso fu terminato il 7 ottobre 1910, appena 10 giorni prima il suicidio di Michelstaedter, e la sua stesura si intreccia con quella della tesi di laurea.
Attori del dialogo sono Nino e Rico, nei quali è palese il richiamo a due cari amici di Michelstaedter, che una sera all’uscita da un cimitero vengono apostrofati dal custode con ”Dio vi dia la salute”. I due iniziano a discutere di salute e di malattia e del concetto di male, con Nino nel ruolo del discente incerto e contraddittorio e Rico in quello del docente, e nel corso del dialogo vengono esposti, sia pure in forma e con terminologie diverse, i concetti filosofici sviluppati ne La persuasione e la rettorica, in particolare nella sua prima parte.
Qui l’uomo persuaso e quello rettorico divengono rispettivamente il sano e l’ammalato, ma la sostanza del ragionamento michelstaedteriano non cambia: l’uomo ammalato non vive, in quanto cerca continuamente nel futuro, in ciò che la società e la volontà del piacere gli fanno balenare di volta in volta come desiderabile il suo appagamento, il suo vivere. Egli non cerca le cose e le relazioni con gli altri uomini in quanto tali, ma in quanto appaganti: cerca l’appagamento di sé nelle cose e negli altri. Ma se l’uomo ricerca ciò che non ha, appena raggiuntolo già non l’ha più, come colui che si volta per vedere l’ombra del proprio profilo, per cui è costretto a ricercare nuovi appagamenti, in un gioco crudele che ha fine solo con la morte. L’uomo sano, persuaso, all’opposto, non si affanna continuamente: egli consiste, sta fermo nella sua coscienza, ”Non ha niente da difendere dagli altri e nulla da chiedere loro poiché per lui non c’è futuro, che nulla aspetta… E la morte come la vita di fronte a lui è senz’armi… non puoi parlare di lui che nel punto della salute consistendo ha vissuto la bella morte. Il concetto della bella morte è stato in questi decenni strumentalizzato dal pensiero di destra, seguendo una visione individualistica e quasi mistica del pensiero di Michelstaedter: in realtà credo che proprio una attenta lettura di questo dialogo, del modo in cui Michelstaedter giunge a teorizzare la bella morte, nonché degli altri elementi polemici contenuti nel dialogo, quali la critica all’arte di facciata e all’artista che ricerca la creazione per convenienza, alla rettorica dell’autorità e all’ambizione della potenza, alla società (quella in cui viveva) come trionfo della rettorica e della malattia, permetta di riaffermare il carattere politico e civile del pensiero di Michelstaedter, che già era emerso prepotentemente soprattutto nella seconda parte de La persuasione e la rettorica.
Come detto gli altri dialoghi sono da considerarsi opere minori. Vale comunque la pena analizzarne alcuni, perché ci permettono di ampliare ulteriormente l’analisi della personalità di questo grande, disperato autore.
Comincerei dal Dialogo tra Carlo e Nadia, breve frammento che tuttavia ci permette di introdurre una figura essenziale nella breve vita di Michelstaedter: quello di Nadia Baraden, giovane esule anarchica russa di cui Michelstaedter si innamora negli anni fiorentini e che si suiciderà pubblicamente nel 1907 (per chi volesse saperne di più segnalo il volume di Sergio Campailla Il segreto di Nadia B. – Marsilio, 2010). Nel dialogo lo spirito dell’amica morta rimprovera a Carlo di non averla mai amata veramente, ma di avere amato sé stesso in lei. E’ forse la più lancinante autoaccusa di non essere persuaso, di inadeguatezza, che Michelstaedter si rivolge rispetto ad un sentimento che ha segnato profondamente la sua vita.
Altro frammento interessante è quello tra Diogene e Napoleone, nel quale prevale il tema della rettorica della potenza e della sua inanità. L’anima di Napoleone, morto, s’annoia, ma Diogene le dimostra che quando agiva, agiva sempre in previsione di un futuro, che l’aver conquistato la Francia prima, l’Europa poi non erano, ancora una volta, che una incessante proiezione verso il futuro, che non avrebbe mai trovato sosta pena la morte. Purtroppo il dialogo si interrompe bruscamente e non sviluppa compiutamente i concetti accennati.
Il breve Dialogo tra la cometa e la terra, composto in occasione del passaggio della cometa di Halley (1910) che tante paure apocalittiche aveva suscitato, contrappone una terra borghese, rettorica, il cui movimento è predeterminato e sempre uguale a sé stesso, ad una cometa anarchica e persuasa, che giunge inaspettata e seguendo orbite eccentriche, ed è forse il dialogo in cui i due concetti cardine del pensiero michelstaedteriano si avvicinano di più ad una dimensione politica e quasi sociologica: dice la cometa, dopo aver rimproverato la terra di fare tutto in nome del sole e di brillare solo di luce riflessa: ”… però poserò mai ad astro costituito e [mai] mi crederò in diritto di chiamar mio dovere senza mia luce dell’altrui luce vivere”. Nel finale, la terra chiede alla cometa di raddrizzarle l’asse, ma il rifiuto della cometa è fulminante: ”Eccoli i borghesi! Tutti uguali! Vorreste e non potete – e perché non potete – questo è il vostro dovere! Ma poi al caso ogni appoggio v’è buono…”.
Gli altri brevi dialoghi, in genere molto godibili, li lascio alla scoperta del lettore.
Non mi resta che ribadire che la lettura delle due opere di Michelstaedter mi ha permesso di scoprire il pensiero di un grande intellettuale, che a mio avviso ha lasciato un’impronta nella cultura italiana ed europea la cui profondità è inversamente proporzionale alla brevità della sua vita. Un autore da leggere assolutamente per capire meglio i suoi tempi ed i nostri.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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