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Piccoli tesori nascosti sotto la superficie

LArchiviodiDalkeyRecensione de L’archivio di Dalkey, di Flann O’Brien

Adelphi, Biblioteca Adelphi, 1995

Flann O’Brien è un autore irlandese di culto, che ha scritto pochi romanzi, essendo innanzitutto giornalista, ma che ha lasciato un segno indelebile nella letteratura del ‘900 con opere come At Swim-Two-Birds (titolo intraducibile, ma che probabilmente poteva essere interpretato meglio dell’orribile Un pinta di inchiostro irlandese con cui Adelphi ce lo propone) e Il terzo poliziotto.
Questi due romanzi furono scritti da O’Brien prima della seconda guerra mondiale (anche se il secondo fu pubblicato postumo), mentre L’archivio di Dalkey è uno dei due romanzi della sua ripresa letteraria dopo una ventennale stasi, e venne pubblicato nel 1964, due anni prima della morte dell’autore.
Mentre i primi due romanzi possono essere considerati dei piccoli capolavori, per il loro inconfondibile humor, per la brillantezza della scrittura – che soprattutto nel primo romanzo (1939) raggiunge apici di sperimentalismo quasi Joyceiano – e per l’impiego, sempre in At Swim-Two-Birds, della metanarrazione nella quale i personaggi interagiscono con il loro autore (analogamente a quanto avviene in un altro grande romanzo del primo ‘900, Nebbia di Miguel de Unamuno), L’archivio di Dalkey, pur riprendendo i temi cari al primo O’Brien, o forse proprio per questo, è sicuramente il prodotto di un periodo di stanchezza creativa dell’autore. Egli aveva infatti smesso di scrivere romanzi dopo la mancata pubblicazione nel 1940 de Il terzo poliziotto (che vedrà la luce solo due anni dopo la sua morte) e i due ultimi romanzi scritti negli anni ’60 sono sicuramente caratterizzati da una maggiore convenzionalità espressiva rispetto alle ardite opere d’anteguerra. Continua a leggere “Piccoli tesori nascosti sotto la superficie”

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Un mondo interiore che anticipa il ‘900

LaPandoraRecensione de Le figlie del fuoco – La Pandora – Aurelia, di Gérard de Nerval

Garzanti, i grandi libri, 1983

Recensendo La venere d’Ille di Prosper Mérimée avevo identificato l’opera di questo scrittore come uno dei termini di passaggio tra il romanticismo francese di inizio ‘800 e il decadentismo, in cui si trasformerà come grande contenitore intellettuale, all’interno del quale per la verità si ritrovano esperienze artistiche ed intellettuali affatto diverse, accomunate tuttavia dal rappresentare la risposta (le risposte) in termini di produzione artistica alle grandi crisi degli ideali borghesi che si succederanno nel corso della seconda metà dell’800 e per tutto il primo ‘900.
La figura e l’opera di Gérard de Nerval rappresentano ancora più plasticamente questo passaggio epocale, tanto che oggi egli è unanimemente riconosciuto come uno dei precursori di una corrente letteraria che da Baudelarie a Verlaine, da Proust ai surrealisti scorrerà impetuosa per decenni attraverso la cultura francese ed europea.
Nerval può essere in qualche modo considerato l’archetipo anche della figura dell’intellettuale maledetto che in larga parte viene associata al decadentismo, soprattutto francese: ebbe infatti un’esistenza tormentata, caratterizzata da subito dall’assenza della madre, da ristrettezze finanziarie, da una solitudine accentuata dal suo irrisolto rapporto con l’altro sesso, da frequenti crisi di follia e infine dal drammatico suicidio a meno di 47 anni. Come spesso è capitato a chi si è trovato ad anticipare le tendenze artistiche, la grandezza della sua opera è stata riconosciuta solo dopo la sua morte, anche se Continua a leggere “Un mondo interiore che anticipa il ‘900”

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Il manifesto dell’identità intellettuale di Nabokov (e molto altro)

IlDonoRecensione de Il dono, di Vladimir Nabokov

Adelphi, Gli Adelphi, 1998

Il dono segna la fine della prima fase della produzione letteraria di Nabokov, e la storia della sua pubblicazione è abbastanza contorta. Fu infatti scritto in russo nell’ultimo periodo della permanenza dell’autore a Berlino, tra il 1935 e il 1937, ed apparve a puntate negli anni successivi, su una rivista dell’emigrazione russa a Parigi, in una edizione non integrale. Solo nel 1952 vide la luce integralmente a New York, essendosi l’autore ormai da tempo trasferito prima in Gran Bretagna e poi negli USA, e nel 1963 fu tradotto in inglese (con revisione dello stesso Nabokov). Questa edizione Adelphi è condotta sul testo originale russo. Le peripezie editoriali del libro ben si adattano alla complessità del testo: Il dono è infatti una sorta di autobiografia romanzata dei primi anni berlinesi dell’autore, nella quale sono comprese altre due storie, quella del padre del protagonista e un “libro” su Nikolaj Černyševskij, lo scrittore e pensatore rivoluzionario dell’ottocento russo autore di Che fare?, scritto dal protagonista de Il dono. Queste due storie, che occupano rispettivamente quasi tutto il secondo e l’intero quarto capitolo dei cinque in cui è suddiviso Il dono, sono le colonne su cui si fondano due delle tematiche fondamentali sviluppate nel libro (tematiche peraltro sempre presenti nell’opera di Nabokov, almeno del Nabokov russo: la nostalgia per la Russia prerivoluzionaria – associata ad un profondo disprezzo per la Russia sovietica – e la polemica (che anche in questo caso sfocia nel disprezzo) nei confronti dell’arte utilitaristica, realista, volta all’impegno civile, rappresentata in sommo grado – nell’immaginario dell’intelligentsia russa di inizio ‘900, proprio dall’opera di Černyševskij. Continua a leggere “Il manifesto dell’identità intellettuale di Nabokov (e molto altro)”