Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura francese, Libri, Racconti, Recensioni

Un mondo interiore che anticipa il ‘900

LaPandoraRecensione de Le figlie del fuoco – La Pandora – Aurelia, di Gérard de Nerval

Garzanti, i grandi libri, 1983

Recensendo La venere d’Ille di Prosper Mérimée avevo identificato l’opera di questo scrittore come uno dei termini di passaggio tra il romanticismo francese di inizio ‘800 e il decadentismo, in cui si trasformerà come grande contenitore intellettuale, all’interno del quale per la verità si ritrovano esperienze artistiche ed intellettuali affatto diverse, accomunate tuttavia dal rappresentare la risposta (le risposte) in termini di produzione artistica alle grandi crisi degli ideali borghesi che si succederanno nel corso della seconda metà dell’800 e per tutto il primo ‘900.
La figura e l’opera di Gérard de Nerval rappresentano ancora più plasticamente questo passaggio epocale, tanto che oggi egli è unanimemente riconosciuto come uno dei precursori di una corrente letteraria che da Baudelarie a Verlaine, da Proust ai surrealisti scorrerà impetuosa per decenni attraverso la cultura francese ed europea.
Nerval può essere in qualche modo considerato l’archetipo anche della figura dell’intellettuale maledetto che in larga parte viene associata al decadentismo, soprattutto francese: ebbe infatti un’esistenza tormentata, caratterizzata da subito dall’assenza della madre, da ristrettezze finanziarie, da una solitudine accentuata dal suo irrisolto rapporto con l’altro sesso, da frequenti crisi di follia e infine dal drammatico suicidio a meno di 47 anni. Come spesso è capitato a chi si è trovato ad anticipare le tendenze artistiche, la grandezza della sua opera è stata riconosciuta solo dopo la sua morte, anche se per la verità ad attenuare il suo isolamento esistenziale ed artistico c’è stata l’amicizia con alcuni dei più grandi letterati dei suoi tempi, da Théophile Gautier ad Alexandre Dumas a Victor Hugo. Mentre però questi suoi amici avevano trovato il modo di raggiungere un equilibrio tra le aspirazioni intellettuali e le necessità del vivere quotidiano, in alcuni casi anche attraverso il compromesso di piegare la produzione artistica alle richieste del pubblico, Nerval rimane il grande escluso, e riversa nelle sue liriche e nei suoi racconti tutte le insicurezze e le allucinazioni di uno spirito che non si riconcilierà mai con la realtà che lo circonda.
Si tratta indubbiamente di una realtà quanto meno complicata, sia dal punto di vista personale sia da quello dei tempi in cui si è trovato a vivere. Come detto, la madre è la grande assente nella vita di Nerval: morirà infatti quando il figlio aveva solo 2 anni in Polonia, dove si trovava al seguito del marito, medico napoleonico, ed a Gérard rimarrà solo una non-memoria idealizzata, che cercherà costantemente di trasferire nella sua concezione della donna, che per lui sarà sempre contemporaneamente sposa, amica, sorella e madre. Trascorse un’infanzia solitaria ma tutto sommato felice nei villaggi e nei boschi del Valois, con la cui natura incantata stabilì un legame fortissimo che ritornerà nelle opere della maturità: lì entrò a contatto con l’illuminismo, l’esoterismo e la cabala, altre componenti essenziali della sua opera. Con questo bagaglio di sensibilità attraversò un’epoca che va dal sogno napoleonico, ancora intriso di razionalità post-rivoluzionaria, al trionfo della reazione di Luigi Napoleone, passando per la restaurazione e gli scossoni rivoluzionari del 1830 e del 1848. Nerval cita in alcune sue pagine questi cambiamenti di prospettiva sociale e politica, che indubbiamente contribuirono non poco a determinarne la fragilità anche politica.
Il volume Garzanti che ho letto, purtroppo attualmente fuori catalogo, contiene i testi più significativi della produzione in prosa di Nerval, e ci permette di scoprire gli elementi fondamentali della poetica di questo grande scrittore.
Le figlie del fuoco è una raccolta di sei testi che Nerval pubblicò alla fine del 1853 recuperando anche brani scritti molto tempo prima. Sicuramente tra questi il più emblematico della sensibilità di Nerval è Silvia (Sylvie, disponibile singolarmente in altra edizione) nel quale l’autore ci introduce nel suo mondo interiore, fatto di ricordi d’infanzia, di idealizzazione della donna, di rapporto incantato con la natura (la natura dell’amatissimo Valois), attraverso una tecnica narrativa nella quale si è sempre sospesi tra realtà e sogno, tra passato e presente, in un gioco di rimandi che stordisce. E’ sicuramente un racconto che rompe gli schemi narrativi dell’epoca in cui è stato scritto per proiettarsi molto in avanti, sino alle soglie del ‘900, per l’importanza assoluta che assumono la memoria e la sua rielaborazione interiore: leggendo Sylvie si capisce appieno perché Proust amasse tanto Nerval, che a mio avviso con questo racconto assume il ruolo di suo vero padre spirituale.
Più decisamente immerso in un clima romantico è invece a mio avviso Angelica, il lungo racconto che apre la raccolta (scritto da Nerval anni prima di Sylvie), dove viene narrato, sotto forma di lettere inviate dall’autore all’editore, il tormentato amore della protagonista per un avventuriero che la trascinerà per mezza Europa. Anche in questo caso, tuttavia, pur se in una forma più elementare che in Sylvie è da rimarcare il ricorso di Nerval a piani paralleli, temporalmente distanti, che si intersecano e comunicano grazie all’intervento diretto del narratore, che chiude il racconto con il diario di un suo viaggio nel Valois alla ricerca dei luoghi nei quali si è svolta la storia narrata.
In Ottavia compare uno dei luoghi tipici del romanticismo francese e di Nerval: l’esotismo incarnato dall’Italia ed in particolare da Pompei ed Ercolano. La breve novella è ancora una volta la storia di un impalpabile ed impossibile amore con una donna, che (al pari di Silvia) verrà rivista ormai sposata con un altro: anche qui l’ambiguità del rapporto è accentuato dalla comparsa di una seconda figura femminile, una popolana che farà vivere il narratore in una dimensione quasi onirica.
Meno interessanti sono a mio avviso gli altri tre testi, che svolgono quasi la funzione di riempitivo: Canzoni e leggende del Valois raccoglie appunto testi popolari di quella regione, e testimonia l’attenzione che Nerval aveva per il romanticismo tedesco (a soli 18 anni Nerval tradusse in modo mirabile il Faust di Goethe). Iside è una sorta di racconto-saggio, ambientato anch’esso a Pompei, nel quale Nerval rileva il legame stretto che esiste tra le figure della dea (uno dei suoi miti orientaleggianti), la Maria cristiana e la sua personale idealizzazione della figura femminile. Infine Corilla, sotto forma di breve pièce teatrale, è una godibile commedia degli equivoci nella quale ancora una volta è protagonista la donna, che attraverso un sottile gioco di scambi rivela l’inadeguatezza dei sentimenti di due suoi spasimanti.
Il volume ci dona altri due testi di Nerval. Il primo, La Pandora, è costituito da due capitoli, dei quali solo il primo fu pubblicato vivente Nerval. E’ la storia dell’amore del narratore con una donna inaccessibile, capricciosa e demoniaca, nella quale è trasfigurata la figura di Jenny Colon, l’attrice amata da Nerval e morta nel 1842. Il racconto, che nasce in modo abbastanza convenzionale, si sviluppa nel secondo capitolo in una sarabanda di visioni ed allucinazioni, trasformandosi in un brano fantastico, molto Hoffmanniano (significativamente l’autore tedesco viene citato in un passo). Aurelia rappresenta il momento della completa irruzione del mondo dei sogni nella letteratura di Nerval. Il sogno è una seconda vita, ci dice l’autore all’inizio, e le due parti del racconto (delle quali solo la prima pubblicata poco prima del suicidio) sono una rievocazione delle visioni e dei sogni che accompagnavano l’autore durante le sue crisi, strettamente intrecciate con la memoria di Jenny Colon (trasfigurata in Aurelia) e con i sensi di colpa di Nerval nei suoi confronti. L’ambiguità del rapporto tra sogno e realtà, come il primo condizioni la seconda, è da Nerval esplorata su sé stesso con precisione cronachistica, direi crudelmente. Si tratta di un testo che ancora più esplicitamente degli altri apre la porta ad una nuova epoca della letteratura, anticipando di oltre mezzo secolo gli scrittori che hanno avuto a disposizione gli strumenti della psicanalisi.
La lettura di Nerval non è agevole, anche per una intrinseca tendenza dell’autore al disordine, ma una volta entrati nel suo mondo si comprende come questo ancora poco conosciuto autore (a cui l’asfittica editoria italiana guarda oggi distrattamente) possa davvero essere considerato uno dei padri nobili della migliore letteratura europea del ‘900.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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