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Un drammatico gioco di specchi che non può annientare la realtà

IlMarinaioRecensione de Il Marinaio, di Fernando Pessoa

Einaudi, Scrittori tradotti da scrittori, 1996

Il marinaio è un breve testo scritto da Fernando Pessoa nel 1913 e rielaborato due anni dopo, per la pubblicazione su Orpheu, una delle riviste dalla vita effimera (ne uscirono solo due numeri) ma dalle profonde conseguenze culturali che Pessoa fondò o contribuì a pubblicare. Nonostante la brevità (poche decine di pagine compreso il testo a fronte) è un testo che sorprende e affascina per complessità e per potere evocativo.
Le due date sopra indicate non sono prive di significato: il testo nasce infatti prima che l’autore – l’8 marzo 1914, il giorno trionfale come risulta da una sua lettera – desse vita al primo dei suoi eteronimi (Alberto Caeiro), ma viene rielaborato dopo questo spartiacque della vita artistica di Pessoa.
E’ quindi un testo giovanile di Pessoa (che nel 1913 ha 25 anni) che l’autore riprende in una fase che, sia pure a distanza di pochissimi anni, lo vede totalmente mutato quanto a interessi artistici ed anche a modalità espressive.
Possiamo quindi immaginare, seguendo Antonio Tabucchi nella sua postfazione, che ad un impianto primitivo e giovanile, in cui prevalevano accenti ed umori tipicamente simbolisti, Pessoa abbia aggiunto, in vista della pubblicazione su una rivista modernista come Orpheu, successivi strati poetici derivanti da ciò che Pessoa era diventato, come intellettuale, nel 1915.
Questo dramma statico è infatti indubbiamente intriso di elementi simbolisti, e la sua ambientazione credo sia a questo proposito esplicativa. Di notte, in una stanza circolare di un antico castello nella quale si apre una sola finestra dalla quale si intravede in lontananza, fra due monti, il mare, tre fanciulle vestite di bianco vegliano la bara di una quarta fanciulla morta. Sono sedute, e l’unico movimento percettibile è quello delle fiamme delle quattro candele accese ai lati del catafalco. Continua a leggere “Un drammatico gioco di specchi che non può annientare la realtà”

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Ecco i nostri occhiali

UnaSolaMoltitudineRecensione di Una sola moltitudine (volume primo) di Fernando Pessoa

Adelphi, Biblioteca Adelphi, 1989

Per chi, come me, è affascinato dalla letteratura del primo novecento, quella che dovette fare i conti con la grande crisi dei valori borghesi ottocenteschi, che si trovò nel bel mezzo della più grande tragedia che l’umanità avesse mai vissuto (sino ad allora), che nel giro di un trentennio rivoluzionò per sempre il modo di scrivere, questo volume Adelphi rappresenta una lettura imprescindibile, una pietra miliare, che permette di scoprire e di approfondire una delle più grandi personalità letterarie di quel periodo che, a lungo sconosciuta o sottovalutata, merita sicuramente di stare a fianco di Musil, Kafka, Proust, Joyce.
Oggi molti sono i volumi che ci presentano scritti di Pessoa, ma Una sola moltitudine, che si compone di due volumi, ha una funzione oserei dire didattica rispetto alla complessità della figura di Pessoa, perché – anche grazie allo splendido saggio di Antonio Tabucchi posto in prefazione – entra nel vivo di quello che è il tratto peculiare della letteratura di Pessoa, ovvero il fatto che lo scrittore si è avvalso, nei suoi scritti, di una serie di eteronimi. Per chi non conoscesse questo autore è necessario spiegare: sia nelle (relativamente poche) opere pubblicate in vita, sia nella miriade di scritti trovati nel baule dello scrittore dopo la sua morte, e pubblicati a partire dal 1942, egli spesso non si è avvalso del suo nome, ma di quello di molti altri letterati da lui inventati. Non si tratta però, come solitamente accade, di pseudonimi volti per qualche motivo a celare l’identità dell’autore, ma di vere e proprie diverse personalità del Pessoa scrittore, dotate ciascuna di una precisa personalità letteraria nonché (almeno i più importanti) di una precisa biografia: sono quindi degli eteronimi, delle vere e proprie altre personalità attraverso le quali Pessoa è riuscito ad esprimere non solo tutte le sfaccettature della sua scrittura, ma anche ad enfatizzare ed a moltiplicare quasi all’infinito, a far divenire corale il suo aristocratico disgusto per la quotidianità e la sua coscienza di vivere in un mondo in disfacimento. Gli eteronimi sono infatti a mio avviso necessari a Pessoa per poter sopportare – attribuendoli ad altri – i messaggi disperati che le loro poesie e i loro scritti lanciano, per delimitare entro ambiti psicologicamente accettabili – quelli gestiti dal Pessoa ortonimo – la coscienza della propria inutilità di uomo ed intellettuale nei confronti delle dinamiche, spesso assurde e stupide, del reale. Continua a leggere “Ecco i nostri occhiali”

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Un intellettuale integrato ma non prono al potere

PaustovskijRecensione di Romanzi e racconti (2 voll.), di Konstantin G. Paustovskij

Editori riuniti, 1984

Quando pensiamo alla letteratura russa del ‘900 abbiamo in genere in mente alcuni grandi nomi, il cui destino letterario e spesso personale è strettamente legato all’evento epocale che scosse quella società (ed il mondo intero) – la rivoluzione d’ottobre – ed a ciò che lo seguì. Spesso ci troviamo di fronte a vicende tragiche, che vanno dall’esilio di chi rifiutò il nuovo corso all’adesione entusiastica alla rivoluzione conclusa con il suicidio o il gulag staliniano, all’emarginazione culturale in patria. Gli autori del secondo dopoguerra sono quasi sempre autori dissidenti, in cui prevale nettamente la critica al sistema.
Questi due ponderosi volumi editi negli anni ’80 dai gloriosi Editori Riuniti hanno l’indubbio pregio di presentarci buona parte dell’opera di un autore – Konstantin Georgievič Paustovskij, che non è solo (ritengo) pressoché sconosciuto al grande pubblico, ma è anche un esempio di scrittore che ha attraversato cinquant’anni di vita dell’URSS mantenendo una sua originalità espressiva che – a parte alcuni casi che vedremo – non era perfettamente aderente ai dettami del socrealizm, che dopo la svolta staliniana verrà progressivamente imposto come canone culturale dell’espressione artistica, e nonostante questo non subì conseguenze né personali né artistiche. Paustovskij può essere a tutti gli effetti considerato uno scrittore sovietico ufficiale e leggere la sua opera (che gli valse nel 1965 una candidatura al Nobel) può essere tra l’altro molto utile per capire sin dove potessero spingersi gli intellettuali nei durissimi anni dello stalinismo e in quelli, culturalmente più articolati, del dopoguerra.
Considerata la scarsa conoscenza dell’autore (oggi di suo è disponibile in italiano solo un romanzo storico, edito da una piccola casa editrice) ritengo utile segnalare che è possibile reperire alcune note bibliografiche essenziali nella voce di Wikipedia a lui dedicata (molto più completa è la corrispondente voce in inglese): qui mi limito a dire che nacque nel 1892, visse tra Mosca e l’Ucraina, viaggiò molto in URSS e all’estero e morì nel 1968. Continua a leggere “Un intellettuale integrato ma non prono al potere”