Pubblicato in: Letteratura, Letteratura russa, Libri, Novecento, Recensioni, URSS

Un intellettuale integrato ma non prono al potere

PaustovskijRecensione di Romanzi e racconti (2 voll.), di Konstantin G. Paustovskij

Editori riuniti, 1984

Quando pensiamo alla letteratura russa del ‘900 abbiamo in genere in mente alcuni grandi nomi, il cui destino letterario e spesso personale è strettamente legato all’evento epocale che scosse quella società (ed il mondo intero) – la rivoluzione d’ottobre – ed a ciò che lo seguì. Spesso ci troviamo di fronte a vicende tragiche, che vanno dall’esilio di chi rifiutò il nuovo corso all’adesione entusiastica alla rivoluzione conclusa con il suicidio o il gulag staliniano, all’emarginazione culturale in patria. Gli autori del secondo dopoguerra sono quasi sempre autori dissidenti, in cui prevale nettamente la critica al sistema.
Questi due ponderosi volumi editi negli anni ’80 dai gloriosi Editori Riuniti hanno l’indubbio pregio di presentarci buona parte dell’opera di un autore – Konstantin Georgievič Paustovskij, che non è solo (ritengo) pressoché sconosciuto al grande pubblico, ma è anche un esempio di scrittore che ha attraversato cinquant’anni di vita dell’URSS mantenendo una sua originalità espressiva che – a parte alcuni casi che vedremo – non era perfettamente aderente ai dettami del socrealizm, che dopo la svolta staliniana verrà progressivamente imposto come canone culturale dell’espressione artistica, e nonostante questo non subì conseguenze né personali né artistiche. Paustovskij può essere a tutti gli effetti considerato uno scrittore sovietico ufficiale e leggere la sua opera (che gli valse nel 1965 una candidatura al Nobel) può essere tra l’altro molto utile per capire sin dove potessero spingersi gli intellettuali nei durissimi anni dello stalinismo e in quelli, culturalmente più articolati, del dopoguerra.
Considerata la scarsa conoscenza dell’autore (oggi di suo è disponibile in italiano solo un romanzo storico, edito da una piccola casa editrice) ritengo utile segnalare che è possibile reperire alcune note bibliografiche essenziali nella voce di Wikipedia a lui dedicata (molto più completa è la corrispondente voce in inglese): qui mi limito a dire che nacque nel 1892, visse tra Mosca e l’Ucraina, viaggiò molto in URSS e all’estero e morì nel 1968.
Per conoscere meglio l’autore sono utili le poche pagine di Qualche pensiero sparso, poste in apertura del primo volume, nelle quali lo stesso Paustovskij descrive, poco prima della morte, sé stesso e la sua opera. Egli si autodefinisce un romantico e del romanticismo esalta il “…fuoco purificatore, lo slancio verso l’umanità e la nobiltà d’animo… e non v’è alcun motivo ragionevole per rinunciarvi, in quella che è la nostra lotta per l’avvenire e così pure nella nostra vita quotidiana.” In queste poche parole secondo me c’è tutta l’essenza della poetica di Paustovskij (e se si vuole della sua contraddizione di fondo), volta essenzialmente a mettere una letteratura con sensibilità romantiche ed anche intimistiche al servizio della società sovietica e della sua lotta per l’avvenire.
Il primo romanzo presentatoci dalla raccolta (e primo scritto dall’autore) si intitola per l’appunto I romantici, e fu steso negli anni dal 1916 al 1923. E’ forse l’opera più complessa di Paustovskij, ed è pienamente coerente con l’effervescenza culturale e la tragicità dei tempi in cui fu composto. Scritto in prima persona, narra la formazione intellettuale e di vita di un giovane romantico, Maksimov, negli anni che precedono la prima guerra mondiale. Maksimov e i suoi amici conducono vita da bohemiens, sentendo su di loro il compito di rinnovare la cultura russa ed essendo a disagio nell’atmosfera cristallizzata degli ultimi anni dello zarismo: due donne, Chatidže – impregnata di cultura occidentale – e Nataša, giovane attrice di Mosca, si innamorano di lui, ed egli è combattuto tra le due. La guerra, con la sua tragica realtà, si incaricherà di risolvere d’imperio il suo conflitto interiore, e Maksimov si immergerà in un futuro in cui nulla sarà più come prima.
Il romanzo successivo, Il Kara-Bugaz, è del 1932. Narra delle prime esplorazioni ottocentesche e delle successive vicende legate allo sfruttamento della mirabilite, un minerale importante nelle industrie vetrarie e della soda, abbondantissimo in un desolato golfo del Mar Caspio. E’ quindi un romanzo storico, nel quale tuttavia emerge soprattutto la capacità di Paustovskij di descrivere magistralmente la natura e l’ambiente anche culturale di quelle terre lontane. E’ comunque anche il romanzo in cui più palese è l’intento pedagogico dell’autore, che ricostruisce la storia del Kara-Bugaz al fine ultimo di mostrare come solo la società socialista sia stata in rado di comprendere l’importanza di quelle terre e di riscattarle, attraverso l’industrializzazione, da una secolare marginalità.
Il primo volume della raccolta è completato da cinque racconti, dei quali secondo me il più significativo è Zollette di zucchero, del 1937, dove è possibile ravvisare una audace satira (audace pensando all’epoca) dell’incipiente burocratizzazione del potere sovietico, contrapposta all’innata saggezza e cultura materiale dei contadini russi. La costellazione dei cani cacciatori, ambientato nella guerra civile spagnola, esplora con originalità il tema della presa di coscienza dell’intellettuale e dello scienziato rispetto alla tragicità della realtà.
I boschetti di Michailovskoe e Isaak Levitan sono quasi dei saggi al cui centro vi sono le figure di Puškin (autore amatissimo dal nostro) e di un pittore russo del tardo ‘800 che ritrasse con tratti quasi impressionisti la Russia rurale. Nella Meščëra è un piccolo saggio, che decrive con forti accenti idilliaci una regione della Russia in cui l’autore abitò: anche in questo caso sembra presente una velata critica all’ideologia dominante, laddove, a conclusione del racconto, afferma che si deve amare una terra non soltanto se è ricca di risorse naturali che possono essere sfruttate per il benessere dell’uomo, ma perché quand’anche [questi luoghi] non fossero ricchi, lo stesso per noi sono bellissimi.
Il secondo volume si apre con Una storia del nord, romanzo storico del 1939 sicuramente avvincente ma nel quale, ancora una volta prevalgono a mio avviso gli aspetti pedagogici e di socrealizm, a cui sono sacrificati anche alcuni elementi di plausibilità della storia.
La neve è secondo me il racconto più bello della raccolta: è una piccola storia, dagli accenti molto intimi e notturni seppure immersa nell’atmosfera del tempo di guerra in cui fu scritta, che merita secondo me un posto tra i grandi racconti del ‘900 europeo. Da leggere assolutamente.
Tra gli altri racconti proposti, scritti nel dopoguerra, meritano un cenno particolare il telegramma, dove riaffiora una critica abbastanza esplicita al carrierismo ravvisabile nelle giovani generazioni di funzionari del potere sovietico e alla loro perdita di identità rispetto alle radici rurali della società russa, e Un canestro di pigne, bellissimo racconto che ci presenta in veste di coprotagonista il compositore Edvard Grieg.
Ho trovato invece in prima battuta un po’ ridicolo Il vecchio dal cappotto logoro, in cui nientedimeno che Lenin si incarica di riconoscere i meriti di un ex ufficiale zarista. Leggendolo attentamente, però, anche qui si può trovare (forse) un appello a recuperare lo spirito originario del Bolscevismo rispetto alla sua istituzionalizzazione successiva, soprattutto facendo caso al fatto che fu scritto significativamente nel 1956.
Gli altri racconti si inseriscono nel filone dell’amore dell’autore per la Russia rurale, per la sua umanità e la sua capacità di adattamento, nonché per lo struggente fascino dei suoi paesaggi e per il suo essere la vera culla della cultura russa.
Il volume si chiude con il romanzo L’inizio di un’epoca ignota, nel quale il maturo Paustovskij rievoca in tono autobiografico il periodo rivoluzionario e della guerra civile che seguì. Sono pagine molto belle, perché l’autore è in grado di gestire con maestria l’intreccio tra le sue personali vicende e quelle di carattere generale che avrebbero cambiato per sempre la Russia (e non solo). Leggendole si viene a conoscenza in presa diretta di avvenimenti che credo pochi – al di là degli specialisti – conoscano, e lo stile senza dubbio superiore di Paustovskij porta spesso ad un elevato grado di coinvolgimento emotivo.
Paustovskij fu oggetto di numerose pubblicazioni nel nostro paese negli anni ’60, ma oggi non credo sia facile reperire questi due volumi da tanto tempo fuori catalogo: anche una rapida ricerca nei siti dell’usato ha dato pochi risultati. Io credo però che valga la pena avere in libreria e leggere questo autore, originale interprete di una società che non c’è più, sicuramente integrato al potere ma non ad esso prono, figlio indiretto di grandi come Puškin, Čechov e Turgenev, ingiustamente dimenticato o quasi all’indomani della scomparsa dell’Unione Sovietica nell’ansia dominante di uniformarsi al pensiero unico.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

6 pensieri riguardo “Un intellettuale integrato ma non prono al potere

  1. …Ma hai stimolato l’istinto detto “cane da tartufi” che è in me e che in occasioni del genere si scatena alla grande. Prima o poi lo troverò. La difficoltà della caccia non fa che aumentare la mia voglia di cacciare. Di nuovo grazie. Intanto, in mancanza del “de quo” mi rileggo il tuo post.

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