Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura portoghese, Libri, Novecento, Poesia, Recensioni

Ecco i nostri occhiali

UnaSolaMoltitudineRecensione di Una sola moltitudine (volume primo) di Fernando Pessoa

Adelphi, Biblioteca Adelphi, 1989

Per chi, come me, è affascinato dalla letteratura del primo novecento, quella che dovette fare i conti con la grande crisi dei valori borghesi ottocenteschi, che si trovò nel bel mezzo della più grande tragedia che l’umanità avesse mai vissuto (sino ad allora), che nel giro di un trentennio rivoluzionò per sempre il modo di scrivere, questo volume Adelphi rappresenta una lettura imprescindibile, una pietra miliare, che permette di scoprire e di approfondire una delle più grandi personalità letterarie di quel periodo che, a lungo sconosciuta o sottovalutata, merita sicuramente di stare a fianco di Musil, Kafka, Proust, Joyce.
Oggi molti sono i volumi che ci presentano scritti di Pessoa, ma Una sola moltitudine, che si compone di due volumi, ha una funzione oserei dire didattica rispetto alla complessità della figura di Pessoa, perché – anche grazie allo splendido saggio di Antonio Tabucchi posto in prefazione – entra nel vivo di quello che è il tratto peculiare della letteratura di Pessoa, ovvero il fatto che lo scrittore si è avvalso, nei suoi scritti, di una serie di eteronimi. Per chi non conoscesse questo autore è necessario spiegare: sia nelle (relativamente poche) opere pubblicate in vita, sia nella miriade di scritti trovati nel baule dello scrittore dopo la sua morte, e pubblicati a partire dal 1942, egli spesso non si è avvalso del suo nome, ma di quello di molti altri letterati da lui inventati. Non si tratta però, come solitamente accade, di pseudonimi volti per qualche motivo a celare l’identità dell’autore, ma di vere e proprie diverse personalità del Pessoa scrittore, dotate ciascuna di una precisa personalità letteraria nonché (almeno i più importanti) di una precisa biografia: sono quindi degli eteronimi, delle vere e proprie altre personalità attraverso le quali Pessoa è riuscito ad esprimere non solo tutte le sfaccettature della sua scrittura, ma anche ad enfatizzare ed a moltiplicare quasi all’infinito, a far divenire corale il suo aristocratico disgusto per la quotidianità e la sua coscienza di vivere in un mondo in disfacimento. Gli eteronimi sono infatti a mio avviso necessari a Pessoa per poter sopportare – attribuendoli ad altri – i messaggi disperati che le loro poesie e i loro scritti lanciano, per delimitare entro ambiti psicologicamente accettabili – quelli gestiti dal Pessoa ortonimo – la coscienza della propria inutilità di uomo ed intellettuale nei confronti delle dinamiche, spesso assurde e stupide, del reale. E’ in questo senso che – secondo me – si devono interpretare alcuni tratti del rapporto tra Pessoa e i suoi eteronimi apparentemente assurdi, quali la lettera che Pessoa scrive e spedisce ad uno di essi o le polemiche culturali tra i diversi eteronimi (ovviamente scritte da lui): Pessoa ha bisogno che l’Ultimatum sia scritto da Álvaro de Campos, che il Libro dell’inquietudine sia di Bernardo Soares, perché il peso delle cose che ha da dire non è sopportabile da una persona sola.
Può sembrare paradossale che uno dei più radicali innovatori della letteratura del ‘900, uno dei più lucidi analisti della crisi epocale in cui il mondo si trovava si sia incarnato in uno dei paesi più arretrati e culturalmente isolati d’Europa nella figura di un impiegato di concetto, di tendenze politiche nettamente reazionarie, che sino alla morte ha tradotto in inglese lettere commerciali passando giornate scandite da una monotonia e uno squallore drammaticamente esposti nelle pagine di diario che Una sola moltitudine ci regala. Eppure questo paradosso è solo apparente. Innanzitutto l’impiegato Pessoa conosce almeno tre lingue, è fortemente impregnato di cultura anglosassone, è in contatto con alcune delle figure chiave delle avanguardie europee delle quali è profondo conoscitore, è un animatore culturale cui si devono la fondazione di riviste letterarie (che in genere non andavano oltre i due numeri) il cui ruolo era comunque in parte già riconosciuto lui vivente. Il suo è un reazionarismo non gretto, ma l’approdo (sbagliato, a mio avviso) di una coscienza intellettuale profondamente aristocratica (nel senso della coscienza della propria superiorità) rispetto alla banalità, alla grettezza (quella sì) della società borghese portoghese, che (quante analogie con l’Italia…) non ha mai fatto una vera rivoluzione, limitandosi ad assumere il potere per compromesso, e ad esprimere culturalmente valori ormai altrove già superati dalla storia. In superficie si potrebbero trovare analogie tra l’atteggiamento politico di Pessoa e quello di D’Annunzio ma, come accennato anche da Tabucchi, gli esiti culturali del primo sono ben diversi dall’estetismo fanfarone e francamente provinciale del vate de noantri.
Anche il fatto che il fiore di Pessoa sbocci in un angolo appartato di Europa come il Portogallo non deve stupire: a parte il fatto che comunque questo angolo appartato è stato storicamente uno dei fulcri del contraddittorio sviluppo della civiltà occidentale, è forse proprio da qui, da una terra dove persino la tragedia della guerra giunge in seconda battuta, che una personalità come quella di Pessoa ha avuto modo di esercitare con distacco il suo scandaglio analitico ed a tratti irridente (sì, ci sono anche tratti ironici e sarcastici nella poetica di Pessoa e dei suoi compari) sul tumultuoso mondo delle avanguardie europee e di raccontarci con modi del tutto originali una crisi che nel suo paese assumeva tratti peculiari ma che era di un intero modello sociale e culturale.
Una sola moltitudine ci permette di affrontare questa complessa personalità umana e letteraria presentandoci una molteplicità di scritti, suddivisi in base all’autore. Questo primo volume, in particolare, riporta scritti di Fernando Pessoa ortonimo e di due tra gli eteronimi più importanti, Bernardo Soares e Álvaro de Campos.
Mentre di questi ultimi (ovviamente…) sono presentati solo testi letterari, del Pessoa ortonimo troviamo anche appunti sparsi, pagine di diario e lettere.
Le pagine di diario, relative a poche giornate dell’inizio del 1913 (Pessoa è venticinquenne), testimoniano in maniera spietata la solitudine di questo giovane, la sua disperata capacità di esprimere, con notazioni quasi stenografiche, lo squallore del suo lavoro quotidiano ma anche il distacco con cui guarda ai rapporti umani e finanche alla sua attività letteraria: Pessoa annota, quasi mai commenta, mai esprime un sentimento o un’emozione.
Molto importanti per addentrarci nella personalità dell’autore sono le lettere: il volume ne riporta parecchie, alcune del tutto private: tra queste molto divertenti quelle indirizzate a Ophélia Queiroz, la sola donna con cui abbia avuto una relazione sentimentale, peraltro breve, ed in cui si scopre un Pessoa scherzoso, che non rinuncia neppure con l’amata a servirsi dei suoi eteronimi, ma che ripiomba nella fredda capacità analitica, in funzione visibilmente difensiva, nel momento in cui la relazione sta per finire.
Sicuramente le lettere più importanti nell’economia del volume sono le due indirizzate ad Adolfo Casais Monteiro, un critico letterario cui Pessoa spiega la genesi e le motivazioni dell’eteronimia. Anche gli appunti sparsi, che contengono piccole annotazioni personali, frammenti di testi non pubblicati, aforismi e pensieri, e che in gran parte sono riferiti agli anni di gioventù dell’autore, ci permettono di addentrarci nella personalità di questo grande solitario e nella sua coscienza della propria inadeguatezza.
L’ampia selezione di poesie che segue è esplicativa del percorso intellettuale del Pessoa ortonimo, dai sentori simbolisti di Chuva Oblíqua all’esoterismo di Sulla tomba di Christian Rosencreutz. Sono poesie, alcune brevissime, da leggere e rileggere con attenzione, perché aprono mondi di riflessione. Accanto a temi di carattere intensamente intimista ci sono veri e propri manifesti intellettuali ed anche poesie crudamente realiste come la splendida Prendemmo la città dopo un intenso bombardamento.
Seguono alcune pagine scelte dal Libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, l’eteronimo più simile a Pessoa, che egli incontra in una trattoria del Rossio e che gli consegna questo manoscritto. Essendo il Libro dell’inquietudine disponibile come edizione singola, rimando a recensioni di quell’opera.
Quasi metà del volume è dedicata ad Álvaro de Campos, l’eteronimo più utilizzato da Pessoa, quello cui affida il compito di essere rappresentante ed inventore di avanguardie letterarie. La sezione è aperta dalle note che altri eteronimi scrivono sulla poesia di Campos, tra le quali quella critica e riduttiva di Ricardo Reis, eteronimo classicista, seguite da una nota e due lettere scritte da Campos stesso (quanto si divertiva Pessoa a fare queste cose?).
Seguono una serie di poesie di Campos, dalla vigorosa e futurista Ode marittima alla splendida Tabaccheria, nella quale anche il vitalissimo Campos si arrende (come dice Tabucchi) al fallimento del ruolo dell’intellettuale rispetto alle dinamiche storico-sociali, fallimento condensato negli splendidi versi

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di conquistarlo, anche se ha ragione.

Bellissimo e sferzante lo sberleffo dell’intellettuale pseudorivoluzionario che si acconcia alla carriera, espresso da Marinetti accademico, significativamente, a mio avviso, rivolto ad un intellettuale italiano.
Stranamente Tabucchi sceglie di porre il manifesto del vitalismo avanguardistico di Campos, attraverso il quale Pessoa/Campos lancia strali feroci, e a volte ingiusti, verso la cultura ufficiale e la politica del tempo (siamo nel 1917), in fondo al volume, quando secondo me sarebbe stato meglio anteporlo alle poesie di Campos, visto il suo contenuto programmatico.
Chiudo tessendo l’elogio del saggio Un baule pieno di gente di Antonio Tabucchi, che esalta il carattere didattico del volume fornendoci, oltre che un quadro generale della personalità poetica e umana di Pessoa, un atlante degli eteronimi, dei movimenti intellettuali del Portogallo dell’epoca (molti inventati da Pessoa stesso) e delle riviste alle quali collaborò o che animò in prima persona.
Sembra che Pessoa morente abbia chiesto datemi i miei occhiali: questo libro ci fornisce una lente potentissima per affinare la nostra coscienza interiore e del mondo che ci circonda.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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