Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura latina, Libri, Recensioni, Teatro, Umorismo

Là dove nasce la commedia all’italiana

PlautoTutteleCommedieRecensione di Tutte le commedie – voll. 1 e 2, di Tito Maccio Plauto

Newton Compton, Paperbacks classici greci e latini, 1976

Di Tito Maccio Plauto ci sono pervenute 21 commedie, quelle che Varrone attribuì certamente a lui. Di queste alcune sono incomplete o frammentarie. Questa vecchia edizione della Newton Compton, risalente agli anni ’70 del secolo scorso e composta di cinque volumi, ha avuto il pregio di riproporle in versione integrale, con testo latino a fronte, curate da Ettore Paratore, grande latinista ormai scomparso da tempo, che oltre alle traduzioni scrisse anche una introduzione generale all’opera e una nota introduttiva per ciascuna commedia. Oggi questa edizione integrale non è più disponibile nei cataloghi della casa editrice, come pure quella della BUR che la precedette, ma è comunque agevole leggere Plauto acquistando i numerosi titoli che propongono singole commedie o coppie di esse.
Nella mia libreria vi sono i primi due volumi dell’edizione Newton, che aveva organizzato le commedie in ordine alfabetico: mi sono limitato quindi per il momento a leggere le nove commedie del Sarsinate proposte dai volumi in mio possesso.
Leggere Plauto significa entrare nel mondo del teatro comico e farsesco dalle sue radici più profonde, e trovarsi al capo di un filo che porterà, nel nostro paese, alla commedia rinascimentale, alla commedia dell’arte ed alla cinematografica commedia all’italiana.
Per la verità, pur trovandosi attorno al 200 a.C., non ci si trova al capo di questo filo, perché a sua volta Plauto riprende, come esplicita bene Paratore nella sua introduzione, la tradizione della commedia attica nuova, il cui rappresentante più noto è Menandro. Le commedie di Plauto, infatti, sono Palliatae, trascrizioni da modelli attici, purtroppo pressoché tutti andati perduti, per cui è ancora aperto tra gli studiosi il dibattito su quale sia l’apporto originale di Plauto rispetto alla mera versione in latino dei modelli. Pur con queste incertezze, è però fuor di dubbio che Plauto innestò sul canovaccio dei modelli greci uno spirito tipicamente popolaresco e anche triviale che non è appannaggio delle commedie attiche nuove giunte sino a noi, più attente, si potrebbe dire, alla fine satira sociale che alla comicità buffonesca.
Per comprendere Plauto e il suo teatro credo sia fondamentale accennare alla situazione storico-politica della Roma di quei tempi.
Come detto siamo negli anni attorno al 200 a.C.: Plauto infatti nasce tra il 255 e 251 e muore nel 184 a.C. Sono anni cruciali per la Repubblica, che proprio in quel periodo passa rapidamente da potenza regionale egemone sulla penisola italiana a potenza mediterranea, conquistando terre ad ovest prima (seconda guerra punica, terminata nel 202) e ad est poi (guerre macedoniche).
Pochi decenni prima, inoltre, con la conquista della Magna Grecia, i Romani erano entrati a diretto contatto con la grande cultura dei popoli ellenici.
Da questi pochi dati si possono a mio avviso meglio comprendere i caratteri salienti del teatro di Plauto. E’ un teatro che non può che rifarsi ad una cultura con cui i romani erano venuti a contatto da relativamente poco tempo, ma che stavano rapidamente assimilando e adattando (si pensi alla mitologia) per trasformarla in una cultura romana, sforzo tanto più necessario al fine di esprimere a livello sovrastrutturale l’egemonia politica ed economica che la repubblica imponeva con le armi. Era però appunto necessario che tale cultura fosse anche immediatamente riconoscibile come autoctona dal pubblico, che – pur prendendo le mosse da modelli riconosciuti superiori – li calasse nella realtà della società romana, una realtà che mai come allora faceva perno sull’ottimismo dato dalle innumerevoli vittorie militari e quindi sulla diffusa percezione di essere un popolo cui nulla era precluso, di essere portatori di un modello sociale vincente.
Plauto quindi in qualche modo usa i modelli attici, ma non manca quasi in nessuna commedia di prendere in giro i Greci, la loro società ed i loro comportamenti, così lontani dalla rude virtus romana. Anche se formalmente le commedie sono ambientate in Grecia, abbondano citazioni di luoghi di Roma, ed i personaggi che compaiono sulla scena sono tipicamente romani. Romano, o meglio italico, è soprattutto il tono farsesco e a tratti sguaiato che caratterizza il suo teatro, e che si rifà alla tradizione dell’atellana, le farse rappresentate nell’Italia centro-meridionale al tempo della nascita della potenza di Roma.
Ettore Paratore, nella sua introduzione, contrappone di fatto il teatro di Plauto alla cultura romana dei secoli successivi, quelli del primo impero, che sarà aristocratica, tutta chiusa nella cerchia delle classi dominanti, lontana da un popolo che si divertiva nei circhi e negli anfiteatri. E’ indubbiamente vero che Plauto è espressione di un’epoca profondamente diversa, di formazione della cultura romana propriamente detta, ma è altrettanto vero che nella sua epoca vissero poeti sicuramente più aulici ed aristocratici (si pensi ad Ennio) e che in età imperiale non mancano grandi autori popolari e popolareschi, fra tutti Marziale. Da buon conservatore, ancorché intriso di storicismo, il buon Paratore si affanna (siamo negli anni ’70) a negare un qualsiasi valore politico al teatro plautino, riconoscendogli tuttavia un valore artistico di per sé e polemizzando con quanti ritengono Plauto soltanto un commediante di mestiere (il primo dei detrattori del nostro fu Orazio!). Io invece ritengo che il valore politico dei testi di Plauto non sia tanto da ricercarsi nel favore con cui guarda alle classi subalterne (nelle sue commedie quasi sempre sono gli schiavi o i servi a risolvere le situazioni complicate) quanto nella sua capacità di essere realista, di interpretare, attraverso lo strumento della farsa, la realtà che lo circonda. E’ lo stesso tratto che ha fatto grande la commedia all’italiana: quanta più capacità di farci riflettere e comprendere il nostro paese ridendo c’era in Brancaleone da Norcia che in tanti filmetti carini degli ultimi anni.
Plauto quindi non è ”…un prodotto abnorme della civiltà latina”, ma un autore che ha utilizzato la categoria dell’abnorme per descriverci ciò che lo colpiva.
Le nove commedie presentate in questi due volumi sono tutte molto gustose, anche grazie alla traduzione dichiaratamente popolaresca e a volte greve di Paratore, ed anche se purtroppo alcune sono monche. Il loro schema compositivo è sostanzialmente univoco: in genere vi sono dei giovani che si sono inguaiati o vorrebbero sposare una prostituta e che per questo hanno bisogno di soldi. Grazie all’aiuto di servi o schiavi riescono a scucire i soldi al vecchio genitore. In genere la commedia si chiude con l’agnizione, il riconoscimento da parte del gabbato della parentela con uno dei personaggi che l’avevano gabbato. Nelle commedie questo canovaccio è soggetto a numerose varianti, con risultati a volte strepitosi altre più scontati, anche a causa di trame non sempre perfettamente coerenti. Sempre però in Plauto prevale, ed in questo sono pienamente d’accordo con Paratore, il gusto per il dialogo serrato e per la gag, piuttosto che l’originalità e la coerenza della trama: è questo un altro elemento, a mio avviso della grandezza dell’autore, che costruisce il suo realismo sulla convenzione e spesso a discapito della verosimiglianza.
Se, come detto, tutte le commedie sono gustose, a mio avviso alcune emergono. La prima è l’Amphitruo, sia per essere l’unica a tema mitologico e per avere introdotto il personaggio del servo Sosia, che ha dato origine al nome comune.
Molto bella è quindi l’Aulularia, dove compare l’archetipo del vecchio avaro ossessionato dai suoi averi. I Captivi si distacca nettamente dal tono farsesco tipico di Plauto, ed è quasi greca nella sua capacità di descrivere i sentimenti dei protagonisti. Per finire segnalo la Casina, che si distingue innanzitutto perché il personaggio che le dà il nome non compare mai in scena e poi perché contiene una beffa tremenda nei confronti del vecchio protagonista.
Come detto ogni commedia è preceduta da una nota introduttiva di Paratore, che in questo caso a mio avviso perde una occasione. Da erudito latinista qual era, infatti, si impegna in coltissime dissertazioni volte a dimostrare l’anno di composizione delle singole commedie o circa la metrica usata da Plauto, sacrificando a ciò un’analisi più concreta del significato delle singole commedie nell’opera di Plauto. Ma tant’è: il buon Paratore (che in ogni caso contribuisce in maniera essenziale a dare spessore a queste edizioni dell’opera plautina) non si è mai distaccato da una concezione prebellica della critica letteraria, e lì lo dobbiamo lasciare.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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