Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura francese, Libri, Novecento, Parigi, Racconti, Recensioni

Una piccola guida lungo la strada di Swann

LIndifferenteRecensione de L’indifferente, di Marcel Proust

Einaudi, 1978

Probabilmente nessuno scrittore moderno si identifica così totalmente con la sua opera come Marcel Proust. Specularmente a Flaubert, che poteva affermare ”Madame Bovary, c’est moi”, si può dire senza ombra di dubbio e quasi tragicamente che Marcel Proust è la Recherche. Questa identificazione deriva innanzitutto dal fatto che la sua monumentale cattedrale letteraria è di fatto l’unica opera che ha scritto, o meglio quella attorno a cui ruotano gli altri suoi pochi scritti letterari, che sono tutti una sorta di esercizio di preparazione del capolavoro. Vi è anche però un altro motivo, più drammaticamente legato all’uomo Proust, alla base di questa identificazione. Proust è la Recherche anche e soprattutto perché alla sua stesura l’autore ha sacrificato la vita: come noto, dal 1909 al 1922 (anno della morte) si isolò pressoché completamente dal mondo (celebre è la stanza rivestita di sughero nella quale lavorava di notte) per poter compiere quello straordinario sforzo di memoria che è alla base di Alla ricerca del tempo perduto. Proust di fatto morirà pur di portare a termine questo titanico sforzo. Forse solo un altro autore, anch’esso francese, può essere così totalmente identificato con la sua opera: il Balzac de La Comédie humaine (Balzac, naturellement…). Mentre però Balzac, in ciò perfetto romanziere dell’800, scrive per vivere, Proust, figlio della crisi, vive per scrivere, o meglio da un certo punto in poi abbandona la vita per scrivere, e coerentemente morirà immediatamente dopo avere terminato la sua opera.
Definisco la Recherche opera perché non so trovare altro termine: sicuramente non romanzo, perché essa contribuisce in modo decisivo, come probabilmente solo altre due opere letterarie del primo novecento, al bombardamento, alla distruzione del romanzo borghese di derivazione ottocentesca: mi riferisco all’Ulisse di Joyce e a L’uomo senza qualità di Musil. Le tre grandi aree culturali europee (significativamente esclusa è quella italiana, dove solo un autore di confine come Italo Svevo può vantare un respiro analogo) nel giro di un decennio giungono si può dire allo stesso risultato, sia pur espresso in forme diverse. I cambiamenti sociali sono talmente rapidi e drammatici che la letteratura, uno degli strumenti più efficaci per rappresentarli, non può rimanere uguale a sé stessa: è necessario cambiare anche il modo di scrivere. Se gli approdi stilistici, la tecnica attraverso la quale questi tre grandissimi scrittori proclamano al mondo la fine definitiva dell’800 letterario, sono diversi, mi hanno sempre colpito alcune analogie di fondo soprattutto tra l’Ulisse e la Recherche, per quella loro suddivisione in sezioni (capitoli per l’uno, libri per l’altra) così diverse l’una dall’altra ma così necessarie al dispiegamento del discorso complessivo, per la loro comune matrice epica e soprattutto per l’analogia dei grandiosi finali: come non vedere una corrispondenza anche di mezzo espressivo tra lo stream of consciousness con cui Molly Bloom tira le fila della sua giornata/vita e il lunghissimo, meraviglioso testamento fatto di memoria involontaria di Marcel ne Il tempo ritrovato?
Se dunque l’Opera di Marcel Proust è la Recherche, se tutta la poetica dell’autore si concentra lì, che senso ha leggere le altre (poche) sue prove letterarie? Perché affrontare Jean Santeuil o Les Plaisirs et les Jours? Per chi, come me, ha letto (e riletto) l’opera maggiore, come detto così totalizzante, il senso è sostanzialmente quello di una conferma. Si leggono le altre opere per avere la conferma di ciò che troviamo nella Recherche, per scorgere in ciò che è stato scritto prima i germogli di ciò che verrà dopo. E’ questa anche la impostazione della maggior parte della critica, a cominciare dalle introduzioni alle varie edizioni delle opere minori: tutto è ovviamente rapportato alla Recherche. Questo rende probabilmente più difficile affrontare l’opera letteraria di Proust in senso cronologico, il che probabilmente permetterebbe a chi si approccia a questo autore di giungere alla prova della Recherche già preparato sia allo stile di scrittura, indubbiamente non agevole (almeno in prima battuta) sia alle tematiche trattate.
In questo senso L’indifferente svolge un compito propedeutico non secondario. Si tratta di una novella piuttosto breve, pubblicata da Proust venticinquenne nel 1896 su una rivista di cui si persero presto le tracce. Solo nel 1978 la novella venne ritrovata e ripubblicata. Il volume Einaudi nel quale l’ho letta, che risale allo stesso anno (ah, quando Einaudi era Einaudi!) è veramente prezioso, perché, oltre a riportare il testo originale a fronte, è corredato da un bellissimo saggio del filosofo Giorgio Agamben e da uno scritto di Philip Kolb, autore della scoperta, oltre che da una riproduzione del quadro di Watteau da cui pare Proust abbia preso ispirazione per il titolo.
Leggere L’indifferente significa immergersi in pieno in un’atmosfera compiutamente proustiana, anche se fortemente condizionata dalla immaturità dello scrittore. Ritroviamo infatti, in poche pagine, alcuni dei temi che costituiranno gli assi portanti dell’opera maggiore. L’ambientazione, innanzitutto, nell’alta società aristocratica parigina fin du siècle: la protagonista, Madeleine (che nome proustiano…), giovane vedova del marchese di Gouvres, è una delle donne più affascinati di Parigi. Ella si innamora di Lepré, un giovane simpatico ma molto insignificante, secondo il giudizio comune in società. Madeleine cerca di attirare a sé Lepré, che però si dimostrerà indifferente a lei: dopo una serie di incontri tra i due, la novella termina con il distacco tra i due: Madeleine più tardi sposerà il duca di Mortagne.
La trama è quindi semplicissima ed anche un po’ banale, ma come detto è intrisa di spunti che ritroveremo ampliati nella Recherche, e che fanno sentire a casa e persino commuovere il lettore di quest’ultima.
Madeleine vede la prima volta Lepré da un palco all’opera; è vestita meravigliosamente: sul corsetto e nei neri capelli ha numerose cattleye, le orchidee che tanta parte avranno nell’amore tra Swann e Odette de Crecy. Ai fiori, alla loro simbologia, Proust affida il compito di spiegarci i cambiamenti dell’animo di Madeleine, come farà in tanti passi della Recherche. Ed è proprio il primo volume della Recherche che la novella annuncia: l’amore di Madeleine per Lepré, infatti, esattamente come quello tra Swann e Odette (ma anche come quello tra Marcel e Albertine), nasce indipendentemente dall’attrattività reale del suo oggetto: è l’oggetto d’amore che diviene attrattivo in quanto amato. Ci dice Proust che “Le ragioni del suo (di Madeleine) amore erano in lei, e se erano un poco anche in lui, non consistevano in una superiorità intellettuale e nemmeno in una superiorità fisica. Era proprio perché Madeleine lo amava che nessun viso, nessun sorriso, nessun passo le parevano gradevoli quanto quelli di Lepré”. Nella novella entra anche il tema del vizio, come antitesi (hegelianamente necessaria) all’indifferenza nel gioco di specchi chiamato amore, che pure tanta importanza avrà in tutta la Recherche. Il tema del rapporto tra indifferenza e vizio è sviluppato ampiamente nel saggio di Giorgio Agamben posto all’inizio del volume, che come detto contribuisce non poco a impreziosirlo. Ancora, si trovano ne L’indifferente accenni all’importanza che l’opera d’arte assume nella determinazione e fissazione delle nostre inclinazioni, nell’idealizzazione di persone e luoghi.
Molti altri sono gli spunti che possono essere scoperti, le tracce che Proust lascia sul suo cammino e che ci guidano sicuri verso il suo capolavoro, ma preferisco lasciarli al lettore. In conclusione L’indifferente ha l’indubbio pregio di offrirci la gioia di alcune pagine che possiamo riconoscere come schiettamente proustiane anche se lo stile di scrittura è sicuramente diverso da quello della maturità: manca l’incedere asmatico dei lunghi periodi intrisi di coordinate e subordinate (anche se nella novella si fa esplicito riferimento all’asma), ma proprio questo può essere uno stimolo per il neofita (si sa, i proustiani sono una setta…)  a studiare, prima del testo sacro, una sorta di piccolo bignami dal quale trarre alcuni dei comandamenti della religione cui sarà inevitabilmente portato ad aderire.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

3 pensieri riguardo “Una piccola guida lungo la strada di Swann

  1. Bellissimo post, sono d’accordissimo con tutto quello che hai scritto. L’ho subito condiviso anche su Facebook, ed in particolare con un gruppo di discussione dedicato proprio a Proust ed intitolato “Quelli che hanno letto tutta, ma proprio tutta la Recherche”. Non solo il tuo articolo è stato molto apprezzato da quegli appassionati di Proust che già conoscevano “L’indifferente”, ma hai fatto venire gran voglia di procurarsi il libro e di leggerlo a quei neofiti (per riprendere una tua espressione) che ancora non conoscevano questo racconto lungo (o romanzo breve) di Proust.

    Solo su una cosa ho qualche perplessità, ma non a proposito di Proust bensì di quello che scrivi a proposito di Flaubert. Non sono affatto convinta che con quella famosissima frase “Madame Bovary c’est moi” Flaubert intendesse dire che si identificava con il suo personaggio. Come viene fuori molto chiaramente dal suo sterminato epistolario (ma non solo), Flaubert considerava Madame Bovary soprattutto un esperimento letterario, detestava Emma, dichiara più volte di avere scelto apposta per protagonista una donna che non stima affatto, voleva vedere quanto sarebbe riuscito a rendere vivo e credibile un personaggio che fosse quanto più lontano possibile da ogni tentazione di possibile empatia etc.
    Emma, insomma, era per lui una cavia. Una sorta di cavia per il suo esercizio di stile. E la stesura del romanzo una sfida.

    Tutta la stesura del romanzo fu per lui una grandissima sofferenza, sbuffava continuamente, non vedeva l’ora di liberarsene e quando finalmente lo terminò era esultante perché non ne poteva davvero più.

    Personalmente, credo che Flaubert si trovasse molto più a suo agio nel descrivere il barbarico, coloratissimo e violento scenario di Salambo…

    Ma queste sono solo considerazioni non solo a margine ma soprattutto molto personali anche se come ho già detto abbastanza supportate, credo, da molti passaggi delle lettere.

    Scusa se mi sono dilungata un po’ troppo, ma non è facile per una lettrice di Proust riuscire ad essere sempre sintetica 😉

    Ciao e grazie!

    P.S. Anch’io posseggo quel volume Einaudi, comprato e letto tanti anni fa quando, come dici tu, l’Einaudi era ancora “l’Einaudi”…

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  2. Ciao Gabrilù.
    Se il Tuo “mi piace” mi ha onorato, questo commento mi inorgoglisce. Ora capisco anche l’insolita vivacità del mio blog, solitamente così avaro di visite.
    Certo, su Flaubert hai ragione: forse ho usato un termine equivoco dicendo “specularmente a Flaubert”, ma intendevo proprio dire che mentre Flaubert vedeva l’opera “alle sue dipendenze”, in Proust avviene il contrario: è lui che da un certo punto in poi dipende unicamente dalla sua opera: questo “sacrificio” mi ha sempre colpito profondamente, ed è stato uno dei motivi che me lo ha fatto amare moltissimo. Credo davvero che esistano pochissimi altri esempi di una dedizione così assoluta alla propria “missione”. Ho rivisto di recente la fotografia di M. P. sul letto di morte: è davvero terribile e grandioso al tempo stesso come quest’uomo si sia consumato per poterci dare una delle opere d’arte più sublimi che siano mai state scritte.
    Grazie ancora per il commento.

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