Pubblicato in: Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Novecento, Recensioni

L’opera smisurata che restituisce il senso del nostro nonsenso

VRecensione di V., di Thomas Pynchon

Rizzoli, La Scala, 1992

Come ho più volte detto, i miei interessi letterari si fermano quasi esclusivamente al periodo anteriore alla seconda guerra mondiale. Raramente quindi mi capita di leggere opere del periodo posteriore, che considero una sorta di piano inclinato lungo il quale la letteratura ha via via perso la sua capacità di essere una forma di espressione artistica in grado di interpretare con originalità la realtà, quando non di prevederne i cambiamenti.
Sono tuttavia consapevole che questa mia lettura è inficiata da una certa dose di grossolanità, per cui ogni tanto e per alcuni autori faccio delle eccezioni, e mi avventuro nei territori per me abbastanza inesplorati degli ultimi decenni del ‘900 alla ricerca di una specie allora rara ed oggi pressoché estinta, la buona letteratura (buona per la mia sensibilità, ovviamente).
Tra gli autori del secondo novecento che mi affascinano c’è Thomas Pynchon, perché nelle sue opere trovo tratti, sia per quanto riguarda il contenuto, sia per la caratterizzazione stilistica che ad esse attribuisce, che le avvicinano – anche se a mio avviso solo relativamente alla maggior parte dei suoi contemporanei, e non in senso assoluto – ai grandi capolavori dell’800 e del primo ‘900 letterario.
Molti anni fa lessi Vineland, che mi piacque molto ma di cui per la verità non ho più un ricordo preciso (dovrò rileggerlo) e più di recente mi avventurai (è proprio il caso dirlo, visto l’argomento) nella lettura di uno dei suoi ultimi romanzi, Mason & Dixon, di cui rimasi entusiasta (in qualche meandro della rete ci deve essere ancora la breve recensione che scrissi allora).
Adesso ho affrontato la prima opera estesa di Pynchon, che è anche uno dei suoi libri più celebrati, ovverosia V.
Una prima considerazione: la edizione in cui ho letto V. (Rizzoli, La Scala, con copertina rigida e sovracoperta) contiene un equivoco clamoroso. Proprio in sovracoperta riporta, oltre al nome dell’autore e al titolo, la dizione Romanzo. Ora, io credo che uno dei tratti essenziali di V. sia proprio quello di non essere un romanzo; non è neppure, a mio modo di vedere, un’opera letteraria figlia della distruzione del romanzo operata dai grandi narratori del primo novecento, come Joyce, Proust, Musil: V. è qualcosa di completamente diverso, è un mix di cronaca ed epica, un frullato in cui ritroviamo gli elementi tipici del romanzo ottocentesco e del primo novecento come pure – qualcuno ha fatto notare – quelli del romanzo picaresco, ma anche i meccanismi del romanzo poliziesco, la colloquialità della letteratura della beat-generation che lo precede di poco, e molto altro. Insomma, V. è un mostro letterario, condito anche, a mio avviso, da una certa dose di autocompiacimento da parte dell’autore, che è complicato definire, ma che certamente non può essere definito semplicemente un romanzo. Sarà banale e scontato, ma a mio modo di vedere ancora oggi la definizione più azzeccata di V. è quella di opera che ha inaugurato la postmodernità. Cercherò di spiegare perché.
Se il romanzo moderno è stato lo strumento letterario dell’egemonia economica, politica e culturale della borghesia, la sua distruzione nei primi decenni del ‘900 ad opera dei grandi narratori europei è coincisa con (è stata figlia de) la grande crisi di questa egemonia. Il movimento operaio, la guerra mondiale, la rivoluzione d’ottobre avevano spazzato vie per sempre le sicurezze dei valori del positivismo; analogamente la letteratura aveva progressivamente spazzato via le proprie antecedenti modalità espressive, gli oggetti stessi di cui fino ad allora aveva trattato.
Negli anni ’30 e ’40 l’avanzata del totalitarismo fascista e la guerra che ne consegue spingono ad una necessità di serrare i ranghi culturali in difesa dei valori di democrazia, ancorché squisitamente borghesi, nei confronti della barbarie: sono gli anni della forzata fine delle avanguardie.
Nel secondo dopoguerra, per citare o quasi un grande classico italiano, tutto cambia perché tutto resti uguale: la società dell’affluenza e dei consumi, come antidoto al pericolo comunista si sviluppa nel mondo occidentale che vive sotto l’incubo nucleare. La letteratura in questa nuova situazione perde il proprio ruolo di arma principe di interpretazione e critica della realtà, soppiantata in questo da altre forme espressive più al passo con i tempi (cinema, musica…): da un lato diviene mero strumento di veicolazione del consenso al servizio della nascente industria culturale e dall’altro si rifugia in una serie di neoqualcosa che non testimoniano altro che l’incapacità di una espressione originale nel nuovo contesto sociale.
Ci sono però delle eccezioni, dei tentativi di mantenere alla letteratura quel ruolo di grande crogiuolo della coscienza critica di un’epoca che aveva da sempre esercitato: queste eccezioni, per riuscire, dovranno riprendere, in forme nuove, quella capacità totalizzante che ha da sempre contraddistinto la grande opera letteraria. Nella bella prefazione a V. di Guido Almansi è riportata una frase di Italo Calvino, tratta dalle Lezioni americane che è illuminante al proposito: La letteratura sopravvive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là di ogni possibilità di realizzazione.
E’ proprio questo il tentativo che Pynchon a mio avviso compie, quale diretto discendente della grande letteratura antecedente, scrivendo V.: quello di comporre un’opera smisurata ed inusitata che dia il senso complessivo dell’epoca in cui è stata scritta. Siccome però per Pynchon quell’epoca non ha un senso univoco ed a prevalere è l’assurdo, siccome non si può capire questo non-senso se non raccontando anche i non-sensi che lo hanno preceduto, siccome non c’è più alcuna possibilità di comprendere quello che sta accadendo se non per piccole parti, ecco che V. non può narrare una sola storia, ma tante piccole sconclusionate storie, alcune individuali, altre corali, ciascuna imbastita con il sottile filo dell’assurdità e con grandi dosi di ironia e dissacrazione, storie con legami tra di loro apparentemente deboli ma tenute insieme dalla presenza (o dalla non-presenza) di V., il misterioso e multiforme collante sul cui significato si sono esercitate schiere di critici e lettori. Queste storie, poi, non possono svolgersi in un tempo univoco, ma devono saltare continuamente da un tempo all’altro (sempre comunque tempi di guerra e di rivolta, tranne – anche qui apparentemente – il 1956 della crisi di Suez in cui si muovono Benny Profane e la Banda dei morbosi). Infine, il non-senso della Storia e delle piccole storie narrate non può che riflettersi nell’acquisito non-senso della letteratura, che diviene quindi parodia di sé stessa, citazione dei suoi generi (questo per la verità era già stato fatto da Joyce).
In questo apparente caos narrativo, che lascia aperti infiniti piani d’interpretazione che a loro volta si possono disperdere in mille rivoli, quanti sono gli spunti allegorici, metaforici o semplicemente di riflessione che l’autore ci trasmette (come detto a volte con un certo autocompiacimento), mi è sembrato tuttavia di percepire un forte elemento ordinatore, un messaggio cifrato univoco che secondo me è il senso del non-senso di V. La vita di Benny Profane, il suo essere schlemihl e un po’ yo-yo, costretto a lavori assurdi per tirare avanti, la vita di Esther, che vuole il naso perfetto, la vita sconclusionata della Banda dei morbosi, oltre che essere la faccia triste della beat generation e, come detto, dell’infanzia della società dell’affluenza e dei consumi, hanno i loro antefatti logici nelle vicende del colonialismo, della prima guerra mondiale, del nazismo, tutti pezzi di Storia apparentemente assurdi ma guidati da una logica ferrea, quella della conquista e della gestione del potere, che (e qui troviamo anche accenti che anticipano in qualche modo Philip K. Dick) condurrà ad una società sempre più spersonalizzata, se il grande olocausto globale non interverrà prima. Il caos, il non-senso sono da sempre assolutamente funzionali a nascondere ai più l’esistenza di un ordine imperscrutabile, che ci conduce incoscienti verso mete precise.
Termino non sottraendomi all’esercizio principale di chi legge il libro. Chi (o cosa) è V.? Perché nel corso del libro assume le sembianze di donne, di quadri famosi, di località vere o inventate? Quale è il loro comun denominatore, che ce ne spieghi l’essenza? Secondo me V. è il più atroce scherzo che Pynchon ci gioca: V. non è una cosa o un posto, non è un archetipo o una grande metafora. E’ semplicemente ciò che è in ogni parte del libro, è un diversivo che ci distrae da quello che sta realmente accadendo, è Pynchon che ci dice di guardare in una sua mano mentre con l’altra ci nasconde il trucco del suo gioco di prestigio. Se deve essere una metafora, V. rappresenta le armi di distrazione di massa che tanta parte hanno nella nostra società. Concentrandoci su V. e sulla sua ricerca, come Stencil, non capiremo i segreti giochi di potere che ogni storia ci narra, la barbarie che ha generato la barbarie ed il caos in cui viviamo. Penseremo che basti scoprire chi è V. per risolvere l’enigma del libro, ma V. non esiste proprio perché l’enigma del libro non è risolvibile.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

4 pensieri riguardo “L’opera smisurata che restituisce il senso del nostro nonsenso

  1. Davvero bella questa recensione per un testo che non può essere recensito. Con Pynchon si attraversa quella particolare esperienza che vuole che si ascolti (per mezzo della lettura) un magnifico racconto che, però, non può essere raccontato, ma solo raccomandato ad altri. Proprio su V. tempo fa ho scritto qualcosa del genere…un post del tutto contraddittorio, dato che era un invito a leggere il libro e a lasciar perdere la lettura del post stesso, che era semplicemente un invito a leggere un libro che non poteva essere raccontato/riassunto/spiegato, ma solo letto.

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  2. Ciao Tommaso. Condivido completamente il tuo commento: rileggendo il mio post prima di pubblicarlo mi sono reso conto che era contraddittorio, ma ho deciso di pubblicarlo lo stesso perché credo che la contraddizione sia insita nel testo stesso, faccia parte del suo “caos programmatico”. Se mi dai le coordinate del tuo vecchio post lo leggerò con piacere.

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    1. Anche se un autore risulta complicato o complesso, da parte mia trovo sempre utile avere la possibilità di farmene un’idea attraverso una recensione. E per quanto sia impossibile esprimerne in pieno ogni sfaccettatura all’interno di un post, per quanto sia difficile comporne un quadro che sintetizzi al meglio le impressioni raccolte durante la lettura, devo comunque dire che dalle vostre belle analisi (includo anche Tommaso) ne esco sempre più che soddisfatta. E spesso con la voglia di avvicinarmi all’autore che avete presentato.

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