Pubblicato in: Letteratura, Letteratura francese, Libri, Novecento, Parigi, Recensioni, Umorismo

Il significato oltre il significante

IFioriBluRecensione de I fiori blu, di Raymond Queneau

Einaudi, Scrittori tradotti da scrittori, 1984

L’opera letteraria di Raymond Queneau, che pure si sviluppa prevalentemente dopo il secondo conflitto mondiale, affonda prepotentemente le sue radici nel periodo precedente, ed in particolare nella Parigi surrealista degli anni ’20 e ’30 del novecento. Infatti Queneau, se non fu uno dei principali protagonisti di quella stagione, non rivestì neppure il ruolo di mera comparsa, e la sua amicizia con Breton prima e con Bataille poi segna profondamente i tratti della sua poetica.
Queste radici sono evidenti anche ne I fiori blu, opera tarda dello scrittore (fu pubblicato nel 1965) che però mantiene la freschezza e l’originalità che caratterizza tutta la scrittura di Queneau, e che ne fanno a mio avviso uno dei grandi autori del secondo novecento europeo, in grado di regalarci opere da un lato godibilissime e dall’altro caratterizzate da una complessità strutturale e compositiva che permettono a chi vuole andare sotto la superficie del testo di trovarvi la pluralità di elementi di riflessione e di piani di interpretazione che solo la grande letteratura sa dare.
Prima di cercare di addentrarsi nella gioiosa (ma anche drammatica) sarabanda de I fiori blu, credo sia utile spendere qualche parola sulla sua traduzione. I fiori blu è infatti il classico libro intraducibile, in cui il linguaggio non è lo strumento neutro attraverso il quale l’autore descrive le situazioni, ma è esso stesso creatore delle situazioni, latore assoluto del senso delle cose che l’autore vuole consegnarci. I fiori blu è a mio avviso il classico esempio in cui il significante (la parola) non descrive il significato (il fatto, la situazione), ma lo determina. In altri termini (ed in questo si vede tra l’altro tutto il debito dell’opera con la grande letteratura del primo novecento) il linguaggio usato non determina solamente il tono dell’opera, ma è l’opera stessa, che non potrebbe essere ciò che è se fosse stato usato un altro linguaggio. Questo problema, comune tra l’altro a gran parte delle opere poetiche, determina l’intraducibilità pratica di quest’opera in una lingua diversa dal francese usato da Queneau, che è un francese ricco di giochi di parole, arcaismi, neologismi, parole inventate, lessico popolare e quant’altro. La nostra fortuna è che questo libro è stato tradotto da un grande, da Italo Calvino.
In altri casi mi è capitato di scagliarmi contro le traduzioni effettuate da scrittori, che in genere tendono a soffocare lo spirito originale dell’opera sovrapponendovi il proprio ego letterario. Il caso de I fiori blu tradotto da Calvino è invece completamente diverso. Due fattori concomitanti, la grandezza letteraria del traduttore e la sua vicinanza culturale (nonché la sua amicizia) con l’autore, hanno fatto sì che l’intraducibile opera venisse tradotta (per quanto ne posso capire non avendo letto l’originale) conservandone l’essenza comunicativa originaria. Certo, Calvino ha dovuto in alcuni casi italianizzare ambiti, frasi e detti, ha dovuto modificare giochi di parole, attributi e neologismi per renderli comprensibili al pubblico italiano, ma lo ha fatto a mio avviso avendo in mente con precisione quale era il ruolo che il linguaggio svolgeva nell’opera originale, e non tradendo mai questo ruolo. A questo proposito la Nota del traduttore posta alla fine del libro (a proposito, quanta finezza e modestia da parte del più grande intellettuale italiano degli ultimi decenni in quel titolo di servizio) è veramente illuminante, oltre che a tratti quasi commovente per come Calvino quasi si scusa per le inevitabili manipolazioni del testo originario e per come, inevitabilmente, non gli sia stato possibile rendere appieno i calembour linguistici di cui è infarcito. Tra l’altro in questa nota Calvino non si limita agli aspetti tecnici della traduzione, ma fornisce diversi approcci all’interpretazione del testo. Credo che solo un grande letterato come lui fosse in grado di rendere in italiano un’opera così prettamente francese come I fiori blu.
Il linguaggio di Queneau (mediato da Calvino) rappresenta quindi il primo strato interpretativo in cui si imbatte il lettore de I fiori Blu, strato che come detto determina in gran parte l’essenza stessa dell’opera. Ci si diverte molto, sin dalle prime righe, sin da quell’elenco di resti del passato che il duca d’Auge osserva dalla sua torre, da quei normanni che bevevan calvadòs.
Se il linguaggio in Queneau è un elemento essenziale della costruzione del testo, non si deve però credere che la scrittura sia fine a sé stessa: I fiori blu non è un esercizio di stile, è linguaggio che determina una storia (meglio, due storie; meglio ancora due storie che rappresentano la Storia) la quale interagisce a sua volta con il linguaggio per formare una miscela potenzialmente esplosiva. La storia narrata, o meglio determinata dal linguaggio di Queneau, finisce così per affrancarsi dalla lingua che la esprime, e ad emergere per sé stessa: così, se pure è il significante a determinare il significato, alla fine è come se ci abituassimo al primo e ci concentrassimo sul secondo. E’ questo che mi fa dire che I fiori blu è grande letteratura: Queneau non vuole rappresentare, vuole esprimere, servendosi di un significante abnorme che però esprime pur sempre, determinandolo, un significato.
Le storie sono due: quella del Duca d’Auge, sorta di personaggio immortale che attraversa la storia francese dal 1264 al 1964 in 5 tappe separate ciascuna da 175 anni, e quella di Cidrolin, apatico ed anzianotto signore che vive su una chiatta sulla Senna alla periferia di Parigi appunto nel 1964. I due si sognano a vicenda, nel senso che quando uno si addormenta proseguono le vicende dell’altro: finiranno per incontrarsi nella parte finale del libro.
Auge, come detto, attraversa la storia francese toccandone alcuni momenti topici (tra l’altro i salti di 175 anni lo portano anche nel 1789). E’ un feudatario, e come tale si trova spesso in contrasto con il re per difendere i suoi privilegi. E’ amico e difende alcuni dei personaggi più irregolari e controversi della storia di Francia, come Gilles de Rais (di cui si occupò anche Bataille) e D.A.F. De Sade. E’ violento, crapulone e opportunista, si affida ad un alchimista e maltratta ed umilia i rappresentanti della chiesa. Viaggia in compagnia di un paggio (che spesso picchia) e di due cavalli parlanti (Demostene e Stèphan). Quando scoppia la rivoluzione, fiuta la mala parata e invece di partecipare agli stati generali ripara in Spagna andando a dipingere le grotte di Altamira. Rappresenta secondo me l’uomo di potere francese, con i tratti che gli sono innati e quelli che accumula ed affina dalle vicende storiche che si susseguono: le vicende di Auge ci narrano anche per certi versi, attraverso episodi spassosi ma puntuali, l’evoluzione storica dell’intera società d’oltralpe nel corso del tempo.
L’indolente Cidrolin, che è il suo opposto (ma è anche il suo alter-ego: entrambi si chiamano Joachim), esemplifica il possibile risultato umano di tutto il grandioso movimento della Storia attraverso la quale è passato il Duca: l’emarginazione culturale ed umana di Cidrolin, il suo essere succube delle circostanze, il suo triste adattamento ai rovesci della vita tramite il bere e l’inattività sono paradigmatici dell’esclusione, in un tempo in cui le energie della storia sembrano esaurirsi, ed in cui l’unica preoccupazione sembra essere quella se avere o no la televisione. La sua drammatica emarginazione è evidenziata plasticamente dalla soluzione della vicenda delle misteriose scritte ingiuriose che appaiono nottetempo sulla sua staccionata e che egli puntualmente ogni giorno ridipinge.
Quando il duca d’Auge, con scudiero e cavalli parlanti al seguito, e Cidrolin si incontreranno, sarà il duca a disincagliare l’arca (la chiatta in cui Cidrolin vive) e a farla navigare verso un nuovo inizio della storia: sarà ancora lui, con la sua capacità di adattamento e di gestione del potere e dettare le regole. Per Cidrolin, e per tutti i Cidrolin del mondo, non ci sarà posto in questo nuovo inizio, e dovranno abbandonare l’arca e sparire. La Storia quindi si rimette in moto, apparentemente uguale a sé stessa, escludendo chi essa stessa espelle, ed il libro si chiude in modo circolare, con il duca che considera la situazione storica. L’unica differenza, che Queneau sottolinea, è che stavolta dal fango i fiori blu iniziano a germogliare: forse in questo passaggio si può scorgere l’intuizione (o la speranza) che qualcosa in realtà stesse cambiando (siamo negli anni dell’inizio della contestazione giovanile ad un modello sociale che sembrava sonnecchiare appagato del benessere che si stava diffondendo).
Molti altri personaggi si incontrano ne I fiori blu, e ciascuno meriterebbe una piccola descrizione, perché ciascuno gioca un preciso ruolo in questo affresco storico ironico e dissacrante. Lascio al lettore la loro scoperta, invitandolo ad entrare nel mondo fantasmagorico di Queneau, dove troverà, come nelle altre sue opere, modo di divertirsi e di riflettere.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

8 pensieri riguardo “Il significato oltre il significante

  1. Molto bello e puntuale, il tuo post. Ricordo ancora (è passato qualche anno da quando l’ho letto) l’impressione profonda che mi aveva lasciato. Subito dopo lessi Esercizi di stile e non potei fare a meno di pensare che Queneau aveva di fatto esaurito tutte le possibilità di scrittura, quasi ne avesse svelato il segreto. Ovviamente la mia era la reazione (ingenua) di chi si era misurato troppo presto con cose che andavano (e in gran parte ancora vanno) oltre le sue capacità.

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  2. Ciao Tom e grazie per l’attenzione con cui leggi i miei post (sei uno dei pochi…).
    A giudicare dalla qualità del tuo blog non direi che un autore come Queneau sia “oltre le tue capacità”. I testi con i quali ti misuri e il modo che hai di “andare oltre la superficie” a me (ma non solo a me, a giudicare dal tuo seguito) piacciono molto. In confronto mi considero uno schematico dilettante (e di fatto quello sono).

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    1. Scusa se ti rispondo solo ora, ma (chissà perché) non ho avuto notifica della tua risposta…sarà perché non avrei in nessun modo potuto condividerla? Mi piace pensare che sia così, proprio come mi trovo a dover ribadire l’apprezzamento per i tuoi post e quel certo imbarazzo nel ripensare a Queneau, al tempo in cui lo lessi e al miscuglio di ammirazione/rabbia/invidia…

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  3. Che meraviglia di libro, che è I fiori blu! (tra parentesi, io ce l’ho nella stessa bellissima edizione). E tu ne cogli davvero le pieghe più nascoste. Bello, bello, bello! L’incipit del libro vale da solo un’intero tomone di quelli che vengono scodellati un giorno si e l’altro pure e spacciati come capolavori del secolo non essendo altro che robetta.

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    1. Ciao Gabrilu.
      Che piacere risentirti. Per Queneau sono disposto a tradire la mia fede (quasi) assoluta nella letteratura d’anteguerra: ma forse ciò deriva in parte dal fatto che ha partorito nel dopoguerra libri concepiti prima. pensa che in questo periodo ho in casa del Pastis Ricard, che naturalmente da qualche tempo è per me “essenza di finocchio”. Mi sento tanto Cidrolin, sorbendolo….

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