Pubblicato in: Letteratura, Letteratura francese, Libri, Novecento, Parigi, Recensioni, Umorismo

Ma Zazie non prende il metró

ZazienelMetroRecensione di Zazie nel metró, di Raymond Queneau

Einaudi, Tascabili Einaudi, 1994

Recensendo I fiori blu ho espresso l’opinione che il linguaggio di Queneau, così peculiare da determinare il significato che esprime, fosse una sorta di sovrastruttura volta comunque ad indirizzare il lettore verso il significato del libro. In effetti, leggendo questo autore si corre il rischio di essere eccessivamente affascinati da come Queneau scrive, piuttosto che da ciò che scrive . Nel caso de I fiori blu, tuttavia, il respiro storico delle vicende, il continuo alternarsi di episodi della storia di Francia con la descrizione di un’attualità (il 1964) ed il loro confronto serrato rende in qualche modo agevole al lettore avvertito individuare ciò che Queneau vuole esprimere con il suo pirotecnico linguaggio.
Leggendo Zazie nel metró, opera scritta qualche anno prima (1959), il rischio di fermarsi alla sovrastruttura linguistica, di cadere nella trappola, peraltro sapientemente ordita da Queneau stesso, di considerare il testo un divertentissimo esercizio di stile applicato ad un nulla narrativo, ad una serie di assurde e strampalate situazioni prive di alcun elemento che vada appunto oltre la loro assurdità, è altissimo. Ad una prima lettura potrebbe infatti sembrare che la due giorni parigina di Zazie, le situazioni in cui si trova coinvolta e le persone che incontra siano semplicemente dei pretesti che danno modo a Queneau di scatenare la sua furia demolitrice verso la lingua francese, e la sua conseguente ricostruzione traslata.
Come dicevo è Queneau stesso che si diverte a depistarci, quando in una delle rare pagine del libro non dominata dai serratissimi linguaggi, fa pensare a Gabriel, lo zio di Zazie, questa sorta di confessione dell’autore: ”Parigi è solo un sogno, Gabriel è solo un’ombra, Zazie il sogno di un’ombra (o di un incubo) e tutta questa storia il sogno di un sogno, l’ombra di un’ombra, poco più di un delirio scritto a macchina da un romanziere idiota (oh! mi scusi).” Non vi è dubbio infatti che l’apparente assurdità di molte delle situazioni narrate può far pensare ad una sorta di farsa un po’ fine a sé stessa, nella quale appunto è solo il linguaggio, la struttura del testo a sorreggere un’impalcatura che ad un primo esame potrebbe essere definita fragile.
Il linguaggio è quindi anche in questo caso, direi soprattutto in questo caso, il mezzo con cui Queneau crea la storia di Zazie: sul ruolo del linguaggio in Queneau ed in particolare in Zazie l’edizione da me letta riporta un breve saggio di Roland Barthes, e di fronte a cotanto critico non posso che rinviare alla lettura. Tra l’altro, come nel caso de I fiori blu, anche qui ci troviamo di fronte alla disperata impresa di tradurre un testo che reinventa la lingua francese, ed anche in questo caso si può dire che l’impresa è riuscita grazie alle capacità di un grande intellettuale del dopoguerra, Franco Fortini.
Ma ci si può rendere conto che anche in questo caso il linguaggio, che crea la storia, non la esaurisce in sé stesso, anzi permette che la storia ci si presenti in tutta la sua forza corrosiva.
Partiamo dal personaggio di Zazie. E’ una ragazzina (9-10 anni?) di provincia che viene a passare due giorni a Parigi, affidata dalla madre (che passa due giorni d’amore con l’amante) allo zio Gabriel. Vuole assolutamente andare in metró, ma non ci riuscirà perché è in corso uno sciopero. La sua reazione alla notizia (“Ah, porci,… ah, cialtroni, …. io che ero tanto felice, beata e tutto, di scarrozzarmi in metró. Eh, c…”) ci fa capire subito che non è una ragazzina compìta ma, si direbbe oggi, è un personaggio politicamente scorretto. Non solo usa spesso un linguaggio scurrile, ma questo linguaggio le serve in genere per chiosare le frasi degli adulti che le si rivolgono come si dovrebbe fare con una ragazzina della sua età: esemplare a questo proposito il dialogo tra lei e l’autista Charles che le accenna alla chiesa des Invalides: ”…se vuoi vedere davvero gli Invalidi e la tomba vera del vero Napoleone, ti ci accompagnerò. – Napoleone un c…, – replica Zazie” (nell’originale il più efficace Napoleon mon cul). Si verrà a sapere che Zazie ha subito un tentativo di violenza da parte del padre, ed in quel frangente la madre lo ha ucciso spaccandogli la testa con un’ascia. Questo antefatto potenzialmente devastante per la psiche di Zazie è però narrato dalla ragazzina con leggerezza, quasi con orgoglio per il suo ruolo e per le conseguenze giudiziarie di cui è stata protagonista, tanto da insinuare nel lettore il sospetto che sia una storia inventata per attirare l’attenzione. Questa incertezza, questa ambiguità delle situazioni narrate è, come vedremo, secondo me una delle chiavi di interpretazione del libro. Ancora, durante la sua fuga mattutina per le vie di Parigi Zazie non esita ad additare alla folla come pedofilo il buon Turandot che voleva riportarla a casa. Zazie è l’elemento disturbante, che con il suo modo di fare, con il suo porre domande dirette e chiedere sempre di vedere ciò che dicono gli adulti, con il suo servirsi dell’arma di una innocente spudoratezza smaschera le convenzioni del linguaggio e dei rapporti sociali, ridicolizza il mondo artefatto degli adulti, mettendoli a nudo per ciò che sono.
I principali personaggi adulti che appaiono nel romanzo sono infatti tutti caratterizzati da una qualche forma di ambiguità o di insufficienza rispetto al loro ruolo sociale. Lo zio Gabriel, che fa il danzatore in un locale per gay, è forse omosessuale, ma lo nega recisamente; Charles, il suo amico tassista, non conosce i principali monumenti di Parigi; Pedro / Trouscaillon (che si presenta nella storia anche con altri nomi e personalità) non si sa chi sia e cosa davvero faccia nella vita, (ad un tratto commenta disperato ”E’ me, è me che ho perduto”). La dolce Marceline, moglie di Gabriel, alla fine del libro diventerà Marcel; la vedova Mouaque è alla disperata ricerca di una purchessia storia sentimentale, e farà una assurda fine; la madre di Zazie ha forse ammazzato il marito.
Il microcosmo di relazioni costituito da Gabriel, Marceline e dai loro compari, a sua volta piccola parte del grande microcosmo umano costituito da Parigi, si regge sulla parola, ma su una parola che è codificata, artificiosa (metalinguaggio, dice Roland Barthes) che non esprime le cose, ma solamente le rappresenta, quando non rappresenta unicamente sé stesso. Le relazioni tra le persone non cercano di sciogliere le ambiguità di cui sono infarcite, ma si basano sulla chiacchiera (”Chiaccheri, chiaccheri (sic!), non sai far altro”, ripete monotono Laverdure, il pappagallo – filosofo del barista Turandot). E’ solo Zazie, che usa un altro linguaggio, che si incunea in questo microcosmo come un granellino di polvere in un ingranaggio apparentemente perfetto, che vuole sempre scoprire il significato vero delle parole, ad essere in grado (spesso con quel mon cul) di smascherare la convenzionalità e la superficialità della comunicazione; ne farà esplodere tutte le contraddizioni, sino all’assurdo (ma solo apparentemente) show-down finale, nel quale emerge chiaramente la repressione dell’ordine costituito rispetto ad ipotesi di sovvertimento dei codici di comunicazione. E’ infatti ad esempio solo dopo che il ciclone Zazie si è abbattuto su quel microcosmo che la dolce Marceline sarà riconosciuta per quello che è, per Marcel.
Ecco che quindi in Zazie nel metró il linguaggio, oltre che essere un modo per esprimere la storia narrata, è esso stesso oggetto della storia, mezzo attraverso cui passano i grandi enigmi che questa storia ci consegna. Queneau usa uno specifico mezzo espressivo (il suo linguaggio) per parlarci di costruzioni sociali e relazioni personali fondate sul linguaggio e sul suo uso sociale, e che attraverso un diverso uso del linguaggio possono essere analizzate e messe in discussione.
Zazie però non andrà nel metró: la messa a nudo delle ambiguità delle relazioni nel piccolo gruppo non è sufficiente per destrutturare la grande costruzione artificiale di rapporti sociali incarnata dalla grande città, che continuerà come sempre ad aggiungere artificialità ed ambiguità a sé stessa. La battuta finale di Zazie alla madre che le chiede cosa abbia fatto in quei due giorni: ”sono invecchiata”, sembra anzi volerci dire che non solo il moloch parigino ha già assorbito la sua irregolarità, ma che essa stessa sia stata inevitabilmente normalizzata da forze senza dubbio incommensurabili con la sua pur meravigliosa freschezza.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

4 pensieri riguardo “Ma Zazie non prende il metró

  1. Confessando di non aver amato I fiori blu, nella memoria di una lettura di troppi anni fa (l’edizione, appunto, del 1984, per la traduzione di Italo Calvino) non sono addirittura certa di averne terminato la lettura, ho amato molto, e riletto molto Zazie nel metro, godendone la scrittura senza analizzarla, per un verso (solo modo per godermela, altrimenti la cosa si faceva troppo difficile) ma nel contempo nel disagio di questa scelta, desiderando leggere in originale, senza dar corso al progetto perché praticamente sicura che non sarei in grado di farlo utilmente.
    Il tema della traduzione, sempre, e per certi libri in modo particolare. Tra l’altro, non conosco altre traduzioni di queste due opere, il che consentirebbe, forse, non so bene cosa. Un confronto che, in assenza di una lettura in originale, e della necessaria competenza, che non richiede unicamente una normale ragionevole familiarità con la lingua francese, non avrebbe utilità. Resta la voglia.
    E resta il tema del disagio, del sospetto, che anche a me è sempre venuto, nei confronti di “scrittori tradotti da scrittori”. Mentre niente vieta, ovviamente, che uno scrittore sia anche un buon traduttore, resta che, in questo caso, non ha senso assegnare una valenza, per la traduzione, al suo essere scrittore. Molto più probabile che l’essere scrittore ‘tradisca’ oltre l’inevitabile il testo.
    Un mio preconcetto, sicuramente, che tuttavia mi ha portato a non seguire le pubblicazione della collana. Ora, la tua recensione mi fa venire il desiderio di leggere qualche altro lavoro in questa collana, qualcosa che conosco bene in altra traduzione.
    Poi, mi ricredo, e penso che ho letto la Zazie di Fortini, un testo bellissimo, e cos’altro dovrei volere?
    L’originale, certo. Il che potrebbe valere due libri, senza nulla togliere alla bellezza del testo Einaudi.
    Come vedi, non ho nulla di utile da dire ma le tue due recensioni mi hanno fatto venir voglia di chiacchierare.

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    1. Ciao Ivana.
      In effetti anche secondo me libri come questi, libri “intraducibili”, andrebbero letti in lingua originale, ma bisognerebbe avere una familiarità con il francese parlato e con i modi di dire etc. che francamente credo pochi in Italia abbiano. Non resta che “fidarsi” delle traduzioni, che nei due casi sono molto piacevoli (forse è più brillante quella di Calvino).
      Quanto al contenuto dei due libri, secondo me è necessario calarli molto nel contesto in cui vennero scritti: quello del boom economico del dopoguerra e dell’affermarsi in Francia della società dell’affluenza, di cui uno spirito critico come Queneau non poteva non vedere le contraddizioni e renderle con la sua particolare attenzione al linguaggio.
      Prova a rileggerli lasciandoti trasportare dai fuochi d’artificio linguistici e dal ritmo di Queneau: sono sicuro che ti divertirai moltissimo.
      A presto

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  2. Molto puntuale e bella la tua recensione che condivido pienamente. Interessante nella tua la lettura del linguaggio di (Zazie) come sovvertitore delle regole, dell’ordine, del potere (dei codici di comunicazione) che amplia la lettura in chiave antiretorica, trasgressiva e spoetizzante di quei codici.

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