Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Noir, Recensioni, Romanticismo

La grande letteratura emerge solo a tratti

LItalianoRecensione de L’Italiano, di Ann Radcliffe

Fassinelli, I Classici Classici, 1995

Vi sono libri che, sia pure scritti in epoche e magari nell’ambito di culture molto diverse dalle nostre, mantengono intatta la loro forza emozionale e comunicativa. Sono quelli che definiamo classici, perché sanno parlarci ancora oggi, sanno descriverci situazioni e sentimenti che ancora riusciamo a decifrare, in una parola sanno ancora dirci qualcosa che ci aiuta a capire meglio la realtà, personale e sociale, in cui siamo immersi ogni giorno.
Questa è la mia definizione, forse un po’ confusa e parziale, di un classico, ed in questo senso credo di poter dire che L’Italiano di Ann Radcliffe non si possa considerare un classico, a dispetto del fatto che l’editore Frassinelli, cui va comunque il grande merito di avercene proposto una nuova traduzione integrale una ventina d’anni fa, l’abbia inserito in una collana chiamata addirittura I Classici Classici.
A mio avviso, infatti, L’Italiano è un romanzo strettamente legato al periodo storico ed al contesto in cui fu scritto, la fine del settecento in Gran Bretagna; riletto oggi, per essere apprezzato richiede lo sforzo di cercare di calarsi in quel contesto, ed anche quando ciò riesca non possono non emergere i difetti strutturali di quello che già ai suoi tempi probabilmente poteva essere considerato un buon romanzo d’appendice. Troppo deboli la maggior parte dei personaggi, troppo unilaterali e schematici le loro personalità e i loro modi di agire per consegnarci un romanzo che vada al di là dell’essere una testimonianza storica di come una parte della letteratura di quell’epoca si stesse attrezzando per divenire, in nuce, una forma espressiva aderente ai gusti e alle richieste di un pubblico borghese. Vi è però subito da aggiungere che in questo quadro, che fa de L’Italiano un antesignano del romanzo di genere e d’appendice, non mancano alcuni tratti nei quali fa capolino la grande letteratura, o che quantomeno testimoniano la capacità della scrittrice di essere parte attiva delle grandi correnti culturali che attraversavano l’epoca in cui visse. Ma andiamo con ordine.
L’Italiano è un romanzo gotico, nel senso che costruisce la storia attorno al mistero ed alla suspense, e proprio la capacità di creare attesa per lo sviluppo della storia, di fare sapiente uso dei colpi di scena è il tratto per cui Ann Radcliffe fu riconosciuta anche in vita come una grande scrittrice. Le sue due opere principali, questo romanzo (del 1797) e il di poco antecedente I misteri di Udolpho furono dei veri e propri best-sellers, soprattutto tra il pubblico femminile della ormai trionfante borghesia britannica.
Il primo elemento che esprime con forza, per noi quasi paradossalmente, l’atmosfera gotica del romanzo è l’ambientazione nell’Italia del centro-sud, tra Napoli, Roma e l’Abruzzo. Alla fine del settecento l’Italia per il pubblico britannico della Radcliffe era sicuramente un paese sconosciuto e, come dice anche il curatore del volume Alessandro Gallenzi nella sua pregevole postfazione, nell’immaginario collettivo un paese selvaggio, pieno di rovine antiche, abitato da gente strana, con costumi e mentalità affatto diversi rispetto a quelli britannici: se si pensa come ancora nel 1957 la BBC potesse imbastire il celeberrimo scherzo del raccolto degli spaghetti possiamo immaginare cosa sapessero dell’Italia gli inglesi di due secoli prima. La stessa Radcliffe non è mai stata nel nostro Paese, ma proprio questa Italia sconosciuta permette alla Radcliffe di ambientare una storia che narra di avvenimenti quasi contemporanei alla scrittura (i fatti narrati si svolgono nel 1758) in un contesto arcaico ed ancestrale, in cui le passioni umane si esprimono con modalità affatto diverse da quelle della fredda Inghilterra in piena prima industrializzazione. Ne derivano descrizioni di un’Italia stereotipata, dove i paesaggi napoletani sono meravigliosamente dolci e pieni di vividi colori, mentre gli Appennini sono fatti di boschi cupi e di orride gole. Naturalmente anche gli abitanti che fanno da contorno alla storia in questa Italia favolosa sono fortemente tipizzati: in genere i pescatori napoletani la sera ballano sulla spiaggia, mentre i contadini abruzzesi sono rudi ma leali. Al di là degli inevitabili stereotipi, tuttavia, ritengo che il paesaggio e le sue descrizioni, che così gran parte hanno nel determinare l’atmosfera complessiva del libro, siano uno degli elementi fondamentali che denotano il carattere preromantico del romanzo.
In questa Italia meridionale quasi medievale, dove agiscono forze oscure come la Santa Inquisizione, si snoda la storia d’amore tra Vincenzo di Vivaldi ed Elena di Rosalba. Naturalmente è una storia d’amore drammatica, osteggiata dalla famiglia di lui, piena di intrighi e che avrà lo scontato lieto fine. Come detto molti dei personaggi sono veramente troppo convenzionali (soprattutto per la nostra sensibilità di lettori contemporanei) per non far a volte sorridere delle ingenuità della scrittrice. In particolare i due protagonisti, Vincenzo – innamorato intrepido pronto ad affrontare ogni pericolo per sposare la sua amata – e Rosalba – giovane dotata di ogni virtù, apparentemente di umili condizioni ma che naturalmente si rivelerà essere la rampolla di una nobilissima famiglia – sono i due anelli più scontati e deboli della catena dei personaggi che appaiono nel romanzo. E’ invece nei coprotagonisti e nei personaggi di contorno che Ann Radcliffe rivela secondo me il meglio delle sue capacità di narratrice. Il malvagio monaco Schedoni, vero deus ex machina della vicenda, è infatti sicuramente un personaggio complesso, meno manicheo dei due innamorati, più sfaccettato nei suoi sentimenti, e per questo dotato di indubbi tratti di modernità: l’autrice ci mostra il suo animo tormentato con tratti che ancora una volta proiettano il romanzo verso l’incipiente romanticismo.
Un’altra figura notevole è secondo me la madre di Vincenzo: non perché sia un personaggio a tutto tondo come Schedoni – è malvagia sino al midollo, e si pente solo sul letto di morte – ma perché è a mio avviso strano che l’autrice abbia affidato un ruolo appunto così malvagio ad una donna, alla madre del protagonista. Si può immaginare la reazione del pubblico di Ann Radcliffe, che era prevalentemente femminile, a questo ruolo e concludere che forse questo è l’elemento più inquietante inserito dall’autrice in una trama che aveva come scopo primario quello di rassicurare sull’inevitabile trionfo del bene.
Altro personaggio topico del romanzo è Paolo, il fedele servitore di Vincenzo: non tanto per il suo essere il tipico napoletano come veniva immaginato dall’autrice, quindi furbo, salace e sempre allegro e danzante, quanto per il fatto di esprimere benissimo il ruolo che per la borghese Radcliffe dovevano giocare le classi subalterne. Paolo è letteralmente innamorato del proprio padrone, si butta costantemente ai suoi piedi per baciargli gli stivali, ed alla fine della vicenda rifiuta l’indipendenza offertagli per stare accanto a lui tutta la vita. Ah, se fossero stati così fedeli e remissivi anche gli ingrati operai delle tessiture di Manchester…
L’Italiano di Ann Radcliffe è quindi un libro che oggi ci può lasciare perplessi per la sua ingenuità, ma che tuttavia ci può interessare per una serie di motivi. E’ innanzitutto un libro che va letto alla luce del contesto storico in cui fu scritto, e di questo contesto, della sua percezione da parte delle classi dominanti ci dice molto. E’ anche un romanzo che scopertamente intende giocare un ruolo didattico nei confronti di un nascente pubblico di massa, se per massa si intende la piccola borghesia inglese dell’epoca. Contiene però alcuni elementi che lo proiettano verso il profondo cambiamento delle forme espressive che caratterizzerà da lì a poco il pieno affermarsi del romanticismo, nel cui ambito soprattutto nel contesto anglosassone la letteratura gotica giocherà un ruolo di primo piano. Certo, siamo ancora lontani dalle capacità espressive di una Wollstonecraft-Shelley o di un Polidori (entrambi nascevano ai tempi della scrittura de L’Italiano), ma i semi di un genere che col tempo avrebbe permesso di esprimere letterariamente le angosce di un secolo erano gettati, forse all’insaputa dell’autrice.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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