Pubblicato in: Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Novecento, Racconti, Recensioni

Se la leggerezza è talmente insostenibile da divenire superficialità

IlComplessodelDenaroRecensione de Il complesso del denaro, di Franziska zu Reventlow

Adelphi, Piccola biblioteca, 1983

La casa editrice Adelphi annovera, tra i suoi indiscussi meriti, anche quello di aver fatto conoscere al pubblico italiano molti autori del primo novecento europeo, e segnatamente di area germanica, le cui opere sino agli anni ’70-’80 del secolo scorso non erano mai state tradotte nella nostra lingua. Questa attività di scoperta ha anzi rappresentato, per lunghi anni, una sorta di marchio di fabbrica dell’editore. Tuttavia anche la produzione letteraria di quell’epoca irripetibile, come ovvio, non è caratterizzata sempre da una qualità di prim’ordine, ed accanto ad autentici mostri sacri annovera scrittori mediocri ed opere che non erano destinate a lasciare un segno nella storia della letteratura. Nella sua ansia di proporre autori sconosciuti anche Adelphi è incappata talvolta nella proposta di opere non eccelse. Questo è a mio avviso il caso de Il complesso del denaro, di Franziska zu Reventlow, breve romanzo pubblicato originariamente nel 1916.
La personalità dell’autrice è senza dubbio intrigante: nata da una famiglia di antico lignaggio del nord della Germania (la particella zu nel mio immaginario dona al suo nome un’aura di nobiltà molto più esclusiva dell’abusato von), fuggì presto di casa per recarsi prima ad Amburgo, dove si sposò una prima volta; dopo un solo anno ruppe il matrimonio e si stabilì a Monaco, dove frequentò gli ambienti intellettuali del modernismo locale, essendo conosciuta come La contessa bohémienne di Schwabing, dal nome del quartiere dove si concentrava la vita artistica della città.
Bellissima, condusse una vita libera e per l’epoca scandalosa: tra l’altro si sposò con uno sconosciuto al solo fine di dividere una eredità cui lui aveva diritto solo se maritato.
Interessanti e non ortodosse erano anche le sue idee sul femminismo, che tra l’altro si ritrovano in alcuni passi de Il complesso del denaro: sosteneva infatti che le femministe dell’epoca tendessero a non riconoscere le naturali differenze tra uomo e donna e che la liberazione della donna andasse ricercata non tanto nella libertà economica, ma esclusivamente nella libertà sessuale e dalle convenzioni matrimoniali. Insomma, per molti versi Franziska, con la sua parabola esistenziale, ricorda alcune delle altre donne protagoniste di quella stagione culturale, come Else Lasker-Schüler e Lou Andreas-Salomé.
Purtroppo Il complesso del denaro, che è uno dei due soli romanzi scritti dall’autrice, non ci restituisce a mio avviso il profilo di una grande scrittrice, per cui si può forse dire che Franziska non riesce ad esprimere (almeno in questa sua opera) la complessità della sua vita ed il tormento dei tempi che ha attraversato.
Il romanzo è scopertamente autobiografico. Strutturato come romanzo epistolare, narra di una donna non più giovanissima che scrive ad un’amica in Germania da una casa di cura sulle Alpi italiane in cui si è rifugiata improvvisamente. Il motivo di questa sua fuga sono i debiti: assillata dai creditori, la protagonista ha conosciuto un medico freudiano che l’ha convinta di essere affetta da un complesso del denaro da cui potrà guarire solo con l’aiuto della psicanalisi. In effetti la protagonista attribuisce al denaro una precisa volontà di beffarla, a causa del fatto che lei, vissuta sempre nell’agiatezza, non lo ha mai né venerato né disprezzato, ma semplicemente ignorato come un dato di fatto. Nel corso della narrazione veniamo quindi a sapere che la protagonista si è sposata con uno sconosciuto ed è in attesa della sua parte di eredità, che però tarda ad arrivare per complicazioni burocratiche varie. Nel frattempo si costituisce attorno a lei un piccolo cenacolo di personaggi vari, ciascuno con un rapporto complesso con il denaro, e buona parte del romanzo se ne va nella descrizione della vita oziosa della piccola comunità e dei rapporti che si stabiliscono tra i vari personaggi.
Quando finalmente il denaro arriva (anche se è molto meno di quanto inizialmente sperato) una parte del gruppo inizia un viaggio verso … il casinò di Montecarlo, dove il riconquistato sano rapporto con il denaro (al tavolo da gioco) è spezzato dalla notizia che la banca dove l’eredità era depositata è fallita. Il romanzo si chiude con l’orgoglio della protagonista di essere per la prima volta nei panni di una creditrice.
Gli elementi autobiografici della storia sono moltissimi: dal già accennato matrimonio per interesse, al fatto che nel 1914 la Reventlow fu davvero vittima del fallimento della banca in cui aveva depositato i proventi del matrimonio, alla constatazione che il pensiero della protagonista rispetto al denaro ed alle convenzioni sociali riflette appieno quello dell’autrice.
Nella vicenda si possono sicuramente rinvenire spunti e argomenti di potenziale estremo interesse, a partire da quello che avrebbe potuto essere il tema centrale del racconto: il ruolo del denaro nella società borghese di inizio novecento. Un altro argomento interessante è sicuramente rappresentato dalla psicanalisi, che per l’epoca era indubbiamente una novità ed aveva avviato una rivoluzione nel modo stesso di percepire e definire i comportamenti umani, il che stava tra l’altro cambiando anche il modo di fare letteratura. Vi è poi il tema del contrasto di personalità all’interno del piccolo gruppo chiuso, rappresentato anche attraverso la diversa estrazione sociale e culturale dei personaggi. Infine, come accennato, si trovano nel testo anche alcuni accenni al modo di pensare dell’autrice rispetto al ruolo della donna nella società.
Il problema è che tutti questi argomenti vengono trattati in modo superficiale, per non dire frivolo, ed alla fine del romanzo di tutti gli spunti disseminati nel romanzo resta ben poco.
Il denaro è infatti un problema individuale dei singoli personaggi, abituati a non prenderlo in considerazione come ce ne fosse sempre oppure a cercarlo ossessivamente tentando di architettare affari sconclusionati: non è mai visto come un problema sociale che può portare a tragedie anche epocali. Il libro è scritto a guerra già scoppiata, ma direi che sconcerta il fatto che non ci sia la minima traccia neppure in modo subliminale, all’interno del microcosmo oggetto del racconto, di quanto sta avvenendo in Europa: il denaro, ed il rapporto con esso, è nel romanzo il problema personale di alcune persone, appartenenti alle classi agiate, che non sanno stabilire con esso il normale rapporto funzionale dato dall’usarlo con coscienza.
Anche il tema della psicanalisi è trattato con estrema superficialità, quasi come una moda stravagante che pretende di far risalire tutto a processi di rimozione ed al rapporto tra io e subconscio. Visibilmente l’autrice non coglie (e la cosa è strana, dato il milieu che frequentava) la forza eversiva della psicanalisi rispetto alle convenzioni sociali dell’epoca.
L’ambientazione del racconto, la casa di cura sulle montagne dove si raccoglie uno spaccato della società, fa pensare immediatamente al fatto che questo spunto, indubbiamente interessante, sarebbe stato raccolto pochi anni dopo da uno dei più grandi scrittori del secolo (chissà se Mann aveva letto il libro della Reventlow): le analogie finiscono però qui, perché troppa distanza c’è tra la complessità ed il respiro di un capolavoro come La montagna incantata (o come viene chiamato oggi) e la leggerezza di questo breve romanzo.
Insomma, la penna leggera e pungente, gli esilaranti capitoli dell’epos di quella potenza parallela [il denaro] di cui parla la quarta di copertina di questo piccolo volume che non ha neppure una prefazione, si riducono in realtà alla superficialità di approccio di una scrittrice che sembra proporci argomenti troppo grandi rispetto a quelli che è in grado di trattare.
Il complesso del denaro può quindi essere visto in modo ambivalente: o come un gradevole romanzo d’intrattenimento, con alcuni spunti anche divertenti ed un tono generale che rasenta una leggerezza insostenibile, oppure come un’occasione persa, da parte di una autrice che visse in prima persona la grandezza e la tragicità di un’epoca cruciale, di trasmettercene in presa diretta alcuni elementi fondanti, che rimangono solo abbozzati, quasi dei pretesti per far risuonare una risatina un po’ sciocca. Questi giorni in cui il tema del fallimento delle banche e della perdita di denaro da parte di persone inconsapevoli dei rischi è all’ordine del giorno nel nostro paese ci ricordano che il potere del denaro è sempre più pervasivo nella nostra società e non riguarda più (se mai ha riguardato solo) alcuni vacui rappresentanti della borghesia europea.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

2 pensieri riguardo “Se la leggerezza è talmente insostenibile da divenire superficialità

  1. Post molto interessante ed esaustivo, rendi benissimo pregi e difetti del libro. Sai, io penso che anche questo genere di libri molto “sul filo” hanno una loro utilità per comprendere l’atmosfera generale di un periodo storico, e questo proprio — paradossalmente — perchè non riescono ad avere quel colpo d’ala che solo i Grandi Libri hanno e che proprio in quanto tali si staccano dal particolare diventando universali. Ehm… credo di essere stata piuttosto confusa, ma sono sicura che hai capito quello che intendevo dire. Ciao e Buon Anno! 🙂

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    1. Ciao Gabriella e Buon Anno a te.
      Hai sicuramente ragione: anche libri come questo sono utili per capire lo “spirito di un’epoca”. Solo che leggendo la biografia dell’autrice mi sarei aspettato molto di più. Io poi sono sicuramente molto più settario e manicheo di Te, e quindi…

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