Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Novecento, Racconti, Recensioni

Il giovane Rilke in cerca di sé stesso, con un botto finale

DanzeMacabre.jpgRecensione di Danze macabre, di Rainer Maria Rilke

Newton, Tascabili economici, 1994

Queste Danze macabre, prezioso volumetto edito una ventina d’anni fa da Newton, permettono di approfondire la conoscenza del giovane Rilke, iniziata per quanto mi riguarda con la lettura di Due storie praghesi.
Sono infatti qui raccolti 18 racconti scritti nell’arco di un quinquennio, dal 1894 al 1899, da un Rilke attorno ai vent’anni, nel suo ultimo periodo praghese e nei primi anni della sua vita di senza patria (si trasferì a Monaco di Baviera nel 1896 e pochi mesi dopo intrecciò la sua relazione con Lou Andreas-Salomé).
Si tratta di materiale molto eterogeneo, sia perché questi cinque anni sono cruciali nell’evoluzione artistica (ed esistenziale) dell’autore, sia in quanto accanto a racconti compiuti compaiono quelli che con molta probabilità avrebbero dovuto essere semplici spunti per opere più elaborate, mai completate.
Danze macabre è in effetti il titolo con il quale comparvero nel 1896, in una rivista praghese, due dei racconti qui presentati: l’estensione di tale titolo a tutta la raccolta è dell’edizione italiana, ed è dovuta al fatto che in qualche modo quasi tutti i racconti hanno a che fare con il tema della morte. Tutti i racconti sono molto brevi, tanto che l’edizione non supera le 70 pagine effettive, ed anche questo è in qualche modo un indice della frammentarietà del materiale letterario che ci propone.
La raccolta si apre con uno dei primi racconti scritti dall’autore, allora diciannovenne, e significativamente riguarda da un lato la vita militare e dall’altro il rapporto con la madre. Sophie Entz esercitò infatti un ruolo complesso sulla formazione sia caratteriale sia artistica del figlio, e l’eco di questo rapporto si ritrova in vari modi in molta della produzione letteraria di Rilke, nonché in molte delle sue scelte di vita, tanto che molti critici parlano di un irrisolto complesso edipico. Un altro fattore che influenzò molto il giovane Rilke fu la volontà paterna di avviarlo alla carriera militare (il padre era un ufficiale in pensione), volontà che Rilke rifiutò facendosi espellere dal collegio ove studiava.
Il racconto, dal titolo Pierre Dumont, esprime il tormento di un giovane cadetto che viene accompagnato dalla madre, alla fine delle vacanze, di nuovo in collegio, dove ritroverà l’ottusa disciplina militare. Si tratta di un racconto a tratti ingenuo, scritto in uno stile incerto ed ancora non pienamente caratterizzato, ma che già ci fornisce alcune delle coordinate letterarie che ricorreranno nell’opera seguente dell’autore.
Nel seguente La cucitrice, che pure è di pochi mesi dopo, già si avvertono, a mio avviso, i segni di un’evoluzione artistica che porterà Rilke ad allontanarsi rapidamente dal primitivo naturalismo di stampo Maupassantiano (i cui influssi sono evidenti in Pierre Dumont sin dal nome del protagonista) per avvicinarsi ad una cifra stilistica nella quale predominano elementi più decisamente novecenteschi. Il tono cupo del racconto, nel quale predomina il tema delle pulsioni incontrollabili che portano al disfacimento di ogni prospettiva borghese ne fa a mio avviso uno dei più bei racconti della raccolta.
Con La cassa dorata c’è quasi un regresso, un rifugio in atmosfere di lacrimevole minimalismo domestico quasi da libro Cuore, a testimonianza dell’incerto procedere del giovane autore nel definire un suo originale percorso artistico.
Una morta appartiene secondo me ai grandi piccoli racconti di questa raccolta, per la capacità che l’autore dimostra di delineare i tratti psicologici della protagonista. Il successivo Un uomo di carattere è un gustoso ritratto umano dominato dal sarcasmo verso gli ideali di vita della borghesia a cui Rilke apparteneva. Vi compare, nella maniera più esplicita in questi racconti, il rifiuto totale di valori sociali che il suo ambiente d’origine considerava scontati.
L’apostolo, che è forse il primo dei racconti scritti a Monaco, è una satira feroce ad un tempo di alcuni degli assunti del pensiero di Nietzsche – di cui Rilke sembra cogliere con estrema lucidità i contenuti facilmente interpretabili in senso totalitario e razzista – e della ottusità di una borghesia frivola e soddisfatta di sé, la cui stupidità è compendiata nel fulminante finale.
Segue E tuttavia la morte, nel quale il gusto del colpo di scena sembra prevalere sugli intenti analitici che caratterizzano i racconti migliori. E’ comunque una lettura piacevole, quasi un piccolo noir.
L’avvenimento è una sorta di negativo de Un uomo di carattere, in cui il protagonista è colui che non è stato sfiorato dalla vita, che conduce un’esistenza piatta ed anonima e che sogna persino di commettere un crimine pur di poter provare qualche emozione bruciante (è forzato definire questo passo una prefigurazione di ciò che avverrà veramente in alcune delle nostre civiltà del benessere?). Naturalmente anche in questo caso l’uditorio borghese non potrà che considerare aliena una personalità troppo lontana dai valori comuni. Con La vittima Rilke si addentra nell’analisi della evoluzione del sentimento all’interno dell’istituzione matrimoniale, ed è a mio avviso significativo che l’inconsapevole carnefice sia identificato in un artista, incapace di comprendere le sofferenze della moglie proprio a causa del suo temperamento eclettico.
Tra gli altri racconti merita a mio avviso una piccola menzione Accompagnamento in sordina, nel quale torna il tema della madre, che in questo caso segue da lontano il primo amore del figlio diciottenne, e che si distingue da tutti gli altri racconti per il tono dolce e malinconico: anche qui traspare come l’irrisolto nodo del rapporto con la madre fosse uno delle grandi fonti della creatività del giovane Rilke: confrontando questo racconto e gli altri di questa parte della raccolta con il primo, Pierre Dumont, si può anche notare come l’evoluzione espressiva di Rilke lo abbia portato verso lidi di stampo simbolista, in cui prevale una dimensione eterea e rarefatta rispetto al realismo delle prime prove. Vedremo comunque fra poco che questa evoluzione, lungi dall’essere univocamente determinata, ci riserverà ancora delle grandi sorprese. Fortemente intriso di simbolismo appare anche Una mattina di ambientazione italiana,
Mentre la critica alla non esistenza borghese, qui rappresentata da un impiegato statale, è la cifra di Nella vita, una satira sociale quasi wildeiana pervade Diavoleria, in cui – al pari della famiglia americana de Il fantasma di Canterville, dei parvenus cadono vittime della storia di un antico castello da loro acquistato.
L’ora di ginnastica torna sul tema dell’assurdità della disciplina militaresca, con una storia che sebbene sia forte nella sua tragicità risente del fatto di essere solamente un abbozzo, forse di un testo più elaborato mai composto.
Il volume si chiude con un vero e proprio botto. La cameriera della signora Blaha è infatti, nella sua crudeltà, il più bel racconto di questa raccolta. Leggendo queste poche pagine si entra a mio avviso in pieno espressionismo ante-litteram: l’atmosfera del racconto rimanda infatti inevitabilmente alle allucinate figurazioni di un grande precursore dell’espressionismo in pittura, James Ensor, di cui il racconto sembra un quadro scritto. La lettura di questo breve racconto secondo me vale da sola il libro, essendo un condensato di emozioni fortissime espresse in un tono impersonale tale da dare, per il tramite di una piccola storia da cronaca nera, il senso assoluto del disfacimento di un’intera epoca storica e dei valori sui quali si era fondata.
Questo piccolo volume ci consegna quindi un Rilke estremamente sfaccettato, sperimentatore di diversi approcci stilistici e tematici tramite i quali raccontarci storie, in un periodo della sua vita nel quale, con la gioia di andare incontro ad una fase nuova, ma anche credo con non poche questioni irrisolte, si distacca da Praga, dalla famiglia, da Vally, da tutto ciò che sino ad allora aveva costituito il suo contraddittorio universo esistenziale e sociale.
Ecco che allora il tema della morte, del distacco, diviene centrale in questi racconti, come pure, d’altro canto, l’irrisione verso le piccolezze e la vacuità dei valori della società che lascia. Praga, la città matrigna che abbandona, non compare espressamente in questi racconti, ma è indubbio, come evidenzia Mauro Ponzi nella bella introduzione al volume, che le atmosfere cupamente magiche di quella città, come pure la grettezza della difesa dei suoi privilegi da parte della minoranza tedesca, abbiano contribuito non poco a determinare il tono complessivo di questi racconti, come vi ha contribuito in buona parte il contraddittorio rapporto con la madre e il rifiuto della carriera militare.
Complessivamente da questi racconti emerge un giovane Rilke estremamente lucido quanto a capacità di cogliere gli elementi oggettivi del suo malessere esistenziale, nell’identificare in un coacervo di convenzioni, piccole e grandi ipocrisie, chiusura intellettuale e sociale, tutto ciò da cui voleva fuggire e da cui fuggirà per tutta la vita, sublimando sempre di più questa lucidità in un’opera nella quale non sarà possibile scoprire parole di sapienza eterna.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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