Pubblicato in: Architettura, Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Recensioni, Rinascimento, Romanticismo, Venezia

La mirabile storia di una città oggi assassinata

LePietrediVeneziaRecensione di Le pietre di Venezia, di John Ruskin

Rizzoli, I classici della BUR, 1987

Recentemente mi è capitato di parlare di Bruges la morta di Georges Rodenbach, e non ho potuto fare a meno di paragonare le atmosfere che l’autore ci offre, relative alla città sul finire del XIX secolo, e l’esperienza di visita odierna in una città diventata una delle mete del turismo internazionale.
Questo stridente contrasto lo si ritrova all’ennesima potenza confrontando la Venezia di oggi con le sublimi descrizioni della città decadente, della sua storia e della sua arte che ci vengono proposte da John Ruskin nella sua opera più famosa, Le pietre di Venezia.
Chi oggi si rechi a Venezia e segua il percorso che dalla stazione di Santa Lucia giunge a San Marco passando per Rialto, seguendo le anacronistiche frecce, quasi commoventi nel loro minimalismo, disegnate sugli antichi muri delle case oppure sui vecchi cartelli a fondo giallo, si trova costantemente immerso in una marea umana che a stento riesce a farsi largo nelle calli invase da negozi della più orrenda paccottiglia, da fast-food e pizzerie che vendono a carissimo prezzo i cibi più scadenti che si possano trovare nel nostro Paese, da finti artisti di strada che cercano di smerciare all’estasiato turista russo o cinese copie di tremende croste pittoriche. Se ci si allontana da questo impetuoso fiume del cattivo gusto, perdendosi nelle calli di Cannaregio o di Dorsoduro, ci si trova di fronte alla città fantasma, che in pochi decenni ha più che dimezzato la sua popolazione e che da anni non esprime più un’iniziativa culturale degna di questo nome, avendo venduto tutta sé stessa nello sforzo inane di diventare l’imitazione più sporca e malconcia della sua imitazione ricostruita a Las Vegas. Un degrado inarrestabile, che neppure lo stesso Ruskin – cantore del declino della potenza veneziana – avrebbe potuto prevedere, figlio dell’insipienza e dell’ingordigia di classi dirigenti (e di una società civile che le ha espresse e le esprime) che piuttosto di immaginare lo sviluppo futuro di una città unica l’hanno lasciata sola, spendendo ingenti risorse pubbliche solo per realizzare grandi opere inutili o dannose, a patto che garantissero lauti profitti ai soliti noti e magari qualche extra benefit a chi le aveva programmate.
E’ quindi con un infinito senso di nostalgia, quasi quella che si prova per una persona cara che si sa perduta per sempre, che ci si addentra nella lettura di Le pietre di Venezia, libro multiforme, capace di restituirci, da un punto di vista ancora oggi estremamente originale, la storia artistica di questa città e di rapportarla all’evoluzione dell’espressione architettonica europea tra medioevo ed età moderna, ma soprattutto di farci sentire il fascino perduto di Venezia, le sue peculiari atmosfere ormai dissoltesi nel nulla pneumatico del tutto compreso. Perché prima di tutto Le pietre di Venezia è un libro scritto in maniera magistrale da un grande letterato romantico, che ci affascina per la sua prosa evocativa non meno che per il suo sforzo analitico e classificatorio.
Il libro ci narra la storia dell’evoluzione dell’architettura a Venezia dalle origini – i primi edifici sacri di Torcello – sino alla decadenza della potenza economica di Venezia nel XVI e XVII secolo, associando strettamente questa evoluzione ai mutamenti dello spirito, del senso etico e morale dei veneziani. Questa concezione tipicamente romantica dell’evoluzione storica è esplicitata sin dal primo capitolo, fondamentale per capire il senso dell’opera, laddove Ruskin afferma che la storia di Venezia può essere scritta indipendentemente dall’evoluzione del funzionamento del Senato e del potere del doge, che non sono né la causa né l’effetto della decadenza del suo potere, ma … è la storia di un popolo estremamente omogeneo, discendente dai Romani, lungamente disciplinato dalle avversità, e costretto, per la sua posizione, a vivere nobilmente o a perire.
Ne deriva una concezione della storia molto originale, che per certi versi oggi potremmo definire ingenua, ma che sicuramente contiene il nucleo di un materialismo romantico di grande suggestione, che ancora oggi ci permette – fatte le opportune integrazioni di metodo analitico – di comprendere molto dell’architettura e dell’arte veneziane alla luce delle sue vicende storiche.
Non è un caso che questo libro (scritto nel 1852) abbia di fatto costituito il punto di partenza per l’opera successiva di Ruskin, più centrata sulla critica agli assetti sociali della Gran Bretagna della seconda metà dell’800 da una prospettiva socialista di matrice cristiana. Che questo libro sia stato scritto da Ruskin, oltre che per il suo amore per Venezia e l’Italia, anche con una certa qual funzione didattica nei confronti della società inglese dell’epoca è chiaro infatti sin dalle prime righe, dove l’autore invita l’Inghilterra a tenere conto della lezione di Venezia se non vuole andare incontro ad una fine meno rimpianta.
Il libro è organizzato per capitoli in senso cronologico, e ci porta dai resti degli insediamenti della Venezia primigenia di Torcello e Murano, attraverso lo splendore bizantino di San Marco e la descrizione dei pochi palazzi che ancora conservano tracce di quello stile, verso la magnificenza dell’architettura gotica, che rappresenta secondo Ruskin l’apice della forza culturale e sociale della città lagunare, sino alla decadenza, che per Ruskin è rappresentata dalla corruzione del rinascimento. Ogni capitolo è costruito basandosi su un’osservazione estremamente accurata, a volte quasi maniacale di materiali e particolari costruttivi, spesso corredati dai bellissimi disegni dell’autore (Ruskin fu anche un eccellente pittore). Proprio dall’osservazione e dalla descrizione dei particolari che egli ritiene più significativi per spiegare l’essenza di uno stile architettonico e quindi di un’epoca della storia veneziana Ruskin trae gli elementi per costruire il suo grande edificio teorico.
Per la nostra sensibilità di italiani la condanna senza appello dell’architettura rinascimentale (ma anche della pittura di Tiziano e di Caravaggio), associata ad una vera e propria esaltazione dell’arte gotica, suona difficile da digerire. Certo essa nasce anche dalla innata diffidenza del nordico, anglicano Ruskin verso una forma di espressione artistica tipicamente italiana e cattolica: tuttavia analizzando il testo nella citata prospettiva di materialismo romantico entro la quale si muove Ruskin ci si rende conto di come questo giudizio, che costituisce il cuore del libro, sia pienamente fondato e coerente.
Ruskin, nel capitolo VII, intitolato La natura del gotico, giustamente celeberrimo, ci dice che la superiorità dello stile gotico è data dal fatto che alla costruzione dei suoi edifici gli artigiani e le maestranze partecipavano con la propria creatività, non vi era uno schema rigidamente predefinito né dei compiti di ciascuno né dell’aspetto finale dell’opera: secondo una logica cristiana si accettava che ognuno contribuisse con ciò che era in grado di dare quanto a competenze, così da esaltare anche le imperfezioni e le incapacità individuali, che erano intrinsecamente connaturate al progetto. Sembra di sentire riecheggiare, in queste righe che evidenziano la democraticità del modello di costruzione gotico, il marxiano da ciascuno secondo le proprie capacità. Al contrario il rinascimento, che recupera gli stilemi ma anche l’organizzazione del lavoro dell’arte classica greca, è l’arte che cerca la perfezione assoluta, nella quale l’artista predefinisce ogni aspetto costruttivo, e quindi condanna gli artigiani e le maestranze ad essere dei semplici esecutori di disegni concepiti da altri. Questa modalità autoritaria e totalmente gerarchizzata di concepire la realizzazione architettonica è un modello che, ci dice Ruskin, nel XIX secolo in Inghilterra è applicato all’insieme dei processi produttivi, che quindi riducono l’uomo, l’operaio, a semplice esecutore di piccole parti dei prodotti, privandolo della possibilità di esprimere le proprie potenzialità creative. Ancora una volta, quanta affinità con il concetto marxiano di alienazione. Ruskin dice esplicitamente che non è possibile pensare ad una produzione artistica propriamente detta che non sia un bene diffuso, alla cui realizzazione tutti contribuiscano e che possa essere fruito da tutti. Per arrivare a ciò è però necessario cambiare profondamente i rapporti sociali, e da qui nasce il suo interesse per il superamento del modo di produzione del tempo.
Il rinascimento, in particolare la sua evoluzione nel corso del XVI secolo segna anche il prevalere della forma rispetto alla sostanza, parallelamente al decadere delle antiche virtù del popolo veneziano, sostituite da una sfrenata sete di piaceri: questo progressivo degrado della coscienza collettiva è splendidamente illustrato nel capitolo La via delle tombe, dove Ruskin, guidandoci tra i monumenti funebri di illustri veneziani, ci mostra come essi divengano sempre più pomposi, sempre più volti a nascondere la morte e sempre più retorici nell’attribuire ai defunti virtù che essi non avevano: persino i simboli della religiosità vengono sostituiti da allegorie di stampo civile, militare e pagano.
Questo bellissimo libro può svolgere anche oggi un’altra utilissima funzione, che è quella di guida sul campo all’architettura veneziana. Le numerosissime e dettagliate descrizioni di chiese, palazzi, monumenti funebri – fra tutte la minuziosa analisi di tutti i capitelli delle colonne di Palazzo Ducale – sono talmente belle che leggendole mi è venuta voglia di portarlo con me le prossime volte che mi recherò a Venezia: leggerne le pagine nei luoghi che descrive e in cui è stato scritto, seguire Ruskin nei suoi minuziosi sguardi aggiungerà senza dubbio altro piacere a quello che ho provato leggendolo a tavolino. Purtroppo osserverò i capitelli di Palazzo Ducale avendo a poche decine di metri una grande nave: povero Ruskin, se sapesse…

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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