Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura italiana, Libri, Novecento, Racconti, Recensioni

La Belle Époque alla periferia d’Europa, tra sarcasmo e nostalgia

InfanziadiNivasioDolcemareRecensione di Infanzia di Nivasio Dolcemare, di Alberto Savinio

Adelphi, Piccola biblioteca, 1998

Alberto Savinio è un intellettuale oggi forse un po’ messo in disparte nel nostro paese, anche se senza dubbio è stato uno dei protagonisti della vita culturale, italiana e non solo, a cavallo della seconda guerra mondiale. Fratello di De Chirico (Savinio è uno pseudonimo), fu scrittore, musicista e pittore, frequentò la Parigi delle avanguardie negli anni ’20 e, nei pochi anni del dopoguerra in cui visse (morì nel 1952) fu critico letterario e culturale del Corriere della Sera.
Questo volume della piccola biblioteca Adelphi, una collana la cui eleganza, anche formale, non cesserò mai di lodare, ci propone una delle opere letterarie più divertenti di Savinio, Infanzia di Nivasio Dolcemare, accompagnata da due brevi racconti con lo stesso protagonista e da alcuni frammenti inclusi da Savinio stesso nell’edizione originale dell’Infanzia.
Tema del lungo racconto – edito nel 1941 – sono i primi anni di vita ad Atene del protagonista, che – come si deduce facilmente dal nome – altri non è se non lo scrittore. I De Chirico infatti nacquero e vissero sino alla morte del padre ingegnere ferroviario nel 1905, quando Savinio era quattordicenne, nella capitale greca.
Di quella Atene Savinio, che per tutta la vita fu legato alla Grecia come culla della cultura europea, rievoca con tono sarcastico l’alta società, di cui la sua stessa famiglia faceva parte, costituita da un insieme di personaggi in genere ridicoli, ottusi, vuoti ed ignoranti, che non si rendono conto che il loro mondo, quello di una società cristallizzata nei riti, nelle formalità e nelle gerarchie che l’alta borghesia al potere ha ereditato dall’aristocrazia, prima detronizzata poi resa complice, sta per finire per sempre, per l’inevitabile procedere del progresso tecnologico dalla stessa borghesia alimentato. Il tono sarcastico con il quale Savinio descrive quel mondo è accentuato dall’ambientazione provinciale, in quella Grecia che, come ci dice nella Prefazione alla vita di un uomo «nato» posta all’inizio del libro, “geograficamente… fa parte dell’Europa, pure gl’indigeni di quella terra, se non addirittura Non Europei, si considerano Europei Minori certamente”. Eppure quella Grecia tra ‘800 e ‘900 è guardata da Savinio anche, come detto, con l’occhio di chi sa riconoscerne lo splendore passato e ne apprezza la diversità culturale rispetto all’occidente. Questo, probabilmente accanto al fatto che dopotutto si tratta di una rievocazione della sua infanzia, rende la scrittura di Savinio, sempre estremamente elegante e a tratti di una forza esplosiva, uno strano miscuglio tra gusto per la satira e afflato nostalgico di un mondo che, sia pur vacuo e provinciale, è stato il suo mondo. A questo si aggiunga anche il fatto che Savinio, da sempre su posizioni elitarie, antiegalitarie e persino antidemocratiche, era approdato ad una sorta di liberalismo superoministico, come appare chiaro in un passo della già citata Prefazione: “Noi pensiamo con sempre maggiore insistenza alla necessità di una biologia superiore: biologia morale, biologia intellettuale… Allora… apparirà l’equilibrio perfetto tra «massimi» raggiunti dall’uomo in sé e fuori di sé, l’affinità tra aristocrazia e stile, il consorzio degli ottimi.” E’ chiaro quindi come Savinio, pur smascherando con la sua prosa tagliente le piccolezze intellettuali e morali della società della sua infanzia, in fondo la rimpianga con una forte carica di nostalgia, perché da lui ritenuta comunque migliore a ciò che le è succeduto. Della società ateniese descritta in Infanzia di Nivasio Dolcemare Savinio può infatti scrivere che ”Non si dava terreno più favorevole per conoscere al tatto quell’Europa così frolla e salottiera, quell’Europa di «buoni europei» che alla prima cannonata del 1914 stirò le membra già stanche e debilitate, e nel settembre 1939 vide andare in polvere anche le ossa di quelle membra.”
Tuttavia, al netto delle contraddizioni ideologiche di Savinio, è indubbio che Infanzia di Nivasio Dolcemare sia un libro delizioso, in cui possiamo rilevare una forte affinità con gli scritti di un altro grandissimo scrittore del ‘900 italiano, anche lui su posizioni di destra, quasi che tra i due corresse un rapporto diretto: Carlo Emilio Gadda. Come in Gadda, in questo testo di Savinio il linguaggio diviene strumento essenziale del racconto, ed in questo si vede chiaramente l’influsso fondamentale che sullo scrittore Savinio esercitò la frequentazione delle avanguardie parigine ed europee negli anni ’20. A differenza che in Gadda, però, la prosa di Savinio non è fatta di spericolate invenzioni tra dialetto, neologismi e onomatopee, non serve a travolgere la narrazione lineare: è piuttosto una prosa che fonda la sua novità nel dosaggio sapiente di una correttezza formale classica posta al servizio del sarcasmo e dell’ironia. Un tardo e senza dubbio minore epigono di questo modo di scrivere, di rappresentare situazioni comiche attraverso un linguaggio formalmente inappuntabile possiamo trovarlo in Piero Chiara, guarda caso anche lui scrittore di estrazione liberale.
Un primo elemento di sincera comicità di Infanzia di Nivasio Dolcemare è dato dalla scelta dei nomi dei personaggi, che non risparmia neppure i membri della sua famiglia. Se il padre del piccolo protagonista è chiamato semplicemente il Commendator Visanio, altro anagramma dello pseudonimo dello scrittore, quasi a sottolineare una sua affinità elettiva con il genitore, la madre fa di nome Trigliona, da cui sembra che Savinio non le attribuisse eccelse virtù intellettuali. Ma è il cosmopolitismo provinciale dell’haute societé ateniese che permette a Savinio di scatenarsi. Ci sono quindi un generale Papatrapatàkos, un prefetto Tsapatatakalàkis e un sindaco Pestromastranzòglu, una musicista tedesca nomata Deolinda Zimbalíst, un dottor Naso, un domestico Pelopide, un colonnello Tsè, una contessa Mincìaki, solo per citare i casi più clamorosi.
Il lungo racconto si apre con uno dei capitoli più brillanti, dedicato alla nascita di Nivasio, e prosegue poi raccontando, anche per interpolazioni che sfilacciano mirabilmente l’andamento lineare del testo, storie ed aneddoti relativi ai vari personaggi che ruotano attorno a casa Dolcemare, di cui alcuni veramente spassosi. Su tutti a mio avviso la vicenda di Ermione, domestica della signora Trigliona che, sospettata di un furto, si rivelerà essere in realtà un uomo, il famoso bandito Cosma il Saltatore (commento della Signora Trigliona alla notizia: ”E quante volte quell’uomo mi ha vista nuda!”), le altre storie legate alla servitù di casa Dolcemare nonché le vicende di casa Trimis. Non mancano momenti di tenera poesia, come quello dell’iniziazione sessuale di Nivasio adolescente o quello del sogno del protagonista alla ricerca del “Dio Greco”. Ed è proprio questo della ricerca delle radici della cultura greca uno dei fili conduttori del racconto oltre a quello dominante della descrizione di una vacua società morente. Significativamente Savinio narra la sua infanzia in terza persona, ed a volte il narratore interviene per dirci cosa pensa oggi un Nivasio ormai adulto: in questi interventi traspare sempre il grande amore di Savinio per il retaggio culturale greco, per l’anima mediterranea di quel popolo. Il senso di oggettività del racconto è esaltato da un altro elemento di grande impatto ironico: le lunghe note che Savinio distribuisce a piè di pagina per puntualizzare, spiegare, contestualizzare un episodio, un nome od una situazione.
Il racconto principale è seguito da due molto più brevi, già ricompresi nell’edizione del 1941. Il primo narra la storia di Spiridon Luis, il vincitore della maratona dei primi giochi olimpici moderni, svoltisi ad Atene nel 1896, cui un Savinio quinquenne poté assistere. Anche in questo racconto traspare da un lato il sarcasmo per il provincialismo della società greca, dall’altro il fatto che nella figura di Luis e nella sua impresa un intero popolo, ormai dimentico del suo glorioso passato, trovò un motivo di identificazione e di orgoglio.
L’ultimo breve racconto, intitolato Senza donne, è quasi un reportage giornalistico, e si riferisce ad uno dei luoghi oggi più conosciuti della Grecia turistica: le Meteore, nei cui monasteri non sono ammesse le donne. Questo spunto permette a Savinio, analogamente a quanto fatto nel racconto precedente, di cogliere le radici classiche della Grecia dei suoi tempi, delle sue consuetudini e della mentalità dei suoi abitanti.
Se Infanzia di Nivasio Dolcemare è molto divertente e pungente, resta comunque a mio avviso, leggendo, il senso di un’incompiuta: la sapienza narrativa di Savinio, la sua capacità di descrivere attraverso l’ironia sarebbero forse approdate ad un livello superiore se la storia della sua infanzia ateniese fosse stata dilatata, se fosse entrato con maggiore dettaglio nella vita dei suoi personaggi. Invece Savinio si limita a fornircene un assaggio, quasi come succede in quei ristoranti della nouvelle cuisine dove di un piatto buonissimo viene servita una porzione miserrima, che non ci sfama. Molti personaggi che ci vengono presentati in maniera fulminante quanto a capacità di rappresentare un tipo e di farci divertire alle loro spalle scompaiono dopo poche pagine, quasi che Savinio avesse l’ansia di consegnarci un’opera senza ritmo. E’ un peccato, perché di certo sappiamo che non ci sarà alcun seguito alla deliziosa infanzia del piccolo Nivasio Dolcemare, che dovremo accontentarci per sempre di questo piccolo libriccino dalla copertina arancio.
Un’ultima notazione: a un certo punto Savinio parla del processo di decorticazione della Grecia, un tempo terra fertilissima poi spogliata del suolo, che finì in mare. Mi pare metafora attualissima, che rispecchia appieno ciò che i nuovi tiranni di un’Europa asservita al potere del danaro stanno facendo alla Grecia di oggi.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

6 pensieri riguardo “La Belle Époque alla periferia d’Europa, tra sarcasmo e nostalgia

  1. Molto bella e puntuale la tua analisi. Non conosco questo testo, ma hai ragione, Savinio è un autore troppo poco conosciuto (e cioè poco letto). Le sue opere non sempre sono riuscite, eppure offrono un imprescindibile riferimento per la comprensione di un periodo fondamentale della storia della letteratura italiana. A dire il vero, è almeno dalla scorsa estate che avevo in mente di scriverne, solo che non riuscivo a trovare il modo per farlo, la giusta prospettiva. È precisamente quello che, al contrario, è riuscito a te.

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  2. Interessante la tua analisi; non ho mai letto le opere di Savinio, ma da quello che hai scritto meritano senza dubbio una riscoperta. Per quanto riguarda Gadda, sembra che il suo appoggio al fascismo fu solo iniziale, poi convertito in un atteggiamento di disprezzo e condanna. Nel famoso pamphlet antifascista Eros e Priapo, scritto nel biennio 1944-45, stese infatti delle pagine tremendamente astiose, sarcastiche e polemiche nei confronti di Mussolini e del suo regime. Poi, quali fossero le sue reali intenzioni al di sotto di tutto questo, ossia se avesse agito in tal modo per calcolo interessato o per una reale presa di coscienza, credo che nessuno possa dirlo con certezza.

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    1. Ciao Alessandra. Gadda si distaccò (tardivamente) dal fascismo, come del resto Savinio, ma entrambi fanno riferimento ad un’area culturale di stampo liberale (condita per Savinio da accenti Nietzschiani) che di può oggettivamente definire di destra.
      Ciò nulla toglie, neppure per me che ho idee politiche opposte, alla loro grandezza artistica.

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